Cina, Iran, Usa e la guerra invisibile dei servizi

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La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non si combatte soltanto nei cieli, nei centri di comando, nelle basi militari o nelle infrastrutture nucleari. Si combatte anche dentro i sistemi informatici, nelle reti di intelligence, nei canali di comunicazione clandestini, nelle catene di approvvigionamento tecnologico e nei sospetti che attraversano gli apparati di sicurezza degli Stati autoritari. Per questo Pechino osserva ciò che accade a Teheran con un’attenzione particolare. Non per solidarietà ideologica automatica, ma per interesse strategico.

La storia recente offre un precedente pesante. Tra il 2010 e il 2012, la rete della CIA in Cina subì una delle peggiori compromissioni della storia dell’intelligence americana. Secondo varie ricostruzioni, Pechino riuscì a smantellare una parte rilevante dell’apparato clandestino statunitense, con l’uccisione o l’arresto di decine di fonti. La causa precisa resta discussa, ma una delle ipotesi più inquietanti collega quella catastrofe alla Repubblica islamica iraniana.

L’Iran, all’epoca, cercava di capire come fosse stato possibile l’attacco Stuxnet contro l’impianto nucleare di Natanz. Quel programma malevolo, attribuito a Stati Uniti e Israele, aveva colpito le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio, provocando danni fisici a infrastrutture industriali attraverso un’arma informatica. Era una svolta: il sabotaggio non apparteneva più soltanto al mondo degli esplosivi, delle talpe e delle incursioni militari. Poteva essere inserito nel cuore di un sistema tecnico e trasformare il codice in distruzione materiale.

Secondo alcune fonti, durante quelle indagini Teheran avrebbe scoperto che la CIA usava siti apparentemente innocui per comunicare con i propri informatori. L’informazione sarebbe poi stata condivisa con la Cina, dove l’agenzia americana utilizzava strumenti simili. Se questa ricostruzione è corretta, Stuxnet non produsse soltanto conseguenze sul programma nucleare iraniano. Contribuì indirettamente a una devastazione dell’intelligence statunitense in Cina.

Il nuovo trauma iraniano

Oggi si apre un possibile secondo capitolo. L’operazione congiunta americano-israeliana del 28 febbraio, con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri alti funzionari iraniani, rappresenta un salto di qualità nella guerra di intelligence. Non si tratta più soltanto di sabotare infrastrutture. Si tratta di decapitare il vertice politico e strategico di uno Stato nemico attraverso una combinazione di intelligence umana, penetrazione informatica, sorveglianza, localizzazione e capacità militare di precisione.

Per Pechino, questa operazione è un avvertimento. La Cina non è l’Iran, dispone di apparati di sicurezza molto più vasti, di un controllo interno più sofisticato e di una capacità tecnologica enormemente superiore. Ma il principio resta lo stesso: se gli Stati Uniti e Israele riescono a combinare spionaggio umano, guerra informatica e attacchi mirati contro un alleato strategico di Pechino, allora anche la Repubblica Popolare deve ricalcolare i propri rischi.

Il punto non è che Xi Jinping tema un’operazione identica domani mattina. Il punto è che ogni successo dell’intelligence occidentale contro un regime ostile rafforza la convinzione cinese che la sicurezza dello Stato debba essere totale, preventiva e permanente.

La sicurezza come ossessione del potere cinese

Da quando Xi Jinping è arrivato al vertice nel 2012, la sicurezza nazionale è diventata il centro della politica cinese. Non più un settore tra gli altri, ma il principio ordinatore dello Stato. Sicurezza del Partito, sicurezza tecnologica, sicurezza ideologica, sicurezza sociale, sicurezza alimentare, sicurezza energetica, sicurezza digitale: tutto rientra nella stessa visione.

Xi ha disciplinato il Partito, rafforzato il controllo sulla società e allargato enormemente il concetto di minaccia. La corruzione, in questa visione, non è soltanto un problema morale o economico. È una falla di sicurezza. Un funzionario corrotto può essere comprato. Un ufficiale sottopagato può essere avvicinato. Un quadro locale ricattabile può diventare una porta d’ingresso per l’intelligence straniera.

Negli anni Duemila, la combinazione di corruzione, bassi salari e opacità interna avrebbe favorito la capacità delle agenzie americane di reclutare fonti all’interno dell’apparato cinese. Da qui nasce una delle ragioni profonde delle grandi purghe anticorruzione. Non soltanto eliminare rivali politici, ma chiudere gli spazi attraverso cui potenze straniere potrebbero penetrare nel sistema. La repressione interna, dunque, ha anche una logica di controspionaggio. Ogni epurazione è un messaggio al Partito: nessuno è intoccabile, nessuno è fuori dal controllo centrale, nessuno può costruire reti autonome.

