Il caso Starlink-Ucraina spinge l’Europa a costruire un’alternativa ai satelliti americani

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Quanto successo nelle ultime settimane in Ucraina, con il sostanziale ridimensionamento dell’accesso delle forze armate di Kiev al servizio di comunicazione satellitare Starlink gestito da SpaceX e al correlato apparato a uso militare Starshield, nel pieno del conflitto e degli attacchi missilistici e dei dronti russi, è una lezione che non poteva passare inosservata in un’Europa sempre più attenta a cercare l’autonomia strategica in campo tecnologico e militare.

Un graduale rallentamento delle capacità operative spaziali di sostegno alle truppe che fronteggiano l’invasione russa, dovuto al freno del servizio sviluppato dall’azienda di Elon Musk, su cui si dibatte se l’ordine sia arrivato dalla Casa Bianca o dall’uomo più ricco del mondo, è una lezione anche per il Vecchio Continente: la dipendenza da un’infrastruttura esterna o controllata da un attore di valore sistemico superiore come gli Usa può creare una problematica a tutto campo, a maggior ragione quando in gioco ci sono attori privati con unprofondo inserimento nel sistema militar-industriale-tecnologico come i conglomerati di Musk.

Distinguere tra sistemi privati e interessi strategici degli apparati statuali Usa è sempre più difficile quando in gioco ci sono questioni critiche come la sicurezza nazionale, l’assistenza a Paesi alleati o il ruolo che questi sistemi hanno nella conduzione di operazioni militari. Volodymyr Zelensky e l’Ucraina se ne sono resi conto quando l’amministrazione Trump ha pressato per una riduzione degli attacchi in profondità sulle raffinerie russe, imputandovi un ruolo nell’impennata mondiale dei prezzi del petrolio e dei prodotti raffinati. BetaKit ha posto in campo un dilemma sulla sostenibilità di tale dipendenza per quanto riguarda il Canada. E anche nel contesto europeo il dibattito è aperto.

Ora più che mai, nota The Public Purview, “‘l’Europa ha bisogno di una produzione interna nel settore della difesa più forte, di comunicazioni satellitari resilienti e di capacità di intelligence indipendenti”, fatto che “non significa abbandonare la Nato o scontrarsi con Washington” ma “garantire che la sicurezza europea non dipenda interamente da decisioni prese altrove”. I Paesi dell’Unione Europea non sono finora rimasti immobili e in tal senso da tempo il discorso sull’autonomia strategica è all’ordine del giorno tra i decisori del Vecchio Continente.

Europa alla prova dei fatti

Da fine 2024 ha preso piede la messa a terra operativa del sistema europeo Iris2, che potrà fornire un’architettura pensata proprio per supplire alla dipendenza da apparati stranieri come la stessa Starlink e che sta venendo sviluppata da un consorzio formato dalla lussemburghese Ses, dalla spagnola Hispansat e dalla francese Eutelsat denominato SpaceRISE e dal cui impegno, nota Euronews, dovrà emergere una rete che “si amplierà fino a raggiungere 348 satelliti, di cui 330 in orbita terrestre bassa e 18 in orbita terrestre media” mentre “altri 66 satelliti aggiuntivi sono destinati specificamente a rafforzare i servizi di difesa, sicurezza e di emergenza”. Creare ridondanza, resilienza e profondità nei collegamenti può essere una scelta per accelerare l’autonomia strategica europea nello spazio, anche se dovrà chiaramente in futuro emergere una precisa condotta operativa per ottimizzare i flussi informativi e l’uso di questa costellazione.

In tal senso, Iris2 non è l’unico progetto europeo a tutto campo in cui è allo studio un’alternativa strategica all’infrastruttura satellitare americana e c’è in incubazione, potenzialmente, un altro attore che in futuro potrebbe scendere in campo come campione europeo nello spazio e, dunque, del settore dei satelliti: parliamo dell’ipotizzata joint-venture Project Bromo, in cui l’italiana Leonardo, la francese Thales e la compagnia europea per eccellenza, Airbus, intendono far confluire le rispettive divisioni spaziali per creare un attore in grado di fornire capacità e scala prospettica alle ambizioni del Vecchio Continente. Il 35% sarebbe in mano ad Airbus, il restante 65% spartito equamente tra Leonardo e Thales.

Le tre aziende fanno da tempo pressione su Bruxelles per rimuovere gli ostacoli che possono contribuire a tale progettualità e a fine settembre il Financial Times scriveva che esse “sono impegnate in intense trattative con i funzionari antitrust dell’Ue per negoziare possibili soluzioni che consentano di ottenere l’approvazione della fusione”, con il Ceo di Leonardo Lorenzo Mariani che ha auspicato un via libera nel 2027 da parte dell’Ue, mentre la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dato un esplicito incoraggiamento all’affare, che resta ora sotto analisi e scrutinio in attesa di una decisione definitiva. Gli scenari strategici potenzialmente sdoganabili da questa intesa andranno valutati a bocce ferme e dopo che si sarà capito se la partnership prenderà piede, ma il fatto che si stia pensando a altre manovre su spazio e satelliti oltre al progetto Iris2 mostra la vivacità del tessuto europeo. Starlink e Starshield restano eccellenze e la capacità europea di trovarsi in modo di poter avere una alternativa all’altezza andrà testata sul campo. E del resto anche l’Alleanza Atlantica avrebbe di che essere rafforzata da un dinamico consolidarsi delle prospettive comunitarie in campo spaziale e satellitare, che farebbe sentire anche una voce europea diversa da quella americana facendo contare, parallelamente, di più il Vecchio Continente sul piano decisionale. I fatti dimostreranno se si tratta di una prospettiva credibile.

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