In Italia, a partire dal 2025, l’accesso ad alcuni siti web contenenti materiali pornografici e di gioco d’azzardo andrà incontro ad una sostanziale trasformazione.
L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha infatti approvato nuove linee guida per proteggere i minori da contenuti potenzialmente dannosi. Di conseguenza, tra qualche settimana, chiunque vorrà entrare in uno dei portali sopra indicati dovrà prima verificare la propria età. In che modo? Attraverso, presumibilmente, lo Spid, oppure la Carta d’Identità Elettronica (Cie), il futuro IT Wallet oppure mediante applicazioni o altri metodi di autenticazione sviluppati dai fornitori dei suddetti servizi.
L’azione delle autorità mira tecnicamente, come detto, a tutelare i minori garantendo al contempo la privacy di tutti gli altri utenti. Concentrando l’attenzione sulla pornografia, che cosa succederà limitando il più possibile l’accesso ai cosiddetti siti hard?
In attesa di capire meglio come si concretizzeranno le linee guida dell’Agcom, possiamo dare un’occhiata ad alcune società che hanno letteralmente vietato, e non solo limitato, come nel caso italiano, il porno online (e non solo quello).
La guerra dell’Asia alla pornografia
In gran parte dell’Asia, soprattutto dove l’influsso della cultura confuciana è ancora radicato nella società, ci sono diversi Paesi nei quali la pornografia, intesa come produzione e distribuzione di materiali pornografici, è semplicemente proibita.
Divieti rigorosi sono presenti in Cina, Myanmar, Laos, Vietnam e in Corea del Nord: in questi Stati qualsiasi tipo di pornografia risulta essere del tutto illegale ed il suo perseguimento da parte della legge rigoroso ai massimi livelli. Colpa di Confucio, la cui dottrina morale, ancora influente persino in nazioni guidate da Partiti comunisti, considera la sessualità come un tabù e proibisce la discussione sul sesso.
Importanti restrizioni per la pornografia anche in nazioni come Thailandia (qui, a dire il vero, è vietata del tutto) e Filippine (fortemente limitata), per non parlare dei Paesi a maggioranza islamica, come Malesia, Indonesia e Pakistan, dove è assolutamente illegale.
A Singapore non è un crimine o un’offesa visitare siti web pornografici e visualizzarne il contenuto (fatta eccezione per il download, che è proibito) ma è considerato illegale diffondere qualsiasi forma di pornografia dall’interno del Paese ed essere in possesso di materiale pornografico. Limitazioni in India e, ancor più stringenti, in Corea del Sud e Giappone.
La risposta della società
Come si vive, dunque, in Paesi dove consumare pornografia è, oltre ad essere contro la legge, molto più complicato che non autorizzare la propria età per accedere a siti borderline come accadrà presto anche in Italia? I riscontri non sono positivi. Se, in superficie, la superficie del mare è piatta, in profondità si creano mulinelli e correnti pericolosissime.
Prendiamo i casi di Giappone e Corea del Sud. L’industria del porno made in Japan fa registrare numeri da capogiro e si stima possa valere più di 20 miliardi di dollari, con guadagni di 24 bilioni all’anno. Secondo alcune statistiche, il Paese produce il doppio dei film a luci rosse degli Stati Uniti: oltre 5.000 titoli all’anno, quindi circa 14 pellicole pornografiche al giorno.
Il Giappone – dietro alla Corea del Sud – è inoltre il secondo Stato al mondo per la quantità di soldi spesi dai suoi cittadini per l’intrattenimento hard. Fino alla metà degli anni ’90 era considerato osceno mostrare peli pubici e genitali degli adulti, anche all’interno della stessa pornografia. Resta in atto l’articolo 175 del codice penale del 1907, secondo cui “una persona che distribuisce, vende o visualizza in pubblico un documento osceno, disegno o altri oggetti deve essere punita con la reclusione con lavoro per non più di 2 anni, una multa di non più di 2.5000.000 yen”.
I casi di Giappone e Corea del Sud
All’ombra di Tokyo c’è una sottile linea d’ombra. Le autorità tollerano ogni allusione sessuale fin tanto che non vi sia un effettivo rapporto sessuale tra i soggetti. Dunque: via libera ad annunci con donne quasi nude su giornali, locali a luci rosse e perversioni di ogni tipo, mentre i fumetti e i film, invece, proponendo un rapporto completo, sono censurati.
E la Corea del Sud? A Seoul, dove è in corso una crociata senza quartiere al deepfake porn, è vietatissima la distribuzione di materiale pornografico di ogni tipo. Insomma, anche se non esiste una legge scientifica a dimostrarlo, guardando all’esempio di Giappone e Corea, i divieti o le limitazioni al porno, soprattutto in Paesi democratici, se non attuati con razionalità e intelligenza rischiano di generare pericolosi effetti indesiderati…

