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Aprile 1970. La Guerra Fredda non è soltanto una tensione diplomatica: è una corsa silenziosa ma implacabile verso il futuro, combattuta con satelliti, missili e capsule che attraversano il vuoto. Il 13 aprile, a bordo della missione Apollo 13, un’esplosione squarcia la calma apparente del volo verso la Luna. “Houston, we’ve had a problem here“, comunica Jack Swigert dalla plancia, e pochi istanti dopo la voce di James “Jim” Lovell ripete, con il tono fermo di chi sa di parlare non solo per sé ma per la storia: “Houston, we’ve had a problem“. Non c’è dramma teatrale, non c’è urgenza urlata: eppure quelle parole, trasmesse attraverso il silenzio cosmico, arrivano a Terra come un colpo di artiglieria in un conflitto che si combatte non con le armi, ma con la scienza e il prestigio internazionale. Nei salotti americani e sovietici, nei centri di comando e nelle redazioni, il messaggio è chiaro: qualcosa è andato storto nella missione simbolo della supremazia tecnologica americana.

I nastri originali della NASA raccontano una realtà diversa da quella entrata nell’immaginario collettivo. Quelle parole, trasmesse in un silenzio siderale, raggiungono il centro di controllo come un colpo di cannone: non più un glorioso balzo verso la Luna, ma un allarme lanciato in una crisi che supera ogni retorica patriottica. La forma originale, “we’ve had”, indicava un fatto già accaduto, un guasto già in atto, e non una catastrofe imminente. Ma il presente scelto dal film Apollo 13 di Ron Howard nel 1995 trasformò la frase in un manifesto universale della crisi.

Il perché è semplice: il presente è immediato, viscerale, capace di far percepire a chi ascolta che il pericolo è ora, proprio mentre le parole vengono pronunciate. Da quel momento, quella sequenza di cinque parole smise di appartenere solo alla NASA e divenne patrimonio comune della cultura popolare. Ma dietro la leggenda cinematografica c’era la realtà di un equipaggio che, a oltre 300.000 chilometri dalla Terra, vedeva dissolversi ogni certezza di rientro. L’esplosione di un serbatoio di ossigeno nel modulo di servizio aveva compromesso i sistemi vitali: senza energia, con riserve d’acqua limitate e una temperatura in calo, la missione non era più un viaggio verso la Luna, ma una lotta disperata per sopravvivere.

Jim Lovell non era un novizio dello spazio. Nato nel 1928 a Cleveland, Ohio, aveva già pilotato Gemini 7, aveva comandato Gemini 12 e aveva fatto parte dell’equipaggio di Apollo 8, la prima missione a orbitare intorno alla Luna. Era un uomo forgiato nella disciplina militare e temprato dalla responsabilità del comando. Nel contesto geopolitico del tempo, Lovell non era solo un astronauta: era un ambasciatore silenzioso della tecnologia americana, un volto umano della corsa allo spazio contro l’Unione Sovietica. Durante l’emergenza di Apollo 13, la sua voce rimase calma anche quando i calcoli di traiettoria e le soluzioni ingegneristiche sembravano più una scommessa che una certezza. Nessun proclama, nessuna retorica patriottica: solo la lucidità di un ufficiale che conosce il peso di ogni ordine e il valore di ogni secondo. Lontano dalle telecamere, il suo vero eroismo fu trasformare la paura in procedura, il panico in disciplina.

Dopo il trionfo di Apollo 11, Washington puntava a trasformare l’allunaggio in una dimostrazione di potenza reiterata, segno che il primo successo non era stato un colpo isolato, ma l’inizio di una supremazia stabile nello spazio. Apollo 13, terza missione con allunaggio previsto, doveva consolidare quell’immagine e chiudere ogni margine di recupero propagandistico per Mosca. L’esplosione di un serbatoio d’ossigeno trasformò il viaggio verso la Luna in una lotta disperata per sopravvivere.

In quegli istanti, la NASA si trovò di fronte a una sfida a due facce: tecnica e strategica. Sul piano operativo, ogni procedura era da reinventare: energia razionata, temperatura in caduta libera, rotta da correggere. Sul piano politico, la perdita dell’equipaggio avrebbe rappresentato un trionfo mediatico per l’Unione Sovietica, pronta a dipingere il programma Apollo come una corsa sconsiderata e fallimentare. Il centro di controllo di Houston diventò, per tre giorni, un campo di battaglia silenzioso: calcoli balistici, simulazioni notturne, soluzioni improvvisate con mezzi di fortuna. Nessun proclama, nessuna retorica urlata: solo la concentrazione di un’intera nazione sotto lo sguardo vigile — e critico — del mondo.

Il 7 agosto 2025, a Lake Forest, Illinois, Jim Lovell si è spento all’età di 97 anni. La notizia ha attraversato le agenzie di stampa internazionali come una trasmissione radio captata a bassa frequenza: chiara, ma intrisa di malinconia. Con lui scompare uno degli ultimi protagonisti diretti dell’epopea spaziale americana che aveva come sfondo la rivalità con l’URSS. Se negli anni Settanta la sua voce aveva rappresentato la calma nella tempesta, oggi il suo silenzio segna la fine di un’era in cui ogni missione spaziale era un capitolo di una più ampia narrazione geopolitica. Gli archivi della NASA, i filmati in bianco e nero, le cronache di quei giorni diventano ora più che mai reliquie di un tempo in cui l’umanità guardava al cielo non solo per esplorare, ma per affermare un primato.

Oggi “Houston, we have a problem” è un’espressione usata con leggerezza nei contesti più disparati: in politica, nello sport, nelle conversazioni quotidiane. Ma dietro questa banalizzazione resta intatto il significato originario: il riconoscimento lucido e immediato di una crisi, e la capacità di affrontarla con competenza. Quando il modulo di comando Odyssey ammarò nell’Oceano Pacifico, il 17 aprile 1970, il mancato allunaggio era ormai secondario.

Apollo 13 si era trasformata da potenziale catastrofe a dimostrazione di resilienza tecnologica e coesione nazionale. Persino la stampa sovietica, pur filtrando l’episodio, riconobbe l’impresa tecnica del salvataggio. Richard Nixon celebrò l’equipaggio e il team NASA come simbolo della capacità americana di “trasformare il fallimento in vittoria”. La NASA definì Apollo 13 un “successful failure” — un fallimento di successo — perché, nonostante l’obiettivo scientifico fosse mancato, l’impresa di riportare a casa l’equipaggio fu una dimostrazione straordinaria di ingegno e cooperazione. Lovell incarna ancora oggi un modello di leadership che non ha bisogno di proclami: la fermezza senza arroganza, il coraggio senza spettacolo. E se il presente cinematografico della frase ha conquistato il mondo, il passato reale di quelle parole resta un monito e un’ispirazione. Nel buio dello spazio e nella storia degli uomini, a volte riconoscere il problema è il primo passo per salvarsi.

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