In principio si pensava che il Sars-CoV-2 provenisse dalla Cina, da qualche angolo sperduto dell’ex Impero di Mezzo. Adesso quell’ipotesi, tutt’ora plausibile, è però messa in discussione da un paio di scoperte scientifiche. Innanzitutto c’è da considerare quanto emerso in seguito alla missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) nella provincia cinese dello Hubei. Al termine di quattro settimane dense di lavoro, il team dell’agenzia con sede a Ginevra ha raccolto un po’ di materiale inedito utile per fare luce sulle origini del misterioso virus.

Dalle analisi effettuate su alcuni campioni raccolti a Wuhan lo scorso dicembre, è emerso che il Covid era già diffuso in Cina molti mesi prima di essere stato individuato dai medici a cavallo tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Esclusa la pista del laboratorio (definita dagli esperti “estremamente improbabile”), e appurata la quasi sicura origine naturale del virus, resta da capire qual è l’animale dal quale è partita la scintilla che ha provocato la pandemia. Bisogna, inoltre, ancora stabilire il luogo in cui è avvenuta la zoonosi – o, sarebbe meglio dire, l’area -, e il periodo esatto.

L’Oms sta percorrendo varie piste. L’indiziato numero uno è il pipistrello, in particolare una delle tante specie diffuse nel sud-est asiatico. Quest’animaletto notturno, notoriamente serbatoio di un consistente numero di virus, potrebbe aver trasmesso il Sars-CoV-2 direttamente al paziente zero, oppure la zoonosi potrebbe essere avvenuta indirettamente. In tal caso, il virus sarebbe passato dal pipistrello a un ospite intermedio, magari un pangolino o uno zibetto, e da lì all’uomo.

Un rischio da non sottovalutare

Scoprire dove è avvenuto il primo contagio non è certo un’impresa facile. L’Oms ritiene che il mercato ittico di Huanan, nel cuore di Wuhan, non rappresenti il luogo della zoonosi, ma soltanto il sito all’interno del quale, a causa di condizioni favorevoli (moltitudine di persone, lo scarso di igiene dei wet market e via dicendo), il virus è riuscito a creare un focolaio di dimensioni consistenti. Ma, prima ancora che a Wuhan, esistevano altri focolai, magari in qualche villaggio sperduto del sud-est asiatico? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.

È qui che la situazione rischia di complicarsi a dismisura. Accanto alle scoperte dell’Oms, è importante menzionare quanto ha documentato un gruppo di ricercatori guidato da Lin-Fa Wang dell’Università di Singapore. Nel sangue di cinque pipistrelli rinvenuti in Thailandia, è emerso un nuovo coronavirus, al momento non contagioso tra gli esseri umani, il cui codice genetico è identico al 91,5% a quello del Sars-CoV-2. Che cosa significa tutto questo? Uniamo i punti e ci troviamo di fronte a due considerazioni non da poco.

La prima: oltre al Sars-CoV-2, quanti altri virus, potenzialmente nocivi per l’uomo, si trovano nel corpo dei pipistrelli del sud-est asiatico, pronti a effettuare un salto di specie dall’oggi al domani, e creare così una nuova pandemia mondiale? Non lo sappiamo con certezza, ma la sensazione è che ve ne siano tantissimi. Ed è per questo che è importantissimo non solo tracciare quanti più patogeni possibili, così da analizzarli e non farci trovare impreparati in caso di necessità, ma anche evitare situazioni capaci di favorire le zoonosi (ad esempio, il traffico di animali selvatici e la deforestazione).

Bomba a orologeria

La seconda considerazione riguarda il sud-est asiatico, un’area immensa e al tempo stessa ricca di potenziali minacce sanitarie. Peter Daszak, uno degli esperti che ha preso parte alla missione Oms, in tempi non sospetti aveva rilasciato alla rivista Nature dichiarazioni emblematiche: “Stimiamo che ogni giorno qualcuno in Cina o nel sud-est asiatico venga infettato da un nuovo coronavirus di un pipistrello“. La scoperta dei ricercatori di Singapore, e il fatto che siano stati rilevati altri parenti strettissimi del Sars-CoV-2, confermano che sì, nella regione compresa tra Thailandia, Cina meridionale, Myanmar, Vietnam e Indonesia e via dicendo, potrebbero esserci tanti altri virus potenzialmente pericolosi per l’umanità. E che anche il Sars-CoV-2 potrebbe provenire da qui.

Il quasi sosia del nuovo coronavirus è stato chiamato RacCS203, e viene da una specie di pipistrello denominata Rhinolophus acuminatus. Questa vive nella Thailandia orientale, ma si trova anche in Giappone e in Cina, lungo un’area estesa per migliaia di chilometri. Il RacCS203 è inoltre correlato a un altro coronavirus, l’RmYN02, 93,6% di somiglianza con il genoma di Sars-CoV-2, e trovato nel sangue del Rhinolophus malayanys, diffuso nella provincia cinese dello Yunnan. Due indizi non faranno una prova, ma aiutano senza ombra di dubbio a chiarirsi le idee su quanto potrebbe presto accadere nell’imminente futuro. I ricercatori hanno lanciato l’allarme da tempo.

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