Dalla peste alla Sars passando per il nuovo coronavirus. Lo Yersina pestis e i due temibili coronavirus sono stati cullati, in epoche e contesti differenti, dalla stessa provincia cinese. Siamo nello Yunnan, nella Cina meridionale, a pochi passi dal triplice confine con Vietnam, Laos e Cambogia. Questa provincia, assieme a quella limitrofa del Guandong, ha visto transitare sul proprio territorio agenti patogeni più o meno pericolosi. È solo un caso o forse c’è una spiegazione scientifica?

Per capirlo bisogna per forza analizzare lo Yunnan. Solo in questo modo saremo in grado di rispondere a tutte le domande e a capire cosa dovrebbe essere fatto per non “risvegliare” i temibili virus (e batteri) situati in quella zona. Il discorso, ovviamente, vale per tutte le altre zone rosse del pianta, ovvero per tutte quelle aree in cui i contatti tra esseri umani e animali selvatici sono così numerosi da facilitare la zoonosi.

Si chiama così, usando il termine scientifico, il salto di specie che possono effettuare i virus quando si realizzano determinate condizioni favorevoli. Detto altrimenti, l’estrema vicinanza tra gli uomini e le bestie facilita l’apparizione nel regno umano di malattie potenzialmente nocive e letali per la nostra specie. Malattie che fino a quel momento erano prerogativa di pipistrelli, pangolini, uccelli e via dicendo.

Geografia e storia

Diamo un’occhiata ai vari iter geografici delle due malattie citate. Sars-1 si è irradiata dal Guandong mentre Sars-CoV-2 da Wuhan. In entrambi i casi la fonte prossima potrebbe essere lo Yunnan. Su questo non vi è ancora alcuna certezza, anche se la provincia citata è senza ombra di dubbio la culla evolutiva di entrambe le pandemie considerate.

Passiamo adesso alla peste, che recentemente ha fatto parlare di sé per alcuni casi registrati a cavallo tra la Mongolia e la Mongolia Interna. Nel ‘200 i mongoli penetrarono nello Yunnan, all’epoca governato da Kublai Khan. È qui che l’esercito invasore entrò in contatto con il patogeno attraverso i roditori selvatici, particolarmente diffusi nella regione, ed esportò la peste nell’Asia Centrale. In seguito sono stati i colonizzatori inglesi, a causa di motivazioni commerciali, ad aizzare per una seconda volta la peste, che in breve riuscì a diffondersi a Hong Kong e in India.

Alla larga dai virus

Sembrerà banale, ma il primo consiglio che gli esperti danno per evitare che possano scoppiare pandemie globali è quello di non risvegliare gli agenti patogeni dormienti. Sia chiaro, questi microrganismi non dormono nel verso senso della parola. Se ne stanno semplicemente all’interno di vari animali selvatici che fungono da serbatoi, e sono in grado di mantenere un simile equilibrio per millenni.

Quando però l’uomo si “avvicina” troppo – e per una durata continuativa – a tali serbatoi, può succedere il disastro come avvenuto recentemente in occasione della pandemia di Covid-19. Non conosciamo ancora l’origine esatta del Sars-CoV-2, ma si presume che tutto possa essere partito da un pipistrello. O meglio: dalla ipotetica mutazione di un virus comune in certe specie di pipistrelli.

Il punto è che questi chirotteri sono abituati a convivere “pacificamente” con gli stessi virus. Non accade così agli esseri umani, travolti dal nuovo coronavirus mediante un ospite intermedio, ancora sconosciuto. Nel caso della Sars, si tratta di una civetta delle palme; nel più recente coronavirus, si pensa possa essere un pangolino. Ma come e dov’è che avverrebbe il salto di specie?

Un esempio banale: nei wet market, giusto per indicare un luogo ad alto rischio. Un luogo in cui animali selvatici portatori di vari virus vengono macellati sul posto, e dove il loro sangue finisce a contatto con i venditori, con il rischio di innescare un disastro sanitario. L’urbanizzazione e la continua erosione degli ambienti naturali hanno inoltre costretto gli animali a vivere sempre più in mezzo agli uomini. Il problema è che molte specie, come abbiamo visto, sono portatrici di virus più o meno letali. Restare alla larga vuol dire non risvegliare in alcun modo quei patogeni.