Non solo serie televisive, K-Pop, film e creme di bellezza. Dalla Corea del Sud, terra del soft power all’ennesima potenza, è ormai arrivata – e si è consolidata – una nuova tendenza: quella del cibo made in Korea. Lo chiamano hansik o più semplicemente K-Food, abbreviazione di Korean Food. È esotico ma non troppo. È popolare tra giovani e giovanissimi grazie alle fiction in onda su Netflix ma, soprattutto, presenta diverse prelibatezze non impossibili da cucinare in casa, acquistando il necessario nei supermercati e seguendo, passo dopo passo, uno dei tanti ricettari coreani che hanno invaso le librerie nostrane.
Nel corso degli ultimi anni i ristoranti coreani si sono moltiplicati pressoché in ogni capitale europea. È difficile fornire cifre esatte, visto che esistono molti locali che servono cibo coreano ma che sono gestiti da proprietari di altre nazionalità. Parigi guida la comunque tendenza, con quasi 90 ristoranti, mentre a Milano se ne contano 21. Il K-Food è soltanto l’ultimo ingrediente del soft power coreano ad aver fatto breccia nel cuore degli europei. Da quando, nel 2007, è stato imbracciato dal Governo per promuovere le sue tradizioni culinarie oltre confine, sono spuntati decine di corsi presso scuole di cucina e centri culturali di tutto il mondo, oltre a numerosi festival legati allo street food.
Kimchi e bibimbap: i re del K-Food
Impossibile non iniziare dal kimchi, il piatto forte della cucina coreana, composto da verdure fermentate con spezie e disponibile in decine di varianti. Spesso servito come contorno, può essere aggiunto anche a zuppe e stufati. In Corea del Sud ne vengono consumate 2 milioni di tonnellate ogni anno. Pare, inoltre, che più del 90% dei sudcoreani lo mangi regolarmente ogni giorno.
Scendendo nei dettagli, il kimchi viene preparato con cavolo cinese, ravanello coreano, aglio, zenzero e peperoncini. Le verdure vengono salate e messe in salamoia, quindi fermentate con una coltura di batteri dell’acido lattico. Il processo di fermentazione conferisce al kimchi il suo sapore unico: tra l’aspro e il piccante, a seconda della variante.
Menzioniamo poi i kimbap (o gimbap), involtini di riso ricoperti di alghe e ripieni di ogni genere di ingrediente e il bibimbap, un piatto che mescola riso, verdure, uova e carne marinata (ne abbiamo parlato qui). Dallo street food citiamo invece il tteokbokki, una torta di riso ripiena di formaggio, l’hotteok, un pancake caldo di farina di riso glutinoso ripieno di zucchero, i corn dog sudcoreani, wurstel ricoperti da una panatura croccante fatta di patatine fritte e infilati in stecchini, e l’eomuk, una polpetta di pesce.
E da bere? Abbiamo il makgeolli, un vino di riso spesso abbinato a cibi saltati in padella, e il soju, un distillato che ha una gradazione alcolica compresa solitamente tra il 12,9% e il 53%.
Cultura, moda, business, soft power
Il K-Food racchiude in sé la cultura di un Paese e la moda del momento. Ma la cucina sudcoreana è anche un business sempre più ricco, nonché un concentrato di soft power che consente a Seoul di farsi conoscere nel miglior modo in ogni angolo del pianeta.
Qualche anno fa Anthony Bourdain, il defunto chef e autore statunitense, aveva definito il cibo sudcoreano abbastanza buono da curare il jet lag. E non è un caso che oggi molti dei turisti stranieri che visitano Seoul si dirigano verso le strade trafficate di Myeongdong, che è diventata la mecca dello street food sudcoreano.
Nel frattempo il governo coreano si è prefissato l’obiettivo di raddoppiare le dimensioni dell’industria alimentare nazionale, per raggiungere il valore di 300 trilioni di won (226,5 miliardi di dollari) entro il 2027, rispetto ai 152 trilioni di won registrati nel 2021.
Come parte del piano, il richiamato ministero dell’Agricoltura, dell’Alimentazione e degli Affari Rurali punta anche ad un’espansione del 51% del numero di ristoranti coreani all’estero, per arrivare a oltre 15mila locali entro il 2027 rispetto ai 9.923 rilevati 2020.