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Benjamin Netanyahu affonda con durezza contro Ronen Bar, direttore del servizio d’intelligence interna (Shin Bet) sul cui licenziamento si è aperta da tempo una crisi costituzionale in Israele, col primo ministro che ha provato a silurare il 59enne alto funzionario il 21 marzo scorso e l’Alta Corte di Giustizia che ha respinto ogni ipotesi.

Bar-Netanyahu a carte bollate

La battaglia è giunta alle carte bollate, con dichiarazioni giurate e prese di posizione in cui i due contendenti sono arrivati ai ferri corti. L’ultima mossa è di Netanyahu, che ieri ha dichiarato come Bar abbia, a suo avviso “massicce e dirette responsabilità” per i massacri di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023. Il direttore dello Shin Bet, ha scritto Netanyahu in una dichiarazione giurata di cui ha dato notizia ieri il Times of Israel, sarebbe stato licenziato per “non essere riuscito a impedire il massacro” e per aver dunque perso la fiducia del governo.

Il leader di Tel Aviv prova così a contraddire la tesi dell’Alta Corte secondo cui Netanyahu avrebbe provato a cacciare Bar per impedire allo Shin Bet di indagare sui presunti episodi di corruzione di funzionari governativi israeliani da parte del Qatar, a lungo primo finanziatore di Hamas nella Striscia di Gaza, che arriverebbero a lambire il cerchio magico del primo ministro. Per Netanyahu Bar avrebbe, nelle giornate precedenti il 7 ottobre, sottovalutato gli allarmi.

Il capo dello Shin Bet ha dichiarato all’Alta Corte che alle 5:15 del giorno delle stragi aveva già aggiornato il governo di Tel Aviv dell’evoluzione della situazione al confine e chiesto di allertare l’Israel Defense Force, mentre secondo Netanyahu “se Bar avesse chiesto alle Idf di prepararsi al massimo livello di allerta e non in stato ‘segreto’, di inviare tutte le forze terrestri e aeree nella regione di confine di Gaza, e se avesse deciso di non ‘evitare azioni su larga scala’, ma piuttosto il contrario, di dare istruzioni alle Idf di avviarle immediatamente, il massacro sarebbe stato evitato”.

Il braccio di ferro tra Netanyahu e Shin Bet

La sfida politica non può celare il dato di fatto che vede il 7 ottobre come un fallimento collettivo delle autorità israeliane, che hanno ricevuto diverse segnalazioni allarmanti circa i preparativi di Hamas da parte dell’intelligence militare (Aman) e del controspionaggio. Il fallimento d’intelligence di Tel Aviv è una prospettiva nota, specie alla luce dell’intercettazione nella giornata del 19 settembre 2023 di un messaggio cifrato di Hamas da parte dell’Unità 8200 dell’Idf, specializzata in operazioni Sigint, che identificava i preparativi degli islamisti per un’offensiva nello Stato Ebraico.

Tutta la comunità dell’intelligence israeliana ne è corresponsabile e ad aprile 2024 Aharon Haliva, direttore dell’intelligence militare si è dimesso ed ha assunto le sue responsabilità per i fatti in questione. Ma se di fallimento si deve parlare, è un fallimento di sistema.

Già ben prima del 7 ottobre su queste colonne scrivevamo della tendenza di Netanyahu a mettere in competizione lo Shin Bet e il Mossad di David Barnea e di spingere su altre priorità securitarie, da un’esacerbazione della minaccia iraniana al sostegno alle opere dei coloni in West Bank, legate più a scelte strettamente politiche del governo nazionalista che da reali esigenze strategiche. Lo scaricabarile su Bar è quantomeno sospetto. I tempi della sua attuazione, politicamente inconciliabili con la narrazione sulla perdita di fiducia di cui Bibi si renderebbe conto un anno e mezzo dopo i massacri. Una testimonianza in più della crisi di potere in atto in Israele, ove Netanyahu vuole restare aggrappato alla sua poltrona a qualunque costo, compresa una guerra a quei servizi segreti che sono lo scudo di Tel Aviv che non ha precedenti nella storia dello Stato ebraico.

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