Il respiro è affannoso, la tosse è secca e la febbre non scende neppure con i classici antinfiammatori. Mancano poche settimane all’evento più atteso del Paese, il Capodanno cinese, e nessuno in Cina vuole saltare la tradizionale cena in famiglia per colpa di una brutta influenza. Un 65enne di Wuhan deve arrendersi a un presunto malanno stagionale che costringe l’uomo al ricovero presso l’ospedale centrale della sua città, a due passi dal Mercato del pesce di Huanan, di cui il paziente era cliente abituale.

Il 27 dicembre i medici dell’istituto sanitario ricevono una doccia fredda. Le analisi di un campione prelevate dall’uomo ed effettuate da un laboratorio di Canton evidenziano quello che nessuno si sarebbe mai aspettato. Quella di cui soffre il paziente non è un’influenza. Si tratta di qualcosa mai visto prima: un nuovo coronavirus.

Pochi giorni dopo il capo del dipartimento per le emergenze dell’ospedale dell’ospedale, Ai Fen, si ritrova tra le mani un altro caso simile. Un’altra cartella con lo stesso risultato del test. La dottoressa legge sull’etichetta: Sars. Subito pensa a un errore, perché la Severe acute respiratory syndrome, malattia virale che tra il 2002 e il 2003 aveva gettato la Cina nell’incubo, era sparita dalla circolazione.

Allarme inascoltato

In ogni caso la dottoressa capisce subito di avere tra le mani una bomba a orologeria. Avvisa i colleghi che il 65enne e tutti gli altri pazienti che mostrano i suoi stessi sintomi potrebbero essere affetti da una malattia contagiosa. Fen posta su WeChat l’immagine della cartella ricevuta e crea le basi per le prime agitazioni all’interno della comunità scientifica locale. Un’infezione polmonare simile alla Sars a pochi giorni dal Capodanno cinese, quando milioni di famiglie si riuniscono per passare un po’ di tempo insieme: proprio non ci voleva.

Questo è probabilmente il ragionamento che fanno le autorità di Wuhan. Poco importa se negli altri ospedali della città ci sono molti altri casi simili a quello del 65enne cliente del Mercato di Huanan: è importante non rompere l’armonia della società. Ai Fen informa i superiori ma riceve una mezza lavata di capo. La Commissione sanitaria cittadina ha ordinato di non parlare del misterioso virus per non creare il panico tra la popolazione. La dirigenza dell’ospedale ricorda alla dottoressa che pubblicare informazione su quella malattia era proibito. A gennaio Fen contrae il Covid-19, mentre la direzione ospedaliera ha cambiato la descrizione della malattia presente sulle cartelle. Non più polmonite virale ma ”generica infezione”.

Una ”banale influenza”

Quella malattia non era una banale infezione generica e neppure semplice influenza. Era la Sars-Cov-2, cioè il nuovo coronavirus. Basti pensare che i primi casi sospetti di pazienti ricoverati in un altro ospedale non risalgono al 27 dicembre ma al 16 dello stesso mese. Tutti avevano febbre alta e non rispondevano a nessun farmaco. Questa è l’intera testimonianza di quanto accaduto in quei giorni raccontata dalla stessa Ai Fen alla rivista People. “I pazienti continuavano a crescere dopo la chiusura il primo gennaio del mercato ittico di Huanan, indicato inizialmente dalle autorità come il probabile epicentro dell’infezione”, ha ricordato la donna. Ormai la situazione è critica. Era evidente che la trasmissione di quell’agente patogeno avveniva da uomo a uomo. Eppure le autorità locali hanno informato di questo aspetto non trascurabile soltanto a metà gennaio.

I giorni passano e a Wuhan si vive come sempre. I malati affetti dal virus misterioso aumentano ma i numeri sono ancora bassi. A gennaio si parla di una quarantina di contagiati, 11 dei quali in gravissime condizioni. Il 9 gennaio il Covid-19 fa la prima vittima ufficiale in Cina: un uomo di 61 anni, anch’egli cliente del Mercato del pesce di Huanan. Il presunto epicentro dell’infezione viene chiuso ma i casi continuano ad aumentare. Il 14 gennaio l’Organizzazione mondiale della Sanità, avvisata di quanto sta accadendo a Wuhan, twitta che non ci sono prove chiare ”della trasmissione da uomo a uomo del nuovo coronavirus identificato a Wuhan”.

La notizia di quanto sta accadendo a Wuhan arriva anche a Pechino. Il governo centrale invia sul posto alcuni esperti, fra cui Wang Gungfa, direttore del reparto di medicina polmonare dell’ospedale della Prima Università di Pechino. Parlando con i media, e dopo un’attenta ispezione, il signor Wang è stato chiaro: la situazione non è grave ed è sotto controllo. Poco dopo anche lui viene contagiato e ricoverato per colpa del virus.

