Nell’autunno del 2024, l’Iran ha lanciato un’iniziativa ambiziosa: formare una nuova generazione di esperti del settore spaziale, selezionati tra gli studenti dei Paesi BRICS. Non è un semplice programma accademico, ma un’operazione a forte contenuto geopolitico, tecnologico e strategico, pensata per contrastare gli effetti delle sanzioni occidentali e rilanciare il ruolo della Repubblica Islamica nel club emergente delle potenze non occidentali.
Il programma, gestito dall’Iranian Space Research Center sotto la guida dell’Agenzia Spaziale Iraniana (ISA), mette a disposizione 32 borse di studio – suddivise fra studenti undergraduate, master e dottorandi – in discipline che vanno dalla progettazione di sistemi satellitari alla meccanica orbitale. Ma al di là delle cifre, ciò che conta è il messaggio: l’Iran vuole diventare un polo scientifico per i Paesi emergenti, utilizzando la cooperazione nello spazio come leva di legittimazione internazionale.
Dal 2024, con l’ingresso formale nel gruppo BRICS, l’Iran ha trovato una nuova cornice diplomatica per contenere l’isolamento occidentale. La partecipazione a iniziative come la BRICS Satellite Constellation – una rete per la condivisione di dati satellitari – dimostra la volontà di Teheran di integrarsi in piattaforme multilaterali alternative. Tuttavia, il blocco BRICS è tutt’altro che monolitico: se Russia e Cina sostengono attivamente l’Iran, altri membri come India e Brasile mantengono riserve, soprattutto quando le tensioni tra Israele e Teheran si intensificano.
Satelliti, razzi e visioni a lungo termine
Il programma di formazione si affianca al rilancio delle attività operative: nel luglio 2025 l’Iran ha messo in orbita il satellite Nahid-2, lanciato dal cosmodromo russo di Vostochny grazie a un razzo Soyuz. Il satellite, costruito da tecnici iraniani, è progettato per operare per almeno due anni. Parallelamente, è prevista per il 2025 l’entrata in funzione del Chabahar Space Center, infrastruttura chiave per trasformare l’Iran in piattaforma di lancio anche per terzi entro il 2030.
Ma non tutto fila liscio: i ritardi nei lanci di Pars 1B e Pars 2, previsti e poi rinviati, testimoniano la fragilità organizzativa del programma. La dipendenza da partner esterni – come Mosca per i lanci o Pechino per l’accesso ai dati – rivela la difficoltà di costruire una vera autonomia tecnologica.
Il programma di formazione ha anche una funzione interna: contrastare la continua emorragia di giovani talenti, attratti da università europee e nordamericane. Coinvolgere studenti stranieri dei BRICS è un modo per creare massa critica nei laboratori iraniani, specialmente nelle università di eccellenza come Sharif, Amirkabir e Iran University of Science and Technology. Ma anche qui emergono limiti: mancano dati ufficiali su quanti studenti abbiano realmente aderito, e resta il dubbio che molti partecipanti vengano selezionati più per ragioni politiche che scientifiche.
Tecnologia e deterrenza: l’ambiguità del programma
L’espansione del programma spaziale iraniano è guardata con sospetto in Occidente. L’utilizzo di razzi come Safir e Simorgh, oltre alle affermazioni ambiziose sulle capacità di lancio, hanno alimentato il timore che dietro le velleità scientifiche si nascondano sviluppi missilistici a doppio uso. Stati Uniti e Israele non lo nascondono: per loro, ogni satellite iraniano è anche un test balistico mascherato.
L’Iran gioca su più tavoli: scienza, geopolitica, economia. Il programma BRICS è una scommessa per accreditarsi come attore globale nonostante l’assedio economico. Ma tra sanzioni, ritardi tecnici e alleanze fragili, il margine di manovra resta stretto. Se saprà trasformare il capitale umano in know-how tecnologico reale, Teheran potrà ritagliarsi un ruolo di rilievo nel nascente ordine multipolare. In caso contrario, l’iniziativa rischia di restare una vetrina diplomatica più che un motore d’innovazione

