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Negli ultimi anni, il legame tra politiche commerciali e il traffico di droghe è diventato un aspetto chiave del conflitto economico tra Stati Uniti e Cina. Il presidente eletto Donald Trump ha recentemente minacciato ulteriori dazi del 10% contro la Cina, collegandoli esplicitamente alla necessità di bloccare il flusso di droga, in particolare di precursori chimici, che dal gigante asiatico raggiunge il Nord America, spesso passando per il Messico. Questo approccio solleva qualche quesito: i dazi possono davvero contrastare la crisi degli oppioidi o spostano solo il problema?

Genesi del problema: la Cina, il fentanyl e i precursori chimici

Il fentanyl (o fentanil), un oppioide sintetico fino a 50 volte più potente dell’eroina, è al centro della crisi degli oppioidi che negli ultimi due decenni ha devastato gli Stati Uniti. Una componente cruciale della produzione di fentanyl è rappresentata dai precursori chimici, sostanze base che, una volta sintetizzate, permettono la creazione del prodotto finale. La Cina è stata a lungo uno dei principali esportatori di questi precursori, grazie alla sua vasta industria chimica e alla regolamentazione poco stringente che ha caratterizzato il settore fino a qualche tempo fa. Intorno al 2010, molte aziende cinesi sono state implicate nella fornitura di precursori a cartelli della droga messicani che li trasformavano in fentanyl destinato al mercato nordamericano.

Di fronte a un’ondata di overdose senza precedenti, la pressione degli Stati Uniti ha portato il Governo cinese a classificare il fentanyl e i suoi analoghi come sostanze controllate nel 2019, una mossa che è stata accompagnata da sforzi per regolamentare meglio la produzione chimica. Tuttavia, questa stretta ha avuto un effetto collaterale, ovvero la proliferazione di rotte alternative e attori più difficili da monitorare.

Dazi come arma politica

Durante l’amministrazione Trump, i dazi imposti alla Cina non sono stati solo uno strumento di riequilibrio commerciale, ma anche una leva per affrontare questioni non economiche, come nel caso del traffico di fentanyl. Trump ha accusato la Cina di non fermare il flusso di droghe sintetiche, legando le trattative commerciali a progressi su questo fronte. La parte cinese ha notificato alla parte statunitense i progressi compiuti nelle operazioni di contrasto alla droga legate agli Stati Uniti”, ha dichiarato portavoce dell’ambasciata cinese a Washington Liu Pengyu. “Tutto ciò dimostra che l’idea che la Cina consenta consapevolmente ai precursori del fentanyl di fluire negli Stati Uniti è completamente contraria ai fatti. E alla realtà” ha aggiunto.

L’imposizione di dazi su miliardi di dollari di merci cinesi ha rappresentato un tentativo di aumentare la pressione su Pechino per adottare regolamentazioni più severe e collaborare con le autorità statunitensi. Questi dazi hanno prodotto un successo parziale. Le nuove regole cinesi sul fentanyl del 2019 sono state viste come una concessione significativa, ma i traffici non si sono fermati, anzi, si sono semplicemente adattati.

Sebbene le regolamentazioni cinesi abbiano effettivamente avuto un impatto iniziale sul flusso diretto di fentanyl, l’approvvigionamento si è spostato verso altre rotte e intermediari. I cartelli messicani, che giocano un ruolo centrale nella distribuzione negli Stati Uniti, hanno trovato nuove fonti di precursori in India e in altri Paesi con regolamentazioni chimiche meno stringenti. Inoltre, la produzione di fentanyl è diventata sempre più localizzata in Messico, dove i precursori vengono sintetizzati o trasportati attraverso reti clandestine. Questo spostamento mostra i limiti dei dazi come strumento di lotta alle droghe.

Dazi anche per Messico e Canada

La produzione e distribuzione di fentanyl rappresentano un esempio paradigmatico di globalizzazione criminale. Il traffico coinvolge una rete complessa che comprende i produttori di precursori chimici, come quelli presenti in Cina, intermediari e cartelli della droga. Questi ultimi trasformano i precursori in fentanyl, che poi viene distribuito negli Stati Uniti e in altri mercati globali. Infine, una rete di vendite porta il prodotto finale nelle comunità. Si tratta di un sistema estremamente resiliente, nel quale non basta colpire un singolo nodo per smantellarlo, poiché gli attori criminali sono in grado di adattarsi rapidamente, trovando nuove alternative.