Esplode la bomba

La notizia dell’infezione si diffonde. Ormai è impossibile insabbiare quanto sta accadendo a Wuhan. Incurante del rischio, o forse ignaro delle conseguenze, il 18 gennaio il sindaco locale, Zhou Xianwang, invita i cittadini al XXI banchetto di Capodanno. Decine di migliaia di persone rispondono al suo appello, riunendosi in strada e portando il cibo da casa. L’obiettivo? Entrare nel Guiness dei primati per il più alto numero di piatti serviti a un singolo evento. Secondo le indiscrezioni, a quell’evento ci sono oltre 40mila famiglie. Ma non è finita qui, perché le stesse autorità di Wuhan distribuiscono più di 200mila biglietti alla cittadinanza per invogliarla a partecipare alle attività previste in vista del Capodanno cinese.

La bomba è già esplosa ma soltanto il 21 gennaio, diciotto giorni dopo la prima morte per Covid-19, il noto epidemiologo cinese Zhong Nanshan ammette alla tv pubblica che il nuovo coronavirus di cui tutti stanno parlando si sta diffondendo tra gli esseri umani. Poche ore più tardi Pechino impone il lockdown totale di Wuhan e dell’intera provincia dello Hubei. Nel frattempo 5 milioni di cittadini hanno lasciato Wuhan per incontrare i propri cari. Il danno ormai è fatto e il disastro imminente. Dal momento che Wuhan è uno dei crocevia principali di tutta la Cina, in breve il virus si diffonde nel resto del Paese.

L’importanza di Wuhan

Prima che diventasse tristemente nota in tutto il mondo per essere l’epicentro della pandemia di Covid-19, Wuhan non era una città molto conosciuta al grande pubblico. Partiamo dal suo nome. Wuhan deriva dall’unione delle prime sillabe di Wuchang, Hankou e Hanyang, cioè le tre città che nel 1949, anno della salita al potere del Partito comunista cinese, furono riunite per formare quella che sarebbe diventata il capoluogo della provincia dello Hubei. Wuchang si trovava sulla riva destra del Fiume Azzurro, nei pressi della foce del Fiume Han, mentre le altre due città sorelle erano situate sulla riva sinistra. Oggi Wuchang, Hankou e Hanyang sono tre aree urbane della megalopoli.

Da un punto di vista storico, ci sono almeno tre episodi da citare. Nel 1911 i sostenitori di Sun Yat Sen assaltarono e occuparono una stazione di polizia di Wuhan. È l’inizio della cosiddetta rivolta di Wuchang, un episodio che provocò la caduta della dinastia Qing – che per ben quasi quattro secoli aveva dominato la Cina – e la creazione della Repubblica di Cina. Negli anni ’20, questa città divenne la capitale del governo nazionalista di sinistra di Wang Jingwei, in opposizione a quello di Chiang Kai Shek. Infine, con Mao Zedong a guidare l’ex Impero di Mezzo, Wuhan beneficiò di importanti investimenti che la trasformarono in uno dei principali centri dell’industria pesante del Paese.

A causa della conformità del suo territorio, in passato ricco di laghi, era soprannominata (e lo è tutt’ora) ”Città dei cento laghi” ma anche ”Città Azzurra”, poiché tagliata in due dalle acque dei citati Fiume Azzurro e Fiume Han. Insomma, troppo poco per sbaragliare la concorrenza di altre località e fare breccia nel cuore di turisti e viaggiatori. Chi aveva sentito parlare di Wuhan negli anni precedenti allo scoppio dell’epidemia provocata dal nuovo coronavirus, infatti, aveva ben altre ragioni per conoscerla: non turistiche ma commerciali e industriali.

Poi è arrivato il Covid-19, che ha trasformato Wuhan in una città prigione. Eppure, prima dell’apocalisse, la megalopoli di 11 milioni di abitanti era uno dei cuori pulsanti della Cina del XXI secolo. Per via della sua posizione geografica nel cuore della Cina, il capoluogo dello Hubei è stato denominato ”Chicago cinese”, mentre il fatto di accogliere moltissime grandi fabbriche legate all’industria automobilistica l’ha trasformata in una specie di ”Detroit cinese”.

Un centro nevralgico

Wuhan è letteralmente un centro nevralgico per gli spostamenti di persone e cose attraverso la Cina. Stiamo parlando di un hub logistico chiave nella mappatura dei trasporti cinesi, visto che il capoluogo dello Hubei si trova in mezzo all’incrocio di due fondamentali direttrici autostradali. La prima è la linea nord-sud, che collega la capitale Pechino a Guangzhou, a due passi da Hong Kong; la seconda è invece la tratta est-ovest, quella che unisce Chengdu a Shanghai. Sempre da Wuhan, parte anche un collegamento che porta dritto a Xian, antica capitale del Paese nonché oggi fondamentale crocevia della Nuova Via della Seta.

