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Spazio

La Russia brevetta una stazione spaziale capace di generare gravità artificiale

La Russia brevetta una stazione spaziale rotante con gravità artificiale per ridurre i rischi della microgravità dopo la fine della ISS.
Rotating Space Station Free Pik

Da oltre vent’anni la Stazione Spaziale Internazionale rappresenta il laboratorio principale per lo studio della vita umana nello spazio, ma ha anche messo in evidenza un limite che nessuna tecnologia attuale è riuscita a superare completamente: la microgravità. Anche con protocolli di allenamento rigorosi, gli astronauti che trascorrono mesi in orbita sperimentano una progressiva perdita di densità ossea, atrofia muscolare e cambiamenti nel sistema cardiovascolare.

Questi effetti – ampiamente documentati – pongono seri interrogativi sulla sostenibilità di missioni ancora più lunghe, come quelle verso Marte o lo spazio profondo. È in questo contesto che la società spaziale russa Energia – di proprietà statale – ha ottenuto un brevetto per una nuova architettura di stazione spaziale progettata per generare gravità artificiale.

Secondo quanto riportato dai media statali russi e dalla documentazione brevettuale, il sistema sarebbe in grado di produrre circa 0,5g di gravità, ovvero la metà di quella terrestre. I ricercatori ritengono che questo livello parziale potrebbe ridurre sensibilmente i danni fisiologici associati alla permanenza prolungata in assenza di peso. Il brevetto arriva inoltre in un momento delicato: mentre la comunità spaziale internazionale si prepara alla dismissione della ISS prevista intorno al 2030, cresce l’interesse per nuove soluzioni che rendano più sicura e sostenibile la presenza umana nello spazio.

L’architettura rotante descritta nel brevetto

Il sistema brevettato da Energia si basa su un modulo assiale centrale che integra componenti statici e rotanti, collegati attraverso una giunzione flessibile ermeticamente sigillata: questo elemento è fondamentale perché consente la rotazione di una parte della struttura senza compromettere l’integrità dei volumi pressurizzati. Attorno all’asse centrale sono collegati radialmente i moduli abitabili, che ruotano per generare una forza centrifuga percepita dall’equipaggio come gravità. La documentazione indica che, con un raggio di circa 40 metri e una velocità di rotazione di circa cinque giri al minuto, il sistema potrebbe raggiungere facilmente i 0,5g di gravità. Le illustrazioni allegate al brevetto mostrano anche una configurazione modulare, pensata per essere assemblata in orbita tramite lanci multipli.

Un aspetto centrale del design è la disposizione dei componenti meccanici: cuscinetti, guarnizioni e sistemi di trasmissione che governano la rotazione sono concentrati su un lato del guscio rotante. Questa scelta progettuale punta a ridurre il rischio che un singolo guasto possa bloccare il movimento dell’equipaggio o isolare intere sezioni della stazione. Le porte di attracco – sia assiali che radiali – consentirebbero l’aggiunta graduale di moduli abitabili, mantenendo l’equilibrio strutturale del sistema durante le fasi di assemblaggio e funzionamento.

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I problemi storici della gravità artificiale

Il concetto di gravità artificiale accompagna l’esplorazione spaziale fin dagli albori, ma i tentativi precedenti hanno sempre incontrato ostacoli apparentemente insormontabili. Progetti come il Nautilus-X della Nasa prevedevano grandi strutture rotanti collegate a corridoi centrali, ma sollevavano preoccupazioni sulla sicurezza: un guasto in un singolo punto di connessione avrebbe potuto intrappolare l’equipaggio o rendere inaccessibili intere sezioni. Anche i concetti più recenti – inclusi quelli proposti da aziende commerciali – richiedono che i veicoli in visita sincronizzino la loro rotazione con quella della stazione prima dell’attracco, aumentando il rischio di collisioni e la complessità operativa.

Il brevetto di Energia affronta direttamente queste criticità, prevedendo una sequenza di assemblaggio in cui i moduli si agganciano inizialmente a porte assiali non rotanti e vengono successivamente trasferiti alle porte radiali. Nonostante ciò, il progetto rimane concettuale: una stazione di queste dimensioni richiederebbe difatti numerosi lanci e un complesso processo di assemblaggio in orbita. Il brevetto rappresenta dunque un’importante evoluzione progettuale basata sulle lezioni del passato, ma non una soluzione pronta per l’implementazione immediata.

Un segnale strategico nell’era post-ISS

Energia e le autorità russe non hanno ancora annunciato finanziamenti né una tabella di marcia per la costruzione della stazione rotante con gravità artificiale. Questo rende chiaro che – almeno per ora – il progetto resta sulla carta, ma di sicuro il significato del brevetto va oltre la sua realizzabilità immediata. Con la fine programmata della Stazione Spaziale Internazionale, le principali potenze spaziali stanno esplorando nuove architetture: stazioni commerciali, piattaforme nazionali e habitat per missioni nello spazio profondo. In quest’ottica, il progetto russo segnala un rinnovato interesse per una tecnologia considerata da molti essenziale per il futuro dei voli umani di lunga durata.

La possibilità di offrire una gravità parziale costante potrebbe ridurre la perdita ossea e muscolare, diminuire i rischi cardiovascolari e semplificare la riabilitazione dopo le missioni. Allo stesso tempo, una stazione di questo tipo fornirebbe un laboratorio unico per studiare gli effetti della gravità parziale sul corpo umano. Inoltre, la proposta russa non può non essere letta anche attraverso la lente politica: con l’incertezza sul futuro dell’ISS e in un contesto di forti tensioni con Stati Uniti ed Europa, la Russia sta cercando di riaffermare la propria indipendenza nello spazio.

Se, come previsto, la ISS verrà dismessa nei prossimi anni, il Cremlino intende sfruttare questa opportunità per consolidare la propria posizione, puntando a progetti innovativi che possano rinforzare il suo prestigio e la sua influenza sulla scena internazionale. In questo senso, la stazione spaziale russa non è solo un ambizioso progetto scientifico, ma una vera e propria dichiarazione di autonomia strategica.

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