La competizione spaziale sta vivendo una seconda giovinezza, e questa volta non è soltanto una questione di prestigio ma una sfida che intreccia tecnologia, geopolitica e sicurezza strategica. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di costruire un reattore nucleare da 100 kilowatt sulla superficie della Luna entro il 2030, una decisione che segna un salto di scala rispetto ai precedenti progetti da 40 kW e che mira a garantire energia costante e indipendente per le future basi abitative e di ricerca sul satellite terrestre.
Un simile impianto non rappresenterebbe soltanto un passo decisivo verso la colonizzazione lunare e la successiva esplorazione di Marte, ma diventerebbe anche un segnale politico inequivocabile rivolto a Russia e Cina, già al lavoro su iniziative parallele.
Il contesto internazionale spiega molto di questa accelerazion: Pechino sta testando il lander Lanyue e, insieme a Mosca, punta a costruire una stazione lunare entro il 2035, con la possibilità di includere un proprio sistema di energia atomica. Washington, temendo di perdere il vantaggio tecnologico e di trovarsi esclusa da aree strategiche del satellite, ha deciso di muoversi in anticipo.
Come ha sottolineato Sean Duffy, amministratore ad interim della NASA, un reattore sulla Luna non è soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un presidio geopolitico, perché permette di istituire zone di sicurezza intorno agli impianti e limitare di fatto l’accesso ad altri attori.
Dal punto di vista ingegneristico, il progetto si fonda su anni di ricerca nel campo della fissione spaziale e su modelli sperimentali già testati sulla Terra: i reattori dovranno resistere a condizioni estreme, con oscillazioni termiche tra il calore diurno e i -200 gradi notturni, operare in assenza di atmosfera e garantire sicurezza durante il trasporto, poiché verrebbero inviati nello spazio in stato “non attivo”. Le dimensioni saranno contenute: un modulo grande quanto un container commerciale, capace però di alimentare le strutture vitali di un avamposto lunare e di costituire la spina dorsale energetica di una futura presenza permanente nello spazio.
Energia nucleare per la colonizzazione lunare
L’elemento più critico della vita sul nostro satellite è la gestione dell’energia: un giorno lunare equivale a quattro settimane terrestri, con due settimane di luce continua seguite da due di buio totale, un ciclo che rende poco affidabile il ricorso esclusivo all’energia solare e ai sistemi di accumulo. Per alimentare habitat, laboratori, rover e sistemi di supporto vitale serve una fonte stabile, capace di funzionare senza interruzioni. Ecco perché l’energia nucleare emerge come la soluzione più immediata e realistica, superiore anche all’ipotesi di insediamenti limitati alle zone polari, dove la luce solare è quasi costante ma insufficiente a garantire autonomia a lungo termine.
Il reattore da 100 kW immaginato dalla NASA potrebbe coprire le necessità energetiche di un insediamento iniziale, fornendo elettricità per abitazioni, esperimenti scientifici e sistemi di comunicazione. Le dimensioni ridotte e la capacità di operare in condizioni estreme lo rendono ideale per un contesto inospitale come quello lunare. Inoltre, questo progetto rappresenta una prova generale per la futura colonizzazione di Marte, dove la durata delle missioni e la distanza dalla Terra rendono ancora più indispensabile una fonte di energia autonoma e affidabile.
Il programma Fission Surface Power, avviato già nel 2022 con contratti preliminari a BWX Technologies, Lockheed Martin e startup come Oklo, prevede ora un avanzamento ambizioso: da 40 a 100 kilowatt di potenza e un ciclo operativo di almeno dieci anni. Questo tipo di reattore, progettato per funzionare in modalità sicura e non attiva durante il lancio, verrebbe assemblato in moduli trasportabili e poi attivato direttamente sulla superficie. Secondo gli ingegneri della NASA, un sistema del genere fornirebbe non solo energia elettrica, ma anche calore, indispensabile per mantenere operative le attrezzature durante la notte lunare.
La sfida maggiore sarà la conversione efficiente dell’energia, con l’utilizzo di materiali avanzati in grado di resistere a temperature estreme. Nonostante ciò, molti esperti del settore, come Sebastian Corbisiero dell’Idaho National Laboratory, sottolineano che non si tratta di fantascienza, bensì di una tecnologia “assolutamente fattibile” con le capacità industriali attuali.
La geopolitica della Luna e la corsa agli armamenti
La Luna, formalmente dichiarata bene comune dell’umanità dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro geopolitico: nessun Paese può rivendicarne la sovranità, ma la possibilità di creare “zone di sicurezza” intorno a installazioni sensibili, come un reattore nucleare, apre la porta a una territorializzazione di fatto. Un impianto di questo tipo comporta infatti limitazioni all’accesso per motivi di sicurezza, il che significa che chi arriva per primo può stabilire aree interdette agli altri.
