La guerra dei dazi degli Stati Uniti contro la Cina rischia di danneggiare profondamente il business di Elon Musk, al tempo stesso magnate, funzionario pubblico (direttore del Dipartimento per l’efficienza governativa) e consigliere ascoltatissimo dal presidente Donald Trump. L’uomo più ricco del mondo vive da tempo una situazione estremamente delicata.
Il dilemma cinese di Musk
Da un lato, le sue aziende hanno aggiunto valore e capacità produttiva agli Usa, spinto l’innovazione in diversi settori (dall’auto elettrica allo spazio) e garantito a Washington non solo ricadute industriali virtuose ma anche veri e propri avanzamenti nella sicurezza nazionale, principalmente grazie a SpaceX, alle costellazioni satellitari Starlink e ai lanciatori Falcon che hanno ridato agli Usa l’accesso autonomo alle orbite.
Dall’altro, Musk ha mostrato una visione politica aperta all’idea dell’America First trumpiano e orientata a una graduale sostituzione dello Stato col ruolo dei privati, ma al contrario di molti tecno-oligarchi impegnati a diventare alfieri delle politiche dela destra conservatrice e populista, da Alex Karp a Peter Thiel, non ha mai focalizzato la sua attenzione sull’idea di costruire una “dottrina della sicurezza nazionale” applicata all’economia. Se Karp può dire che la sua Palantir lavora per la sicurezza dell’Occidente, Musk non ha mai rinunciato a fare affari con Paesi rivali degli Usa, Cina in testa. E negli ultimi tempi è legittimamente preoccupato per le fortune delle sue imprese.
Tesla, già di per sé, vive una fase difficile proprio a causa della Cina per la concorrenza serrata di attori come Byd che ne stanno erodendo i margini e i vantaggi competitivi. Ma Musk viene messo sotto pressione anche per il fatto che il nuovo clima di rivalità di sistema danneggia gli affari di SpaceX, vero gioiello della corona dell’uomo più ricco del mondo, che nonostante il primato della sicurezza sull’economia oggi sempre più diffuso nelle logiche industriali e produttive continua ad avere un legame sistemico con la Cina.
Il giornalista d’inchiesta Lee Fang ha fatto notare nella sua newsletter che le autorità commerciali statunitensi hanno registrato oltre 3mila spedizioni destinate a SpaceX lo scorso anno, aggiungedo che l’azienda di Musk “dipende fortemente dalle fabbriche gestite da aziende di Taiwan nella Cina continentale, tra cui quelle di ESON Precision Engineering, Lite-On e HonHai Precision Industry”.
Capitali cinesi in SpaceX? L’inchiesta di ProPublica
Inoltre l’organizzazione giornalistica ProPublica, citando dei documenti giudiziari inediti, ha nella giornata dello scorso 26 marzo rivelato che SpaceX “consentirebbe agli investitori cinesi di acquistare quote della società, a condizione che i fondi vengano instradati attraverso le Isole Cayman o altri centri segreti offshore”. L’azienda di Musk non è, al contrario di Tesla, quotata in Borsa e la stabilità del suo valore, in costante ascesa e protetto dalle fluttuazioni di mercato, è perno del patrimonio di Musk, che ne possiede il 42% delle azioni per un valore oggi pari a 150 miliardi di dollari secondo i calcoli di Forbes.
ProPublica ha posto in evidenza il fatto che, da appaltatore della Difesa e della Nasa, SpaceX si troverebbe in una condizione politicamente complessa qualora venisse dimostrato che fondi cinesi sono entrati, indirettamente, nel suo capitale chiuso agli investitori senza autorizzazione all’ingresso di nuovi soci in un’azienda che non è una public company. Per l’organizzazione questo va letto in parallelo al fatto che “il governo statunitense accusa la Cina di adottare una strategia sistematica volta a utilizzare anche investimenti di minoranza per assicurarsi un potere di influenza sulle aziende di settori sensibili, nonché per ottenere un accesso privilegiato alle informazioni sulle tecnologie all’avanguardia”.
Musk, il cortocircuito del magnate libertario
Musk, da magnate libertario, pone le logiche del mercato e dell’interesse aziendale di fronte a ogni altra priorità. In assenza di un divieto esplicito, si muove per massimizzare l’interesse delle sue aziende, e questo crea un’asimmetria in una fase in cui il potere politico mostra il ritorno in campo della sua supremazia in materia di affari e commercio.
Non a caso Musk si è scontrato col consigliere di Trump per il commercio, Peter Navarro, sui dazi e nel suo intervento da remoto al congresso della Lega di Matteo Salvini ha chiesto, nella giornata di sabato, l’azzeramento dei dazi contro l’Unione Europea in caso di discussione di un accordo di libero scambio. Un modo per parlare a nuora perché suocera intenda e guardare agli affari dell’economia americana nel suo complesso, invitando a una riduzione delle tariffe lo stesso governo di cui è stretto consigliere.
Musk sa che di fronte a una competizione geoeconomica accelerata i suoi affari potrebbero chiedere una profonda ristrutturazione a livello di filiera, di organizzazione, di capitalizzazione e di localizzazione produttiva. Del resto, il suo business è considerato non neutrale dagli avversari degli Usa.
I rivali degli Usa puntano SpaceX
SpaceNews, citando il rapporto “Global Counterspace Capabilities: An Open Source Assessment” della Secure World Foundation nota in particolare il fatto che “Starlink è diventato un obiettivo primario per le nazioni avversarie dopo aver dimostrato la sua utilità militare in Ucraina in seguito all’invasione russa del 2022” e che per molte potenze “con la crescente dipendenza dalle risorse spaziali, la competizione per controllare o negare l’accesso allo spazio non potrà che intensificarsi, con gli operatori commerciali sempre più coinvolti nel fuoco incrociato delle tensioni geopolitiche”.
Musk è sotto assedio da più fronti e rischia, dunque, di essere assieme ai suoi business uno dei magnati più penalizzati da una competizione economica che esalta la politicizzazione del capitalismo contemporaneo. Un contrappasso tutt’altro che secondario per un oligarca che, sul fronte interno, politicizza ogni questione ma rischia di esser messo sotto scacco dalla sottovalutazione dei grandi affari globali.

