testo e foto di Matteo Bastianelli
testo e foto di Matteo Bastianelli

Yemen, la guerra segreta

Ho visto un uomo caricato a forza su un camioncino a Sana'a. Cercava di liberarsi dalla presa di una decina di militari che a calci e pugni lo hanno costretto a salire sul retro, mentre altri gli intimavano di non muoversi con le armi puntate contro. Ho visto barricate fatte di mattoni, sacchi di sabbia e rocce. Auto distrutte impilate una sopra all’altra come fossero modelli in miniatura. L’Arabia Felix, nota fin dai tempi degli antichi romani per incenso, mirra e lucrosi traffici commerciali, è ormai un lontano ricordo. Oggi in Yemen c’è soprattutto morte, distruzione e sofferenza. E una pianta di cui tutti si riempiono la bocca masticandone le foglie, fino a deformarsi le guance: il Khat (Qat). Ha un effetto simile a quello dell’anfetamina, non fa sentire la fatica, causa perdita di sonno e di appetito inducendo comportamenti maniacali e iperattività. Una droga perfetta per un Paese affamato dalla guerra, narcotizzato e utilizzato come terreno di scontro tra Arabia Saudita e Iran per l’egemonia nella regione.



L’ennesima guerra per procura che si inserisce nel contesto più ampio dello scontro tra Russia e Stati Uniti, già visto con le stesse modalità in Ucraina e in Siria. Poi ovviamente ci sono i miliardi di dollari spesi dai vari attori negli incontri internazionali per lo shopping di guerra e i resti sbriciolati di una nazione da dividere e ricostruire in futuro. Ma le vere ragioni del conflitto sono andate a farsi benedire insieme al fraintendimento etimologico sull’interpretazione semantica del nome stesso del Paese (“a destra”, “meridionale”, “felice”, “prosperoso”). L’embargo imposto dall’Onu è stato sapientemente aggirato da Usa, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Spagna, che continuano a fare affari con l’Arabia Saudita, beffandosi del Trattato globale sul commercio delle armi.



Il divieto della Germania di esportare armi in Arabia Saudita è stato annunciato nell'ottobre 2018, solo dopo il brutale omicidio del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi. Se la volontà era quella di armare tutti fino ai denti, la missione può dirsi compiuta. Malgrado i proclami dei ribelli Houthi sui muri della capitale recitino le parole “Morte all’America, morte a Israele, dannazione agli ebrei”, scritte in rosso e incorniciate dalle frasi in verde su sfondo bianco “Dio è grande” e “Vittoria all’islam”. Sulla cultura delle armi, l’emulazione del modello americano è lampante in Yemen. Qui i ragazzini non vanno a scuola con pistole o fucili semiautomatici come negli Usa. La maggior parte non va più a scuola, perché finora oltre 340 edifici scolastici sono stati distrutti dai bombardamenti. Ciò nonostante, ho visto bambini soldato un po’ ovunque, dal nord al sud, attraversando circa 100 check-point controllati dalle varie fazioni in lotta e due linee del fronte.




Così i ragazzini si guadagnano 2000 riyal al giorno, l’equivalente di circa cinque dollari. Controllano i veicoli e i permessi di transito di chi ha deciso di viaggiare in quel che rimane di un Paese dilaniato da una guerra civile in corso da quattro anni. Le parole a volte ingannano, volutamente, ma in questa guerra come in tutte le altre, non c’è nulla di civile. Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, si tratta della peggiore crisi umanitaria al mondo, con 20 milioni di persone che hanno bisogno di protezione e assistenza umanitaria a causa della mancanza dei servizi sanitari e delle provviste.

Un terzo della popolazione versa in condizione di insicurezza alimentare; c’è chi muore in casa per le intossicazioni causate dal cibo avariato e chi non ha accesso ad acqua potabile sicura. I pozzi inquinati e l’acqua contaminata, solo nello scorso anno, hanno provocato oltre un milione di casi di diarrea e colera. In questo contesto i civili stanno sopportando una situazione inumana, deliberatamente colpiti da bombardamenti aerei, missili, cecchini, fuoco incrociato, mine antiuomo e pallottole vaganti. Il conflitto ha causato la morte di 10mila persone, tre milioni hanno perso casa e sono sfollati internamente, senza possibilità di lasciare il Paese. A causa dell’inaccessibilità ai media stranieri, a cui raramente viene rilasciato un visto, questa guerra è poco documentata a livello internazionale. Mentre a livello locale è difficile trovare un’informazione che possa sfuggire ai dettami della propaganda, perché le parti in conflitto controllano quasi tutti i media. Non per niente lo Yemen è al 166esimo posto su 180 Paesi nella classifica sulla libertà di stampa di Reporter Senza Frontiere.