È questo il nodo strategico che più preoccupa Washington: Russia e Cina, che già collaborano su progetti spaziali, potrebbero utilizzare il pretesto di un impianto energetico per riservarsi ampie porzioni della superficie lunare, limitando la libertà operativa degli altri. Gli Stati Uniti, inserendo il proprio reattore nel quadro degli Artemis Accords, firmati da oltre cinquanta Paesi, intendono presentare l’iniziativa non come un gesto di appropriazione unilaterale, ma come garanzia di accesso multilaterale e di protezione delle infrastrutture comuni.
Dietro questa partita si nasconde anche la dimensione militare: la Luna diventerà presto l’high round strategico, come lo sono oggi le orbite terrestri. Un avamposto energetico permanente, pur non violando il divieto di installare armi nucleari nello spazio, rappresenta un vantaggio tattico considerevole. Avere energia costante significa poter alimentare sistemi di difesa, comunicazione e osservazione, trasformando il satellite in una piattaforma logistica di valore inestimabile. In questo contesto, il reattore nucleare non è soltanto un generatore di corrente, ma il simbolo di un nuovo equilibrio di potere che si gioca a 384 mila chilometri dalla Terra.
Proprio per questo, la NASA insiste sulla necessità di arrivare prima di Mosca e Pechino, temendo che un loro successo porterebbe alla creazione di vere e proprie “zone di esclusione” intorno agli impianti nucleari. Sean Duffy, a tal proposito, ha parlato chiaramente di una “seconda corsa allo spazio”, in cui l’energia non è solo un mezzo tecnico ma il fattore che determina chi controlla le operazioni.
Se Pechino o Mosca riuscissero a piazzare il loro reattore per prime, potrebbero imporre restrizioni operative agli americani, alterando profondamente l’equilibrio internazionale e proprio in questo scenario, gli Stati Uniti puntano a trasformare il progetto in una leva diplomatica. Ma ciononostante, gli analisti avvertono che il confine tra cooperazione e competizione sarà sempre più sottile e soggetto a tensioni.
Il futuro del suolo lunare: tra cooperazione e rivalità
Se i progetti in corso verranno realizzati, il paesaggio lunare del prossimo decennio potrebbe apparire molto diverso da quello immaginato finora: da deserto silenzioso e incontaminato, la superficie della Luna rischia di trasformarsi in un grande parco tecnologico, costellato di basi, reattori, rover e antenne di comunicazione. Gli Stati Uniti, la Cina e la Russia guidano la corsa, ma anche l’Europa e altri attori emergenti come India e Giappone sono intenzionati a ritagliarsi un ruolo. Progetti come Moonlight dell’Esa, Selene dell’Enea o il sistema di navigazione Lupin mostrano che il Vecchio Continente non è disposto a rimanere spettatore, pur dovendo fare i conti con limiti di bilancio e dipendenze tecnologiche.
La riflessione che emerge è che la colonizzazione lunare non sarà determinata soltanto dall’innovazione ingegneristica, ma soprattutto dalle regole politiche e giuridiche che verranno stabilite. L’Outer Space Treaty del 1967 non è più sufficiente a regolare un contesto in cui le infrastrutture permanenti e le zone di sicurezza stanno diventando la norma. Per evitare che la Luna si trasformi in una nuova arena di rivalità imperiali, sarà necessario elaborare un quadro normativo aggiornato, capace di bilanciare cooperazione e competizione, garantendo accesso a tutti e prevenendo conflitti.
Il reattore nucleare entro il 2030 rappresenta dunque molto più di un progetto scientifico: è il banco di prova della futura governance spaziale. Deciderà se l’umanità sarà capace di costruire un ordine condiviso al di là della Terra o se ripeterà, nello spazio, le stesse dinamiche di conflitto e appropriazione che hanno segnato la storia sulla superficie del nostro pianeta.
Gli osservatori internazionali sottolineano che il successo o il fallimento di questo progetto diventerà il punto di partenza per discutere un nuovo trattato globale sull’uso delle risorse extraterrestri. La prospettiva di una “economia lunare” basata non solo sull’energia, ma anche sull’estrazione di ghiaccio e materiali rari, rende urgente definire norme chiare prima che la competizione degeneri. Non è un caso che India e Giappone abbiano già avviato collaborazioni mirate per non restare esclusi dalla futura governance spaziale.
Parallelamente, gli Stati Uniti spingono affinché i partner occidentali sostengano un modello di gestione aperto e multilaterale, temendo che senza regole comuni la Luna diventi terreno di nuovi nazionalismi. In altre parole, il reattore della NASA non sarà soltanto un impianto energetico, ma anche la miccia di una riflessione collettiva sull’ordine politico ed economico che guiderà l’esplorazione spaziale nei prossimi anni.

