Negli Usa sta emergendo un nuovo conflitto sociale. Non riguarda la questione razziale, questa volta, ma contrappone proprietari e inquilini. La battaglia si gioca sugli sfratti. Il Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (Cdc) ha infatti promulgato il 3 agosto un nuovo regolamento che sospende tutti gli sfratti nelle aree in cui si sta diffondendo in modo “sostanziale o elevato” il contagio di Covid-19. Quest’area non è una piccola parte del Paese, ma copre l’80% della superficie degli Stati Uniti. Quindi, di fatto, viene prolungato il divieto di sfrattare un inquilino su scala nazionale. Ma cosa c’entra il Cdc? Non è un ente dedito alla sanità pubblica? Perché si occupa anche di diritti di proprietà e di affitti?
Leggiamo nel documento ufficiale dell’ente americano: “Il Cdc sta promulgando una nuova ordinanza per sospendere temporaneamente gli affitti nelle contee in cui la trasmissione del virus nelle comunità è aumentata, così da affrontare i recenti e inaspettati sviluppi dell’epidemia di Covid-19, compresa la diffusione della variante Delta. (L’ordinanza, ndr) va intesa come mirata alle aree del Paese in cui i casi stanno aumentando rapidamente, situazione che potrebbe essere esacerbata da sfratti di massa”. Secondo i dati del Census Bureau, sono 4,7 milioni i cittadini statunitensi che rischiano di essere sfrattati entro i prossimi due mesi.
La moratoria nasce con un decreto esecutivo di Donald Trump dell’agosto 2020. La prima ordinanza del Cdc in merito risale al settembre di quell’anno. La moratoria era in scadenza il 31 dicembre, poi è stata prorogata, con un voto bipartisan del Congresso fino al 31 gennaio. Infine, è stato il Cdc a prolungarne la durata con tre successivi rinvii, fino all’ultimo del 3 agosto scorso, quattro giorni dopo la sua scadenza, il 31 luglio scorso. Si apre però una delicata questione sia legale che politica.
Per Ben Carson, ex segretario alla Casa e allo Sviluppo Urbano sotto l’amministrazione Trump (dunque uno dei padri della moratoria), il provvedimento non ha più senso. «Certamente non è legale – ha dichiarato in un’intervista alla televisione conservatrice Newsmax – Dobbiamo riconoscere che le circostanze oggi sono molto diverse rispetto a quando la moratoria è entrata in vigore, per la prima volta, ai tempi dell’amministrazione Trump. Allora avevamo a che fare con una pandemia rampante, non c’erano vaccini e non conoscevamo cure che fossero ritenute affidabili». In questi mesi, invece, secondo Carson, con i vaccini, l’aumento dei posti di lavoro e tutti i sussidi statali e federali messi a disposizione di chi ha subito le peggiori perdite economiche (causate dal lockdown), la situazione può e deve essere affrontata diversamente.
La stessa amministrazione Biden ha sempre dimostrato prudenza sulla possibilità di estendere ancora la moratoria sugli sfratti del Cdc. Ma, alla fine, ha dovuto dare ascolto all’ala più massimalista del suo Partito Democratico. La deputata del Missouri Cori Bush, membro di quella che i Democratici chiamano “The Squad” (capitanata dalla più celebre Alexandria Ocasio Cortez), ha messo in scena una protesta plateale, fermandosi a dormire sui gradini di ingresso del Campidoglio. La protesta è stata rilanciata su tutti i media e social media a livello nazionale e la Bush è stata raggiunta nella protesta da molti colleghi di sinistra, militanti storici come Jesse Jackson e la stessa Ocasio Cortez. Il “diritto alla casa è un diritto sociale” reclama la sinistra democratica, così come tutte le sinistre del mondo. E così un provvedimento motivato dalla pandemia si è fuso con una protesta sociale molto forte. Alla fine, il 3 agosto, anche Biden stesso ha annunciato il prolungamento della moratoria, con molti se e ma, pur riconoscendo che la sua legalità sia dubbia.
Sul piano costituzionale, la questione è scivolosa, perché mette in discussione il diritto di proprietà. Il 29 giugno, con un voto di 5 contro 4, i giudici della Corte Suprema hanno respinto un ricorso presentato da un gruppo di proprietari di casa che chiedevano la sospensione immediata della moratoria. I proprietari avevano dalla loro una sentenza favorevole del tribunale di Washington. Due giudici supremi conservatori, Brett Kavanaugh e John Roberts, assieme ai tre progressisti, hanno votato contro, ma con dei “se” molto importanti. Nella memoria di Kavanaugh, infatti, leggiamo che il suo voto è puramente pragmatico. La decisione è stata presa il 29 giugno e la moratoria sarebbe scaduta di lì a un mese. Si sarebbe creato un caos non necessario. In ogni caso si legge, nel parere di tutti i giudici conservatori, in maggioranza, che il Cdc ha travalicato le sue competenze e che il provvedimento non è legalmente giustificabile senza un voto in Congresso.
Ma alla fine, nel bel mezzo del dibattito politico e giuridico, si rischia di perdere il vero nocciolo della questione. Un organo burocratico medico ha deciso di sospendere il diritto di proprietà. E lo ha fatto sulla base di una teoria “scientifica” secondo cui una persona sfrattata diventa potenzialmente un super-diffusore del Covid-19. Esistono tante teorie su come si diffonda il Covid-19. Ma qui abbiamo una teoria che si trasforma in legge e le istituzioni, che dovrebbero fare le leggi, sono costrette ad inseguirla.
Sul piano sociale, una moratoria sugli sfratti che dura un anno e mezzo (la prossima scadenza sarebbe il 3 ottobre) creerebbe un danno notevole ai proprietari di casa. Un danno diretto: il mancato pagamento degli affitti di inquilini morosi. E un danno di lungo periodo: venendo meno il deterrente legale dello sfratto, un inquilino sarà meno invogliato a rispettare le scadenze per il pagamento del canone. Non è un caso che a lanciarsi subito nella battaglia sia “The Squad”, la sinistra massimalista, contraria allo stesso diritto di proprietà sulla casa.
Ma è singolare che a dar ragione all’estrema sinistra sia “la scienza”. Esattamente come quel migliaio di medici ed accademici che, in una lettera aperta, legittimavano le manifestazioni di Black Lives Matter, la scorsa estate, anche contro i regolamenti anti-assembramento, non sulla base del diritto di libertà di assemblea, ma perché “la questione razziale precede la crisi sanitaria”. O il parere, sempre “scientifico”, di un gruppo di ricercatori di Harvard, secondo cui, se si fossero pagati i risarcimenti ai discendenti degli ex schiavi, il Covid si sarebbe diffuso meno. Queste sono teorie che mischiano le scienze sociali con le scienze naturali, senza badare troppo ai confini fra un metodo e l’altro. E alla fine tendono tutte dalla stessa parte: la politicizzazione della scienza, dunque la legittimazione dell’estrema sinistra attraverso argomenti “scientifici”.