In città ci sono tre stazioni ferroviarie, le cui rotte combaciano praticamente con quelle autostradali appena elencate. Per andare da Wuhan a Shanghai in auto occorre percorrere oltre 800 chilometri; con un treno ultra veloce si copre la stessa distanza in quattro ore. Una delle stazioni chiave è quella di Hankou, a pochi isolati dal Mercato del pesce di Huanan, ovvero il presunto ground zero dell’epidemia di Covid-19.

Capitolo trasporto aereo: gli aeroporti cittadini sono tre. Il Wuhan Tianhe è lo scalo internazionale, tra l’altro molto attraente sia per le compagnie aree che per gli operatori turistici. Il motivo è semplice: usato come scalo di una tratta internazionale che non termina in una destinazione cinese (ad esempio Milano-Tokyo), consente a chiunque sbarchi all’aeroporto di usufruire della possibilità di fermarsi in Cina per 144 ore (sei giorni) senza bisogno di visto. Wuhan può inoltre contare su una metropolitana di nove linee (altre erano e sono in costruzione), che nel 2018 hanno trasportato quasi 3 milioni di passeggeri.

Grazie agli efficienti collegamenti, cella Città Azzurra e nei suoi dintorni risiedono enormi aziende (soprattutto automobilistiche) che danno lavoro a migliaia e migliaia di dipendenti e sfornano decine di migliaia di pezzi per i più rinomati marchi del mondo. Qualche esempio? General Motors, Toyota, Renault, Honda e Psa. Una marea di joint ventures che hanno trasformato Wuhan in un polo industriale cinese di primissimo livello.

Scendendo nel dettaglio, la città è composta da tre zone di sviluppo nazionale, quattro parchi di sviluppo scientifico e tecnologico, più di 350 istituti di ricerca, oltre 1.600 imprese hi-tech e sedi di varie multinazionali globali. Basti pensare che Wuhan ha attratto una cinquantina di aziende francesi, tra cui Carrefour, Air France, Alcatel, Alstom e Total; più di un terzo degli investimenti totali francesi in Cina, sono concentrati proprio qui. All’appello non mancano, inoltre, colossi americani come Walmart e altri nomi di caratura internazionale, da METRO a Honeywell.

L’epidemia si diffonde

L’esplosione di Covid-19 è partita dal centro della città. Secondo le prime ricostruzioni, le autorità ritengono che il ground zero dell’epidemia sia da collocare nel Mercato di Huanan, nel distretto di Hankou, in una zona nevralgica e a due passi dalla stazione ferroviaria che prende il nome dal medesimo distretto.

Considerando gli 11 milioni di abitanti e i numerosi collegamenti con il resto della Cina e del mondo, è facile capire perché il virus si sia propagato alla velocità della luce. Come se non bastasse la logicista e il commercio, a Wuhan ci sono anche oltre 120 istituti di istruzione superiore, tra cui due delle dieci milgiori università di tutto il Paese (l’Università di Wuhan e l’Università di Scienza e Tecnologia di Huazhong).

Era il 23 gennaio quando le autorità chiedevano ai cittadini cinesi di non lasciare la città né tanto meno di recarvisi, se non in casi speciali e di stretta necessità. Nello stesse ore furono cancellati tutti gli eventi all’aperto indetti a Wuhan in vista del Capodanno cinese dell’allora imminente 25 gennaio. L’isolamento totale della megalopoli causò subito i primi disagi tra la popolazione. L’amministrazione locale rassicurò gli animi spiegando che Wuhan aveva ”sufficienti riserve di materie prime, cibo e dispositivi di protezione medica” e che i cittadini non dovevano farsi ”prendere dal panico né accumulare beni”. Nel frattempo sui social cinesi stavano circolando immagini poco confortanti di supermercati presi d’assalto da una folla impaurita e smarrita.

A detta degli esperti, Wuhan aveva tutte le caratteristiche per originare una sorta di ”epidemia perfetta”. Michael Osterholm, direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy dell’Università del Minnesota, ne spiegò così i motivi al Wall Street Journal: ”Si tratta di una città densamente popolata, con numerosi mercati di animali vivi dove si mescolano persone, maiali, pipistrelli o altri mammiferi potenzialmente infetti”. Il resto è storia recente: vittime, pazienti infetti, sirene delle ambulanze, infermieri in prima fila. L’8 aprile la Città Azzurra si è risvegliata da un lockdown di 76 giorni. Tra rigide misure di controllo e prevenzione, Wuhan è ripartita. Ma tornare ai tempi d’oro non sarà una passeggiata.

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