Durante il mio viaggio non sono stato al seguito di una parte in conflitto o dell’altra, ma al fianco di medici e infermieri che operano, curano e assistono i malati negli ospedali. Così ho avuto la possibilità di essere un testimone della resilienza della popolazione civile. Osservando e documentando, senza mitizzare chi combatte, dalla parte di chi subisce. Secondo lo Yemen Data Project, un'iniziativa indipendente nata per raccogliere e diffondere i dati sulla guerra in Yemen, su 16.749 attacchi aerei e azioni militari svolte fino al marzo del 2018, per circa un terzo il bersaglio è sconosciuto e per un terzo gli attacchi hanno raggiunto obiettivi non militari, provocando vittime civili. Dal 2015, sia gli attacchi aerei della coalizione a guida saudita che i droni americani impegnati nella “guerra al terrore” hanno causato centinaia di vittime e feriti tra i civili inermi, così come gli Houthi e le forze governative anti-Houthi si sono resi protagonisti di lanci indiscriminati di missili e esplosivi contro i centri abitati.



I danni collaterali di un conflitto che non fa sconti, sotto nessun punto di vista. I prezzi sono aumentati in media del 300% per i generi alimentari. Un sacco di riso da dieci kg è passato dal costare circa sette dollari, prima dell’inizio del conflitto, a 40 dollari nel 2018. Il costo del carburante è aumentato dell'800%: 20 litri prima costavano circa cinque dollari, adesso 40 dollari. Intorno alle pompe di benzina sembra esserci il miele e tante api operose che ogni giorno discutono su come dividerselo. La stessa scena si ripete in ogni città, dal nord al sud. I piedini anneriti dei bambini, gli sguardi persi dei ragazzi e i volti corrugati degli uomini si incorniciano insieme alle bombole di gas, vuote e arrugginite, ordinate in fila. Ognuno in attesa del proprio turno, tutti pronti a pagare 35 dollari per riempire una bombola. Anche in questo caso l’aumento è di circa il 700%.

Verso sud, Sana’a-Ad Dhale

Dall'aeroporto fantasma della capitale, passando per Ad Dhale, roccaforte della resistenza salafita fedele al presidente Hadi, fino a Taiz, Khalas è la parola che si sente pronunciare più spesso. Un termine arabo usato per dire che se ne ha abbastanza di qualcosa, o che quel qualcosa è completamente e irrevocabilmente cancellato, eliminato, finito. Nella Medina (la città vecchia) e nel centro cittadino di Ad Dhale, ho visto il vuoto lasciato dalle bombe. Nel 2015 si è combattuto duramente di fronte alle montagne aspre che circondano la capitale dell'omonimo governatorato. L'assedio dei “ribelli” Houthi, arrivati da Sana’a, qui non ha avuto successo, le forze pro Hadi insieme ai duri salafiti sono riusciti a respingerli.



Ora la linea del fronte è a circa 50 chilometri di distanza. Un residente del posto mi ha confessato che i ribelli morti nella Medina non sono mai stati seppelliti. Li hanno lasciati in strada e gli animali hanno fatto il resto. È pieno di cuccioli tra le macerie. La notte, durante i combattimenti, l'abbaiare continuo dei cani è come un allarme che risuona nelle strade buie e polverose. Neanche le bestie, scarne e macilente come gli uomini, ne possono più delle esplosioni. Nelle istantanee di quei giorni, poco distante dall’ex avamposto militare della Resistenza, i residenti lavoravano duro per ricostruire o rattoppare qualche casa, mentre delle bambine saltavano felici su un trampolino elastico. Tre capre assopite riposavano sui resti di una casa distrutta, di fronte a un panorama mozzafiato. La vita va avanti malgrado tutto. Anche questa è la guerra: spirito di adattamento e speranza di tornare alla normalità.


