Usa 1, Cina 0: perché il calcio americano ha spiccato il volo e quello cinese no

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Il tempo stringe. La Cina dovrebbe diventare una superpotenza calcistica mondiale entro il 2050 e una delle migliori Nazionali asiatiche entro il 2030, almeno secondo la strategia lanciata da Pechino nel 2015. In quello stesso anno, infatti, durante una visita a Manchester, Xi Jinping – immortalato in un selfie accanto all’allora premier britannico David Cameron e all’ex attaccante del Manchester City Sergio Aguero – fece una doppia promessa del genere.

Era, del resto, il periodo del boom calcistico cinese, quando le squadre del massimo campionato d’oltre Muraglia, la Chinese Super League, spendevano decine e decine di milioni di dollari per acquistare alcuni tra i migliori talenti sulla piazza europea. Sembrava che i cinesi potessero tutto e che, ancor più delle monarchie del Golfo, fossero in procinto di fagocitare il calcio europeo.

In quel preciso momento la Cina occupava l’81esima posizione nel ranking Fifa; oggi è scivolata al 91esimo posto schiacciata tra Zambia e Bahrein. Quel che è forse più deprimente per i tifosi cinesi è che la loro Nazionale ha partecipato una sola volta alla Coppa del Mondo – nel 2002, uscendo alla fase a gironi senza segnare neppure un gol – mentre altre esordienti asiatiche come Georgia e Uzbekistan hanno appena strappato il pass per partecipare al torneo in programma in Usa, Messico e Canada.

Il flop calcistico cinese e l’ascesa statunitense

Fino a qualche decennio fa andare a giocare nel campionato calcistico degli Usa equivaleva ad accettare un prepensionamento dorato: bassa qualità di gioco, scarsa rivalità ma enormi guadagni grazie a sponsor e marketing. Non è più così, visto che i club del Paese ospitano star mondiali ancora in hype – come Leo Messi – e tanti giovani promettenti: gli stessi che hanno reso temibile la nazionale degli Stati Uniti, co-organizzatrice degli attuali Mondiali.

Certo, gli americani hanno partecipato 12 volte alla fase finale dei Mondiali con magre soddisfazioni ma alla fine sono comunque riusciti a trasformare – seppur in maniera artificiale – l’interesse per il pallone in un business ricchissimo. La stessa cosa non è invece riuscita alla Cina. All’ombra della Città Proibita questo sport riscuote un enorme successo presso la popolazione locale (1,4 miliardi di persone) ma non è ancora in grado di partorire giocatori e squadre competitive a livello internazionale.

Il risultato? L’assenza della Cina dai Mondiali. Un’assenza che diventa imbarazzante considerando che Xi Jinping ha più volte dichiarato di avere tre sogni calcistici nel cassetto: che la Cina si qualifichi per un Mondiale, che lo ospiti e che lo vinca.

Pallone sgonfiato

Fin qui Xi non ha realizzato nessuno dei tre desideri sopra riportati. I miliardi spesi dai club – sponsorizzati da grandi aziende nazionali – per alimentare il campionato, la lotta alla corruzione, i rimpasti dei presidenti delle varie federazioni calcistiche: niente di tutto questo ha avuto gli effetti sperati.

Perché il pallone del Dragone è ancora sgonfio? Tante le spiegazioni. C’è chi parla di elevate pressioni accademiche che impediscono ai giovani di emergere e chi sottolinea la mancanza di opportunità per i ragazzi nel calcio. Altri puntano il dito contro la dilagante corruzione che nel recente passato ha infestato il movimento.

In ogni caso, l’aspetto più curioso coincide con l’apparente incapacità cinese di risolvere questi problemi. A maggior ragione se il calcio, come abbiamo visto, è una priorità del suo stesso leader.

Xi potrebbe aver quasi perso le speranze. Il presidente cinese, infatti, non ha resistito alla tentazione di lanciare una frecciatina alla nazionale maschile. Durante una visita a una startup di robotica di Shanghai lo scorso anno, Xi ha osservato i robot all’avanguardia in movimento, poi ha scherzato con gli ingegneri: “Possiamo far entrare dei robot nella squadra?”.

Per la cronaca, nessun giocatore dell’attuale nazionale cinese milita in un club straniero. Al contrario, solo otto membri della squadra statunitense giocano nella Major League Soccer, il massimo campionato statunitense.