Il Canada, pur non essendo uno dei principali produttori di precursori chimici come la Cina, è comunque un punto di passaggio e attore importante nella rete globale di distribuzione del fentanyl. In passato, il fentanyl prodotto in Cina e in altri Paesi asiatici è stato trasportato anche attraverso il Canada, per poi entrare negli Stati Uniti. “Come tutti sanno, migliaia di persone si stanno riversando in Messico e Canada, portando criminalità e droga a livelli mai visti prima. In questo momento una carovana proveniente dal Messico, composta da migliaia di persone, sembra essere inarrestabile nel suo tentativo di attraversare la nostra frontiera attualmente aperta», ha scritto Trump su Truth. «Il 20 gennaio, come uno dei miei tanti primi ordini esecutivi, firmerò tutti i documenti necessari per imporre al Messico e al Canada un dazio del 25% su TUTTI i prodotti che entrano negli Stati Uniti e nei suoi ridicoli confini aperti. Questa tariffa rimarrà in vigore finché le droghe, in particolare il fentanyl, e tutti i migranti illegali non fermeranno questa invasione del nostro Paese”. Rispondendo alle dichiarazioni di Trump, la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha affermato che “né le minacce né i dazi riusciranno a fermare l’immigrazione o il consumo di droghe negli Stati Uniti”.

Interesse sociale o politico?

L’uso dei dazi come strumento per combattere il traffico di droghe sintetiche non può essere pienamente compreso senza considerare il contesto politico che lo accompagna. Durante l’amministrazione Trump, l’insistenza nel collegare tariffe commerciali e lotta al fentanyl ha permesso di sfruttare una crisi sanitaria devastante per rafforzare la narrativa contro la Cina. Questo approccio, pur apparentemente mirato a contrastare un problema reale, sembra essere più una mossa strategica per consolidare consensi interni e mantenere una posizione dura nei confronti del rivale geopolitico.

Le accuse alla Cina di “inondare” il mercato americano con droghe sintetiche sono state amplificate per giustificare una politica protezionistica e rispondere alle aspettative di una parte dell’elettorato conservatore. Tuttavia, dietro queste azioni non c’è stata una vera strategia per ridurre la crisi degli oppioidi, ma piuttosto un tentativo di usare una tragedia nazionale come leva politica. I dazi, infatti, hanno avuto un impatto minimo sul flusso globale di precursori chimici e non hanno affrontato le cause profonde della dipendenza da oppioidi negli Stati Uniti.

La crisi degli oppioidi è un problema complesso, che coinvolge non solo questioni economiche, ma anche sociali, sanitarie e politiche. Sebbene gli strumenti economici, come i dazi, possano sembrare un modo per influenzare i flussi di droga, essi affrontano solo uno degli aspetti del problema, spesso tralasciando le cause profonde e strutturali. I dazi possono esercitare pressione sui Paesi produttori, ma non affrontano la causa principale: la domanda interna di oppioidi negli Stati Uniti. Peraltro, questo è che il motivo per cui anche l’introduzione della pena di morte in Cina per chiunque fosse implicato nella produzione e commercio di fentanyl non ha avuto alcun effetto sul fenomeno. La crisi degli oppioidi non è solo una questione di traffico di droga, ma è alimentata anche dalla dipendenza e dalle lacune nel suo trattamento e dalle disuguaglianze socio-economiche (un problema atavico negli Usa).

In definitiva, l’approccio basato sui dazi non è una risposta al problema delle droghe sintetiche, ma un espediente per rafforzare il conflitto economico con la Cina e legittimare una politica commerciale aggressiva. Ciò evidenzia un fallimento nel mettere al centro dell’agenda politica la salute pubblica e il benessere dei cittadini, lasciando intatti i veri nodi della crisi: la domanda interna, la rete criminale transnazionale e le lacune nella cooperazione internazionale.

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