La CIA prova a sfruttare la paura

Naturalmente, questa stessa macchina repressiva produce vulnerabilità. Se dirigenti, ufficiali e funzionari vivono nel sospetto permanente, alcuni possono maturare paura, risentimento o sfiducia. La CIA sembra voler lavorare proprio su questo terreno. La diffusione di video di propaganda rivolti a potenziali fonti cinesi, soprattutto dopo epurazioni di alto profilo nell’Esercito Popolare di Liberazione, dimostra che Washington cerca di trasformare il clima di purga in opportunità di reclutamento.

Il messaggio è chiaro: chi è ambizioso, capace o troppo visibile rischia di essere eliminato dal sistema; meglio allora collaborare con gli Stati Uniti. È una vecchia logica dell’intelligence: reclutare non solo per denaro, ma per paura, vendetta, frustrazione o senso di insicurezza personale. Pechino lo sa. E proprio per questo, dopo ogni crisi internazionale che dimostri la potenza dello spionaggio occidentale, tenderà a rafforzare ulteriormente controlli, verifiche, sorveglianza e disciplina interna.

Tecnologia straniera, catene vulnerabili e autarchia digitale

Un altro punto decisivo riguarda la tecnologia. L’esplosione dei cercapersone usati da Hezbollah nel 2024, attribuita a una sofisticata operazione di penetrazione nella catena di fornitura, ha mostrato quanto possa essere vulnerabile un sistema che dipende da componenti, piattaforme o strumenti esterni. Anche qui la lezione per Pechino è evidente: ogni tecnologia straniera può essere un cavallo di Troia.

La Cina affronta da anni questo problema. Per molto tempo, anche le amministrazioni cinesi hanno usato sistemi operativi occidentali, in particolare Microsoft Windows. Ma da oltre un decennio Pechino spinge per sostituire software, componenti e architetture straniere con alternative interne. Non è soltanto una scelta industriale. È una scelta di sicurezza nazionale.

L’autarchia tecnologica cinese nasce anche da questa paura: che il codice straniero, il componente importato, il programma apparentemente neutro o l’applicazione di uso comune possano diventare strumenti di sorveglianza, sabotaggio o localizzazione. La guerra contro l’Iran, con il ricorso a telecamere, applicazioni religiose, intercettazioni telefoniche e programmi distruttivi, rafforza questa percezione.

Per Pechino, il futuro della sovranità passa dalla capacità di controllare l’intera filiera: chip, reti, sistemi operativi, dati, piattaforme, telecomunicazioni, intelligenza artificiale e infrastrutture critiche.

Valutazione strategica: il controspionaggio diventa offensivo

La Cina non si limita a difendersi. Dispone di capacità offensive considerevoli. Operazioni attribuite a gruppi legati all’Esercito Popolare di Liberazione o al Ministero della Sicurezza dello Stato, come Volt Typhoon e Salt Typhoon, mostrano una strategia più ampia: penetrare infrastrutture critiche, telecomunicazioni, reti logistiche e sistemi sensibili degli avversari.

Volt Typhoon è stato associato alla penetrazione di infrastrutture critiche e alla possibilità di osservare o minacciare la logistica navale americana nel Pacifico. Salt Typhoon, attivo da anni secondo alcune ricostruzioni, avrebbe preso di mira infrastrutture di telecomunicazione per raccogliere informazioni e contrastare intrusioni straniere.

Queste operazioni non sono solo spionaggio. Sono preparazione del campo di battaglia. In caso di crisi su Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale o nel Pacifico occidentale, la capacità di conoscere, disturbare o sabotare reti logistiche americane diventerebbe decisiva.

Dunque, la risposta cinese alla guerra contro l’Iran potrebbe non essere spettacolare né visibile. Potrebbe consistere in un rafforzamento silenzioso delle operazioni informatiche già in corso, in una stretta sui controlli interni, in una revisione dei protocolli di sicurezza dei dirigenti, in un’accelerazione dell’indipendenza tecnologica e in una maggiore cooperazione selettiva con Paesi ostili a Washington.

Cina e Iran: alleanza flessibile, non matrimonio strategico

Il rapporto tra Pechino e Teheran non assomiglia alle alleanze strutturate dell’Occidente, come quelle tra i Paesi anglosassoni. È un rapporto più opportunistico, flessibile, costruito su convergenze pratiche: energia, commercio, opposizione alla pressione americana, aggiramento delle sanzioni, cooperazione diplomatica, tecnologie e talvolta intelligence.