Davanti all'ospedale Al-Nasser, memoria del passato coloniale inglese, i cartelli ricordano che non è consentito l'ingresso con pugnali, pistole, bombe e fucili. E neanche le bustine di plastica colorata con il Khat sono ammesse. L'accesso alle cure è uno dei problemi maggiori. Da più di due anni il ministero della Salute non paga i salari e gli ospedali pubblici non funzionano più. Solo grazie al supporto delle Ong si riesce a garantire l'accesso gratuito alle medicine e gli interventi di emergenza tra pronto soccorso e sale operatorie. L'altra opzione sono gli ospedali privati, ma lì tutto si paga. Un anziano mi ha raccontato che lì anche se arrivi moribondo e senza speranze prima devi pagare 3000 riyal e poi ti dichiarano morto. Ho visto un dottore in missione da sei mesi osannato dai pazienti e dai loro familiari nelle corsie di un ospedale. Nikos, metà greco metà tedesco, insieme a Wahid, un medico afghano, salva la vita a neonati, ragazzini, vecchi e giovani, combattenti e civili. Ogni giorno, insieme ai colleghi yemeniti. Nikos è diventato medico per vocazione.



All'età di otto anni ha avuto un tumore, i medici che lo hanno salvato sono diventati i suoi “eroi”. E oggi è lui che sta diventando l’eroe per tante persone che arrivano senza soldi e senza speranze nelle corsie verdastre dell’ospedale in cui lavora. La prima causa di mortalità è ovviamente conseguenza delle armi da fuoco, poi gli incidenti stradali, infine comuni malattie e “Happy shooting”. Ogni volta che si celebra un matrimonio in Yemen, qualcuno finisce in ospedale. E di chi muore per sbaglio, mentre altri festeggiano, si dice che era “destino”. Fuori dall’ospedale, un bambino innocente di tre anni ha iniziato a mimare le azioni dei più grandi, puntandomi il suo kalashnikov giocattolo e dicendomi che mi avrebbe ucciso. Che avrebbe ucciso tutti. Ho osservato e fotografato persone, momenti e paesaggi che non potrò mai dimenticare, ma ho anche memorizzato negli occhi immagini che non ho potuto scattare, anche se avrei voluto.

Le radici del conflitto

Per avere una visione d’insieme sul contesto, si devono analizzare anche le cause della precarietà politica in Yemen, che affondano le loro radici in una lunga storia di conflitti. In piccolo, ripropongono le stesse dinamiche in atto in tutto il Medio Oriente. Nel corso del tempo, l’alternanza di dittature, colonialismo, rivoluzioni e interessi strategici esterni hanno segnato il Paese più povero della Penisola arabica, ben oltre l’eterno conflitto tra sunniti e sciiti, le due correnti dell’Islam. Nel 1962, un colpo di Stato contro la monarchia dello Yemen del Nord portò a una guerra civile che si protrasse per otto anni, coinvolgendo Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Unione Sovietica e Stati Uniti. Nel 1967 lo Yemen del Sud ottenne l’indipendenza dai colonizzatori inglesi, ma già 19 anni più tardi visse una brutale, anche se breve, guerra civile. Dal 1978, Ali Abdullah Saleh governò il nord dello Yemen, e da dopo l’unificazione dei due Stati di Yemen del Nord e Yemen del Sud avvenuta nel maggio del 1990, ebbe in mano tutto il Paese, ma le spinte separatiste interne erano destinate a riemergere. Sotto la presidenza di Saleh, la politica interna era basata su uno stretto controllo dell’apparato militare. Clientelismo e misure brutali contro i dissidenti facevano il resto, con una politica estera volta a far scontrare i suoi interlocutori con i suoi avversari. Come accadde tra il 2004 e il 2010 a Saada, quando i sauditi attaccarono a più riprese gli Houthi, affermando ufficialmente che si trattava di difendere l’integrità territoriale del Regno. Malgrado ciò, il governo centrale in Yemen non ha mai avuto un pieno controllo sul territorio: la legittimazione dei gruppi tribali è sempre stata più importante delle leggi nazionali. E la richiesta degli Houthi di porre fine alla crescente emarginazione socio-economica e alla discriminazione religiosa della comunità Zaidi nello Yemen era destinata a riesplodere. La crisi economica, la corruzione e gli attacchi terroristici, che avevano esacerbato nuovamente la questione separatista col sud, favorirono l’ascesa degli Houthi che prima diedero il via alle proteste e poi alla rivoluzione da cui è scaturita l’attuale guerra civile. La tappa intermedia è stata la primavera yemenita, culminata nel 2012 con l’uscita di scena di Saleh, che ha lasciato formalmente il potere al suo vice, Abdrabbuh Mansour Hadi, ma ha continuato a fare il leader del suo partito e a tessere le sue trame controllando gli uomini chiave dell’esercito.

