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Spionaggio

Dov’è finito William Burns? Nell’ora più calda gli usa lasciano il “pontiere” in panchina

Il direttore della Cia William Burns è il grande assente delle ultime settimane. Segnate dal deterioramento degli scenari securitari in Medio Oriente e dal sostanziale peggioramento degli equilibri nella guerra in Ucraina a sfavore di Kiev. E mentre da un...

Il direttore della Cia William Burns è il grande assente delle ultime settimane. Segnate dal deterioramento degli scenari securitari in Medio Oriente e dal sostanziale peggioramento degli equilibri nella guerra in Ucraina a sfavore di Kiev. E mentre da un lato dalla manovra contro i cercapersone di Hezbollah all’uccisione di Hassan Nasrallah il Mossad apriva la strada ai colpi di Tel Aviv in Libano, dall’altro la tenuta delle truppe ucraine di fronte all’avanzata russa diveniva sempre più incerta. Stupisce, dunque, che in questa fase il direttore della Cia si trovi lontano dall’agone.

L’1 ottobre Burns ha visitato la Slovenia per incontrare  il capo dell’Agenzia nazionale di intelligence e sicurezza (Sova) Joško Kadivnik. Una visita di cortesia in tempi complessi su altri fronti. Che lascia pensare come la gestione di dossier pesanti abbia preso, in larga misura, altri lidi. La Cia di Burns è stata la grande supplente al deterioramento dei legami diplomatici e strategici tra grandi potenze. I servizi segreti esteri americani hanno garantito raccolta informativa e continuità delle comunicazioni coi rivali strategici e i teatri critici.

Burns ha tenuto aperto un contatto coi servizi segreti russi da quando, nel novembre 2021, si è presentato a Mosca per discutere le posizioni di Washington in vista dell’imminente invasione dell’Ucraina. Ha poi, via Turchia, dialogato attivamente col direttore dell’Svr, il servizio estero russo, Sergej Naryskhin, per discutere le reciproche linee rosse nell’Europa orientale. Assieme al direttore del Mossad, David Barnea, si è confrontato con funzionari di Egitto e Qatar mediando le trattative per il cessate il fuoco a Gaza.

Burns, insomma, è l’uomo delle linee rosse dietro cui Washington, a suo avviso, avrebbe bisogno di trincerarsi per difendere la sua posizione. Lo stratega, ex diplomatico, della “politica estera dell’intelligence” fondata sulla risoluzione di problemi operativi in fasi complesse. Ora più che mai la percezione che Burns non stia giocando un ruolo di primo piano fa pensare che nei laboratori strategici americani l’era delle linee rosse non sia più contemplata come un tempo. Del resto, l’ex ambasciatore a Mosca e regista dell’accordo sul nucleare iraniano, oggi più che mai, a 68 anni e dopo una lunga carriera appare la figura più esperta nell’amministrazione Biden per gestire con moderazione e pragmatismo questa duplice crisi sul ruolo Usa nelle due guerre che plasmano l’ordine globale. Vedere Burns in panchina significa pensare che gli Usa vadano al traino: della realtà sul campo in Ucraina, dove una soluzione diplomatica è remota, di Benjamin Netanyahu verso l’Iran. Mentre il Segretario di Stato Anthony Blinken continua, su Gaza, un’infruttuosa diplomazia distante da un realismo ora più che mai necessaria. Non è tempo di pontieri come Burns. E la realtà, purtroppo, lo dimostra ogni giorno.

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