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Chiang Mai (Thailandia) Parto di buon mattino. Il sole è sorto da un po’. I chilometri che devo percorrere non sono tanti, ma voglio arrivare presto. Destinazione il tempio Wat Mae Takrai – costruito circa cento anni fa e conosciuto dagli abitanti locali per il suo Hell Garden, una delle poche rappresentazioni dell’inferno nella visione buddista – ad un’ora di macchina da Chiang Mai, tra le montagne e le foreste del nord della Thailandia.

“Hai visto le statue all’ingresso?”, mi dice Kruba Teainchai, un monaco molto venerato che da oltre vent’anni è l’abate del tempio. “È il Narok, la raffigurazione dell’inferno buddista e rappresenta le sorti che avranno le persone che hanno commesso dei peccati quando erano in vita”. Quelle punizioni sono destinate a coloro che hanno rubato. “Vengono rappresentate alte, almeno si possono vedere la lontano”, aggiunge il Kruba mentre le indica. “E l’albero con le persone che stanno salendo?”, gli chiedo. “Quella sorte tocca a chi ha tradito la moglie o il marito”.

Le differenze dall’inferno cristiano

Il Narok si differenzia sotto vari aspetti dall’inferno cristiano. I condannati, infatti, non sono giudicati da una entità esterna e superiore, ma ci si ritrovano per la legge del Karma, vista come un principio di causa-effetto delle proprie azioni. Il Karma, che può essere tradotto come “azione”, secondo l’antica filosofia indiana, è il frutto dei quello che si compie durante la propria esistenza e determinerà una diversa rinascita e un diverso destino nel corso della vita successiva. Inoltre le punizioni non sono eterne, ma limitate nella durata a seconda del peccato commesso. Nella cosmologia buddista nulla è eterno. I buddisti, infatti, muoiono e rinascono costantemente. Infine, quest’inferno, può essere considerato sia come un luogo fisico, sia come uno stato mentale.

“Anche se il concetto dell’inferno può essere interpretato puramente a livello simbolico, la funzione immediata della loro raffigurazione fisica è uno strumento pedagogico per avvertire i devoti dei pericoli che corrono se non seguiranno alla lettera i precetti buddisti”, scrive Stephen Bessac sul libro Narok. Visions of Hell in the Kingdom of Siam. “L’inferno come luogo di sofferenza è un concetto comune in molte civiltà, l’uso di illustrazioni per insediare la paura è un efficace strumento di propaganda per gli abati per far tornare la pecora randagia nella retta via degli insegnamenti di Budda”.

Oltre cento inferni differenti

Per la concezione del buddismo Theravada, quello praticato in Thailandia, le possibili destinazioni dopo la morte, prima di poter rinascere, sono – oltre al paradiso e all’inferno – i regni degli uomini, dei fantasmi, degli animali e dei demoni. Kruba Teainchai mi spiega che ci sono “otto livelli dell’inferno” e che “ognuno di questi è al centro di altri sedici inferni ausiliari”. Quindi, un totale di ben 136 inferni. I principali sono: Sanjiva (l’inferno di coloro che rivivono continuamente), Kalasutta (l’inferno della corda nera), Sanghata (l’inferno della frantumazione), Roruva (l’inferno urlante), Maha Roruva (il grande inferno urlante), Tapana (l’inferno del fuoco che brucia ferocemente), Maha Tapana, (il grande inferno del fuoco) e Maha Avici (il grande inferno della sofferenza senza tregua).

Secondo la cultura thai, prima di arrivare in uno di questi, si incontra Phayayom, il re dell’inferno. Sarà proprio lui a decidere del destino temporaneo, a secondo dei peccati commessi. Una sorte di giudice, “il signore della giustizia”, la versione thailandese di Yama, il Dio indiano della morte. I suoi assistenti sono due guardiani che tengono il registro di tutte le azioni passate. Quelli considerati buoni sono registrati in un libro d’oro, mentre quelli considerati cattivi sono incisi su un libro fatto di pelle di cane. I peccati che assicureranno un posto in uno dei vari inferni sono numerosi e si basano principalmente sui cinque precetti su cui si fonda il buddismo Theravada: Non uccidere animali, non rubare, non tradire, non mentire e non intossicare il proprio corpo.

I diversi tipi di tortura

“La punizione specifica per ogni peccato è diversa e adattata al crimine commesso, le persone che hanno ferito animali, ad esempio, spesso rinascono con teste di animali e vengono torturati di conseguenza”, scrive Bessac. “Gli alcolisti vengono alimentati a forza con olio bollente, i bugiardi hanno la lingua strappata da enormi pinze, le donne che hanno abortito vengono lentamente schiacciate da una morsa o devono nutrire tutti i bambini abortiti con il proprio sangue”. E la dannazione finirà solo quando tutte le cattive azioni fatte saranno scontate, per poi iniziare, di nuovo, un’altra vita a seconda dei meriti guadagnati, fino al raggiungimento dell’illuminazione.

I peccatori possono anche nascere nel “Regno dei fantasmi sofferenti” o dei “fantasmi affamati”, chiamati Phii Praed. La loro sofferenza è maggiore della variante puramente umana e comporta una sete e una fame insaziabile. “L’incapacità di soddisfare la loro sete e fame è una metafora dell’avido egoismo senza limiti che hanno manifestato quando erano in vita. A volte sono rappresentati come costretti a mangiare animali morti. Di solito sono molto alti, con un’enorme pancia sporgente e una bocca minuscola in modo che non possano mai ingerire abbastanza”, mi dice Kruba Teainchai. Poi sorridendo, spiega che “esiste anche un posto pacifico e sereno, basta essersi comportati bene”.

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