Questa flessibilità è un vantaggio. Non essendoci un’architettura formale troppo visibile, i due Paesi possono condividere informazioni quando conviene e mantenere distanza quando il costo politico è troppo alto. Alcune notizie hanno suggerito che la Cina avrebbe fornito all’Iran coordinate su truppe e attrezzature statunitensi. Se confermato, sarebbe un segnale rilevante: non un’alleanza militare dichiarata, ma una cooperazione operativa contro l’avversario comune.

Tuttavia, oggi l’Iran è indebolito. L’uccisione di parte della sua leadership politica e di intelligence rende incerto il futuro dei canali di collaborazione. Prima di capire se Teheran e Pechino rafforzeranno lo scambio informativo, bisognerà vedere chi controllerà i nuovi apparati iraniani e quale linea adotterà dopo il trauma della decapitazione.

È probabile che, almeno nel breve periodo, la cooperazione più intensa resti quella tra Iran e Russia, perché Mosca e Teheran condividono una dimensione militare e operativa più diretta. La Cina, invece, tende a muoversi con maggiore prudenza. Aiuta, osserva, apprende, ma evita di farsi trascinare in conflitti che possano compromettere i propri interessi economici globali.

Scenari economici: la guerra accelera il disaccoppiamento

La conseguenza economica più importante riguarda il disaccoppiamento tecnologico. Ogni operazione occidentale contro l’Iran rafforza in Cina l’idea che dipendere da software, componenti, semiconduttori, sistemi operativi o infrastrutture straniere sia un rischio esistenziale. La guerra diventa così carburante per l’autonomia tecnologica cinese.

Questo significa più investimenti in semiconduttori nazionali, più controllo sulle imprese tecnologiche, più limitazioni ai prodotti stranieri nelle amministrazioni pubbliche, più attenzione alle reti di telecomunicazione e più pressione sulle aziende cinesi perché riducano esposizioni critiche verso Stati Uniti e alleati.

Ma l’autarchia ha un costo. Sostituire tecnologie straniere richiede tempo, capitali, competenze e sacrifici di efficienza. Non sempre le alternative interne sono equivalenti. La Cina può ridurre la dipendenza, ma difficilmente può eliminarla del tutto nel breve periodo, soprattutto nei settori più avanzati dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale.

La guerra con l’Iran, dunque, non produce solo conseguenze militari. Accelera la frammentazione dell’economia mondiale in blocchi tecnologici sempre meno compatibili.

Geopolitica della paura

Il dato più interessante è che la Cina non ha bisogno di essere direttamente colpita per reagire. Le basta osservare ciò che accade agli altri. L’Iran diventa uno specchio. Hezbollah diventa uno specchio. Il Venezuela diventa uno specchio. Ogni decapitazione, ogni sabotaggio, ogni penetrazione informatica mostra a Pechino ciò che potrebbe accadere a un regime considerato nemico dagli Stati Uniti.

Da qui nasce una geopolitica della paura. La Cina teme l’infiltrazione. Gli Stati Uniti temono l’espansione cinese. L’Iran teme la decapitazione. Israele teme l’accerchiamento regionale. Ciascuno rafforza i propri strumenti di sicurezza, ma così facendo aumenta l’insicurezza degli altri.

Il risultato è una corsa permanente al controllo: controllo dei dati, delle reti, delle persone, dei confini digitali, delle infrastrutture, delle élite, delle comunicazioni e delle filiere produttive.

La lezione di Pechino

Pechino probabilmente non cambierà radicalmente strategia a causa della guerra contro l’Iran. Piuttosto, userà quella guerra per confermare ciò che già pensava: che il mondo è entrato in una fase di competizione totale, nella quale la sicurezza dello Stato coincide con la sopravvivenza del regime.

La risposta cinese sarà quindi prevedibile: più purghe, più controspionaggio, più sorveglianza, più autarchia tecnologica, più operazioni informatiche, più cautela nei movimenti dei vertici, più protezione delle catene di comando e più diffidenza verso ogni infrastruttura straniera.

La guerra invisibile non ha bisogno di dichiarazioni ufficiali. Si combatte nei server, nei telefoni, nei programmi, nei satelliti, nelle ambasciate, nelle università, nelle aziende tecnologiche e nei ministeri. Stuxnet aveva già mostrato che un codice poteva distruggere centrifughe. L’operazione contro Khamenei mostra che l’informazione può uccidere un vertice politico.

La Cina ha tratto la sua conclusione: nella guerra del XXI secolo, chi perde il controllo dei dati perde il controllo del potere. E per il Partito comunista cinese, questa è la minaccia più grande di tutte.