Pochi decenni fa nessuno avrebbe mai immaginato che la Cina si sarebbe ritrovata a fare i conti con il rischio di un crollo demografico, lo stesso problema che attanaglia gran parte dell’Occidente. Lo scorso aprile, anticipando il rapporto contenuto nell’ultimo censimento nazionale, il Financial Times sosteneva che Pechino, per la prima volta dal 1949, anno della fondazione della Repubblica Popolare, avrebbe visto diminuire la sua enorme popolazione. In particolare, i cinesi sarebbero scesi sotto la soglia rappresentata da 1.4 miliardi di unità. Quando però il National Bureau of Statistics ha finalmente diffuso il settimo censimento decennale, la notizia ha assunto connotati diversi.

A leggere i dati istituzionali, che hanno fotografato la situazione relative alla fine del 2020, il serbatoio demografico cinese ammonterebbe a 1 miliardo e 411.78 milioni di persone. Più che un calo, dunque, il Dragone avrebbe assistito a un aumento di poco più di 72 milioni rispetto al 2010. Attenzione però, perché il censimento racchiude due importanti verità: i cinesi non sono effettivamente scesi al di sotto di 1.4 miliardi di unità, come predetto da alcuni media, ma, al tempo stesso, il tasso di crescita annuale registrato (+5.38%) è stato il più basso dagli anni ’60 in poi. Scendendo nel dettaglio, la crescita media annua del popolo cinese è salita ma “solo” del + 0.53%, a fronte del + 0.57% rilevato nel primo decennio del XXI secolo.

In altre parole, la seconda economia mondiale sta invecchiando rapidamente. Molto più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare. Se la situazione non dovesse cambiare, che cosa potrebbe succedere? Con un minor numero di lavoratori capaci di contribuire al sistema pensionistico pubblico, e una crescita parallela della cifra degli anziani da mantenere, le generazioni future potrebbero ritrovarsi sulle spalle una pressione eccessiva. Non a caso molti cinesi hanno iniziato a risparmiare, preoccupati per quello che la vita riserverà a figli e nipoti. Le “nuove leve”, in effetti, una volta raggiunta la terza età, rischiano di sudare sette camicie per continuare a condurre una vita di qualità.

Sistema pensionistico sotto pressione

Censimento alla mano, la popolazione cinese in età lavorativa entro i 59 anni è scesa a 894 milioni di unità, facendo segnare un – 5% rispetto al picco del 2011 di 925 milioni. Come se non bastasse, guardando all’ultimo anno, il numero di lavoratori che foraggia il fondo pensione è diminuito, mentre le persone over 65 sono passate dai 119 milioni del 2010 ai 191 milioni del 2020. Nel 2020 il 13.5% della popolazione ha quindi fatto affidamento sul citato fondo pensione, a fronte dell’8.9% del decennio precedente. Insomma, la Cina sta invecchiando al punto che gli over 60, entro il 2050, dovrebbero rappresentare un terzo della popolazione complessiva.

Ma, stando all’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS), citata dal South China Morning Post, i fondi pensione urbani statali potrebbero raggiungere il picco di 6.99 trilioni di yuan (1.09 trilioni di dollari) nel 2027, per poi esaurirsi entro il 2035. A peggiorare le cose, il tasso di sostituzione delle pensioni. Già, perché nel corso dei decenni i livelli delle prestazioni pensionistiche rispetto ai guadagni lavorativi sono diminuiti. Un rapporto del CASS ha evidenziato come nel 1998 gli assegni percepiti dai pensionati equivalessero all’87% dello stipendio medio dei dipendenti giunti all’anno del loro pensionamento. Con il passare degli anni, tale percentuale sarebbe scesa fino al 45%. Che cosa significa tutto ciò? In maniera brutale: un progressivo e sostanziale calo del tenore di vita dei pensionati cinesi.

La trappola da disinnescare

Il rischio più grande è che gli appartenenti all’attuale classe media cinese, il fulcro della nuova Cina di Xi Jinping, nonché volano di crescita del Paese, debbano presto rivedere le proprie aspettative future. O per lo meno prepararsi a cambiare stile di vita dopo il pensionamento. A quel punto che cosa potrebbe succedere al Dragone? È difficile fare previsioni, perché i ragionamenti qui riportati si basano su ipotesi. Certo è che Pechino dovrà fare di tutto per invertire una tendenza pericolosissima.

La Cina, al momento, ha una delle età pensionabili più basse al mondo: tra i 50 e i 55 anni per le donne (in base all’occupazione) e 60 per la maggior parte degli uomini. Una soluzione per uscire dalle sabbie mobili potrebbe essere quella di innalzare l’età pensionabile. Una mossa del genere è tuttavia avversa dall’opinione pubblica e potrebbe generare spaccature sociali insanabili. Almeno per il momento, urge una soluzione alternativa. Ad esempio, avere la possibilità di fare un terzo figlio. Basterà? In ogni caso, il Dragone sta invecchiando prima di diventare ricco.

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