Denaro, ideologia, coercizione ed ego: così si recluta una spia. Anche oggi

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Un acronimo semplice, che fa pensare a piccoli roditori che possono rosicchiare le fondamenta di una convinzione e che è stato coniato, negli anni della Guerra Fredda, dalla scuola di spionaggio sovietica per riassumere i “quattro principali” fattori per il reclutamento e la manipolazione di agenti umani, sembra essere ancora un valido ausilio per gli addetti al controspionaggio. Il MICE, che sta per “money, ideology, cohercion, ego” secondo alcuni studi ha rappresentato e rappresenta ancora la chiave per “corrompere” e reclutare spie pronte a passare dalla parte del nemico.

Non vorremmo averne coscienza, eppure, dopo qualche decennio di apparente distensione, stiamo tornando a vivere un’era di grande tensione tra blocchi contrapposti con interessi apparentemente inconciliabili che, in vista di un ipotetico e insperato scontro aperto, continuano ad cercare e acquisire informazioni sensibili sugli avversari teorici per mantenere o ottenere vantaggi a livello militare, geostrategico e geopolitico. In questa delicata condizione, che appartiene al silenzioso campo di battaglia dello spionaggio, il reclutamento clandestino di agenti avversari e la coltivazione di risorse Humint – acronimo di Human Intelligence, ovvero un’attività di intelligence che si basa sul raccogliere informazioni da fonti umane – anche nell’era dello spionaggio cibernetico, dei satelliti e dell’intelligence artificiale, sembra essere ancora importante come al tempo in cui John Le Carré scriveva, basandosi in parte sulla sua reale esperienza da agente segreto, La spia che venne dal freddo.

Una lunga storia che inizia nella Guerra fredda

Quelle che sono comunemente note come spie, infatti, sono da sempre oggetto di corteggiamento da parte delle agenzie di spionaggio avversarie che lavorano instancabilmente nel profilare possibili fonti per raccogliere o passare false informazioni al nemico, quando non possono semplicemente ricattarle. L’attività deprecabile di svolgere “intelligenza con il nemico“, come l’avremmo chiamata un tempo, spesso scaturisce dalla necessità di affermazione negata nel proprio apparato, dalla necessità o avidità di possedere denaro per pagare i propri vizi, o per questioni ideologiche incompatibili con la causa per la quale la spia traditrice, o doppiogiochista, è entrata in servizio.

La storia di ci ha concesso una lunga lista di esempi: dai celebri doppiogiochisti come Kim Philby e George Blake, agenti segreti che tradirono l’MI6 britannico per pura ideologia, ad Aldrich Ames, la spia americana che tradì Washington per i lauti compensi offerti dal Kgb, fino al caso di Robert Hanssen, la gola profonda dell’Fbi che conduceva una doppia vita e vendeva segreti all’Svr.

Denaro, ideologia, coercizione, ego

Tra le prime agenzie a impiegare grandi somme di denaro per corrompere agenti o figure straniere da impiegare come risorse d’intelligence, viene annoverata proprio la Cia, l’agenzia di spionaggio statunitense corruttrice provetta che ha sempre visto nel vil denaro la via più semplice per avere un “accesso privilegiato a informazioni segrete“. Un’approccio in linea con il capitalismo, oseremmo dire. Mentre i servizi segreti sovietici, in particolare modo il vecchio Kgb, hanno sempre fatto leva sui sentimenti ideologici nutriti dai comunisti occidentali pronti a disertare, prima di dover ricorrere a trappole al miele, ricatti e in fine riconoscere che il denaro, recentemente impiegato da Fsb e Svr insieme all’immutato servizio d’intelligence militare, il Gru, è una contropartita sempre apprezzata. Si veda il caso di Walter Biot, l’ufficiale della Marina Militare italiana condannato a trenta anni di reclusione per aver ceduto documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.

Nel caso della coercizione, uno dei fattori considerati più instabili, una spia viene minacciata, costretta o ricattata a consegnare informazioni segrete per essere protetta da uno scandalo o da una semplice eliminazione, ma potrebbe non mostrarsi pienamente leale o collaborativa, sostengono gli studiose di diversi casi. A tal proposito uno scritto importante che elenca molti esempio è il bel libro di Guido Olimpio La danze delle ombre, può servire a capire alcune dinamiche molto diverse che hanno spostato, degli ultimi trent’anni, informazioni da Washington a Pechino a Mosca, e viceversa.

Ultimo, e decisamente importante fattore del MICE è l’ego. Specialmente nei servizi segreti americani si ritiene che sia la componente egoica a spingere agenti e analisti a tradire la causa per via di un mancato riconoscimento del proprio operato, per la mancanza di una posizione assegnata ad un altro agente, o per semplice mitomania. C’è chi sostiene che Edward Snowden, la più famosa “gola profonda” del secolo, non fosse solo un idealista che ha rivelato a Julian Assange al suo WikiLeaks informazioni che potevano compromettere la privacy di mezzo pianeta, ma che fosse anche profondamente arrabbiato perché non era mai stato assegnato una determinata posizione nell’Nsa, il servizio d’intelligence statunitense per le questioni “interne” che non lo voleva nel Senior Executive Service. O almeno è quanto sostiene lo scrittore Robert Morton.

Negli anni Novanta molti agenti segreti occidentali hanno deciso di lasciare gli apparati per i quali lavoravano, ritenendo che non avessero riconosciuto le loro capacità, al punto da non concedergli la posizione che ritenevano giusta per loro. È allora che i reclutatori di spie possono applicare le loro tattiche e scegliere da quale fattore partire, applicando un singolo fattore o una combinazione di fattori. Talvolta l’acquisizione di informazioni potrebbe non comportare la raccolta di dati classificati o informazioni considerate top secret, ma la cessione di dati secondari che possono comunque avere un valore e un peso per una potenza straniera che gestirà una rete di fonti e spie con diversi livelli che faranno sempre capo a un agente di controllo. Si pensi alla rete di spie bulgare e ai loro coordinatori recentemente scoperti in Europa.