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Israele, attraverso l’uso strategico delle sue tecnologie di sorveglianza, ha trasformato la cyber-intelligence in un pilastro della sua politica estera. Questo approccio, che unisce innovazione tecnologica e pragmatismo politico, si è rivelato particolarmente efficace in Africa, dove la necessità di sicurezza e controllo è spesso prioritaria per governi autoritari o instabili. Tuttavia, questa strategia non è priva di rischi: mentre Israele consolida alleanze strategiche, crescono le accuse di complicità con regimi repressivi e di violazioni dei diritti umani.

Un’industria all’avanguardia nata nei territori occupati

Il predominio israeliano nella tecnologia di sorveglianza non è casuale. Nasce dall’esperienza accumulata nei territori occupati palestinesi, dove Tel Aviv ha implementato sofisticati sistemi di monitoraggio per controllare la popolazione. Le tecnologie sviluppate in questo contesto – come telecamere di riconoscimento facciale, spyware per dispositivi mobili e software di monitoraggio delle comunicazioni – sono state poi esportate a livello globale, trasformandosi in un’industria multimiliardaria.

Questi strumenti sono stati testati in ambienti di conflitto ad alta intensità, come Gaza e Cisgiordania, dove Israele ha affinato la sua capacità di raccogliere informazioni in tempo reale, prevenire attacchi e neutralizzare minacce. Questo ha reso i suoi prodotti estremamente appetibili per governi alle prese con sfide interne di sicurezza, soprattutto in Africa.

L’impatto in Africa: alleanze strategiche e dipendenza tecnologica

Israele ha individuato nel continente africano un mercato ideale per le sue tecnologie di sorveglianza. La combinazione di instabilità politica, minacce terroristiche e debolezza istituzionale ha spinto molti paesi a rivolgersi a Tel Aviv per ottenere strumenti avanzati di monitoraggio. Le conseguenze di questa scelta, tuttavia, vanno oltre la sfera tecnologica.

Israele ha sfruttato la “diplomazia dello spyware” per garantirsi il supporto politico di numerosi stati africani nei consessi internazionali. Questo è particolarmente evidente nelle votazioni legate alla questione palestinese. Mentre paesi come Sudafrica e Algeria continuano a opporsi fermamente alle politiche di Tel Aviv, altri, come Togo, Camerun, Kenya e Ghana, si sono dimostrati più favorevoli, spesso a seguito di accordi che prevedevano il trasferimento di tecnologie di sorveglianza.

Un esempio emblematico è rappresentato dal supporto ricevuto da Israele per il suo status di osservatore presso l’Unione Africana nel 2021. Nonostante le proteste di alcuni stati membri, Tel Aviv ha ottenuto l’appoggio di numerosi governi grazie a una rete di relazioni costruite attorno alla fornitura di sistemi di cyber-intelligence.

Rinforzo dei regimi autoritari

L’uso di spyware come Pegasus o Circles non si limita al monitoraggio del terrorismo o delle minacce alla sicurezza nazionale. In molti casi, queste tecnologie sono state utilizzate per reprimere dissidenti, intimidire giornalisti e consolidare regimi autoritari.

Rwanda: il presidente Paul Kagame ha usato Pegasus per monitorare dissidenti sia all’interno del paese che all’estero. La sorveglianza non ha risparmiato figure di spicco della politica internazionale, come il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, bersaglio potenziale di operazioni di spionaggio.

Guinea Equatoriale: la tecnologia israeliana è stata utilizzata dal presidente Teodoro Obiang per mantenere il controllo su un regime caratterizzato da una repressione violenta e dalla completa assenza di opposizione politica.

Marocco: Rabat ha usato Pegasus per monitorare critici del governo e persino membri della famiglia reale. Questo episodio si inserisce in un contesto di normalizzazione dei rapporti con Israele, ottenuta in cambio del riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.

Sicurezza o sorveglianza?

La giustificazione ufficiale per la vendita di queste tecnologie è spesso legata alla lotta contro il terrorismo. In paesi come Nigeria e Kenya, Israele ha offerto strumenti per monitorare gruppi ribelli e contrastare minacce come Boko Haram o Al-Shabaab. Tuttavia, l’utilizzo di questi strumenti per scopi politici interni ha sollevato dubbi sull’effettiva destinazione di queste tecnologie.

Le implicazioni internazionali: etica e geopolitica

La crescente dipendenza di molti paesi africani dalle tecnologie di sorveglianza israeliane solleva interrogativi sul bilanciamento tra sicurezza e diritti umani. Mentre governi autoritari trovano in Israele un partner affidabile per consolidare il proprio potere, le organizzazioni per i diritti umani denunciano l’erosione delle libertà fondamentali.

Il Pegasus Project

Il caso del Pegasus Project ha evidenziato quanto estese siano le operazioni di sorveglianza digitale in Africa e altrove. L’indagine, condotta da un consorzio di giornalisti internazionali, ha rivelato che oltre 50.000 dispositivi in tutto il mondo sono stati “infettati” da spyware israeliani, compresi quelli di leader politici, attivisti e giornalisti. Queste rivelazioni hanno scosso la comunità internazionale, portando molti a chiedere una regolamentazione più rigida della vendita di queste tecnologie.

Più di 150 organizzazioni per i diritti umani hanno richiesto una moratoria immediata sulla vendita e sull’uso di spyware fino all’adozione di un quadro normativo che garantisca il rispetto dei diritti fondamentali. Tuttavia, molti governi africani continuano a privilegiare la stabilità politica interna rispetto alle considerazioni etiche, perpetuando un ciclo di dipendenza tecnologica e repressione.

Un futuro incerto: quale direzione per Israele e l’Africa?

Guardando al futuro, la “diplomazia dello spyware” di Israele si trova a un bivio. Da un lato, l’innovazione tecnologica continua a rafforzare le relazioni con molti stati africani, fornendo a Tel Aviv un’influenza crescente in un continente cruciale per gli equilibri geopolitici globali. Dall’altro, le crescenti pressioni internazionali per una regolamentazione della cyber-sorveglianza rischiano di mettere in discussione la sostenibilità di questa strategia.

Per Israele, il successo a lungo termine dipenderà dalla capacità di adattarsi a un contesto globale sempre più attento alla protezione dei diritti digitali. Per l’Africa, la sfida sarà trovare un equilibrio tra la necessità di sicurezza e la salvaguardia delle libertà fondamentali, evitando che la tecnologia si trasformi in un’arma contro i cittadini stessi.

In un mondo in cui la diplomazia passa sempre più attraverso la tecnologia, Israele si conferma un attore di primo piano, ma i costi di questa leadership potrebbero essere più alti del previsto.

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