La violenza in Yemen tra 2016 e 2019

Fonte: ACLED (Dati aggiornati al 1 luglio 2019)

Gli attori militari in campo

Non si può semplificare sulla presenza degli attori in campo nel teatro del conflitto se si vuole capire la complessità dei gruppi e degli interessi in gioco. I ribelli zaidi, anche noti come Ansar Allah o Houthi (dal nome del loro precedente leader, Hussein Badr al-Din al-Houthi) sono un movimento politico zaidita hascemita che ha le proprie radici nelle zone montagnose vicino al confine con l’Arabia Saudita. Lo Zaydismo, associato alla corrente dell’islam sciita, è una delle principali sette islamiche nel nord dello Yemen e la parola “hashemita” indica un discendente diretto del profeta dell’islam. Gli Zaiditi hanno governato il nord dello Yemen per un migliaio di anni, fino al 1962, anno della rivoluzione repubblicana, sostenuta dall’Egitto di Nasser. Malgrado ciò, la famiglia reale degli zaidi continuò ad essere venerata per la discendenza diretta dal profeta, e insieme ai suoi sostenitori nel nord e nell’ovest del Paese mantenne un basso profilo fino a quando iniziò la diffusione del Salafismo radicale, appoggiato dall’Arabia saudita e reso possibile dall’ex presidente Saleh. Alla luce di tutto ciò, i tre anni di alleanza tra gli Houthi e Saleh nell’attuale conflitto, risultano ancora più surreali, sebbene dettati solo dall’opportunismo. Le carte si sono scoperte alla fine del 2017, quando Saleh tentò di fare il doppio gioco riaprendo il dialogo con l’Arabia Saudita. Dopo aver ordinato alle sue milizie di combattere contro gli Houthi, in appena due giorni è stato ucciso dai suoi ex alleati mentre tentava di fuggire da Sana’a. I nemici degli Houthi, oltre agli ex di Saleh e al governo di Hadi, sono soprattutto Al Qaeda, gli Usa e Israele. Il loro alleato maggiore è l’Iran. Per questo motivo gli interessi dell’Arabia Saudita, che guida la coalizione araba intervenuta nel conflitto a supporto delle forze governative del presidente attuale, sono messi in discussione proprio alle porte di casa. Lo Yemen fa gola a tutti per la sua posizione strategica, in quanto controlla parte dello stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden. Importante sia per il passaggio del petrolio che come via di commercio.



Inoltre, l’avanzamento degli Houthi e quindi degli sciiti yemeniti potrebbe rafforzare anche la minoranza sciita che di tanto in tanto sfida il potere della monarchia sunnita nell’est dell’Arabia Saudita. Poi ci sono i salafiti, che seguono un'ideologia che fa parte dell'Islam sunnita e sono piuttosto conservatori, c’è l’Islah party, un agglomerato di sceicchi, gruppi religiosi e di business, che includono i Fratelli Musulmani e salafiti ultra-conservatori. Tutti loro, fanno parte della coalizione anti-Houthi. Insieme al movimento del sud “Al Hiraq”, principalmente opposto al nord.



Nel sud-est del Paese, formalmente in mano al governo legittimo, Al Qaeda nella Penisola Arabica, Ansar al-Shari’a e Isis, continuano a sferrare attacchi terroristici, mentre gli Usa cercano di colpire le loro postazioni chiave. Infine, una miriade di milizie e bande armate, che rispondono solo ai propri interessi, continuano a proliferare nel caos. Così si è arrivati alla polveriera attuale, in cui le alleanze vacillano, gli amici diventano nemici e nessuno si fida di nessuno.



Taiz, fuori dall’enclave

La mia terza tappa, dopo Ad Dhale e Sana’a, è la terza città più popolosa del Paese. Taiz, capitale dell'omonimo governatorato, ospita circa 5-6 milioni di abitanti ed è sotto assedio da parte degli Houthi da più di tre anni. Le battaglie vanno avanti sia sul fronte orientale che su quello settentrionale, ma gli scontri più brutali avvengono sul fronte occidentale. Le forze governative di Hadi con il supporto aereo di Riad e di tutti gli attori che compongono il fronte della resistenza, stanno tentando di rompere l’assedio da ogni direzione. In una delle poche scuole rimaste in piedi, la mattina i bambini entrano per studiare e quando escono, a mezzogiorno, arrivano decine di famiglie di sfollati per cucinarsi qualcosa e riposare sotto un tetto. In migliaia sono accampati nelle tende, altri dormono in strada. All’inizio del 2015, quando i ribelli invasero la città, dando inizio ai combattimenti, molti civili lasciarono il centro cittadino. Era stato detto loro che sarebbero potuti rientrare presto, ma la maggior parte di essi ha perso casa ed è andata a insediarsi nell'area periferica di Taiz Hoban, a circa tre chilometri dalla linea del fronte. Qui ho passato dieci giorni, all'interno di una struttura di cinque piani nata come hotel e riconvertita in ospedale: il “Mother and Child Hospital”. Al piano terra c'è l'ambulatorio per le emergenze e il centro per il trattamento del colera. L'affluenza è enorme. Una barriera di cemento anti-auto separa la strada dalle mura dell'ospedale. I venditori ambulanti hanno allestito le loro bancarelle nella via di mezzo. Gelati, dolci, cibo (a volte scaduto), sigarette, vestitini per neonati e mamme. C'è un po' di tutto, compresi i combattenti Houthi a sedere vicino le bancarelle. Dietro di loro gli autisti riposano nei furgoncini, i piedi spuntano fuori mentre qualcuno cerca di dormire sotto il sole che sfiora i 30 gradi nel mese di marzo. Ognuno arriva da un villaggio diverso, un lungo viaggio per godere dell'assistenza medica gratuita. Il piccolo Hassan, tre anni, dato per spacciato in un altro ospedale, è arrivato qui con la zia, la madre aveva perso un altro figlio ed era a casa con sintomi da stress post traumatico. Una famiglia povera, come tante, che sopravvive grazie alla coltivazione e la vendita di Khat. Hassan soffre di anemia Trombocitopenia e malnutrizione, i dottori e gli infermieri che sono riusciti a salvarlo lo hanno ribattezzato “il bambino miracolo”. A 50 metri di distanza, in un altro edificio collegato internamente al Mch, è situato il “trauma center”, dove arrivano soprattutto feriti d’arma da fuoco. Il dottor Taufiq è originario di Aden, ma vive a Taiz e fa spesso il turno di notte. Dopo le 10 di sera non arriva più nessuno. Col coprifuoco è impossibile attraversare la linea del fronte o passare i check-point. Nelle aree in cui vivono, i medici stanno insegnando alla gente come bloccare un’emorragia per permettere ai feriti di resistere la notte e sperare di sopravvivere fino al mattino. Quando arrivano in ospedale è una corsa contro il tempo. Ragazzini feriti da schegge di bombe o rocce frantumate da esplosioni, mentre giocano in strada o nel cortile di casa. Il 18 marzo una ragazza di 25 anni stava facendo il bucato nel quartiere di Al Adena, quando un’esplosione l'ha ferita gravemente, è arrivata insieme al cugino in condizioni critiche. Imar Abdu Najei è il suo nome. Il Dott. Taufiq insieme ad altri medici e infermieri cercavano di stabilizzarla: quattro trasfusioni di sangue e il trasferimento in un’altra struttura. Imar ce l'ha fatta, ma ha perso entrambe le gambe. I medici aspettano sotto lo stesso cielo, col rombo degli aerei e la polvere negli occhi, vivendo quotidianamente con la paura che qualcosa di orrendo e irrimediabile possa accadere. Alcuni mesi fa un loro collega, Ebraheem Abdulrahman Abdo Mohammed, uscito per fare spesa, è arrivato poco dopo al trauma center, in fin di vita. Quando hanno riconosciuto il loro amico, erano tutti in lacrime. A causa delle difficili condizioni di vita, si era trasferito con la famiglia da Aden a Al-Hoddiada e infine a Taiz.




Era felice del suo lavoro di sorvegliante al Mch, col suo stipendio riusciva a sfamare la madre, i due fratelli e la sorella. Ebraheem, era un ragazzo gentile, sorridente e di cuore, morto a 24 anni quando un bombardamento colpì un mercato locale. Ora uno dei suoi fratelli è stato assunto al suo posto. I dialoghi di pace sono falliti già molte volte e sembra che nessuno voglia davvero mettere a tacere le armi. Molti analisti citano la Bosnia come termine di paragone per lo Yemen; si fa sempre più largo l’idea di un ipotetico congelamento del conflitto attraverso la divisione del paese in un mosaico etno-religioso in grado di garantire gli interessi di tutti. Ossia, di nessuno. In applicazione del motto latino del divide et impera, rielaborato in chiave mediorientale, sulla pelle dei civili yemeniti.



testo e foto di Matteo Bastianelli
progetto grafico di: Sara Salmoiraghi progetto grafico di: Sara Salmoiraghi