Ogni tanto, a Beirut, capita ancora di vedere i vecchi edifici svuotati dai colpi di proiettile. Il cemento è sottile, quasi cavo, e sembra che quelle case, abitate da chissà chi, siano state rosicchiate da gigantesche termiti. Spostandosi un po’ più in periferia, invece, si trovano ancora strutture sventrate da bombe e missili. E poco importa che questi siano gli ultimi resti di una conflitto fratricida che ha insanguinato il Paese per oltre 15 anni o quelli dell’ultima guerra con Israele. Beirut è una città che conserva la memoria e per questo sa che le esplosioni – di qualsiasi natura esse siano, come nel caso di ieri – indicano importanti cambiamenti in arrivo.

Come il 13 aprile del 1975, giorno in cui inizia ufficialmente la prima guerra civile libanese. Pierre Gemayel, il fondatore delle Falangi, sta assistendo insieme ad altre persone alla consacrazione di una chiesa nel quartiere di ‘Ayn al-Rummāna. All’improvviso appare un’automobile, dalla quale partono alcuni colpi di mitra che uccidono quattro persone del gruppo di Gemayel e ne feriscono sette. Gli uomini delle Kataeb cercano la vendetta e l’otterranno poche ore dopo, quando, dopo uno scontro violentissimo, uccidono 27 membri del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina – Comando generale, che erano stipati su un autobus e che si stavano preparavano a compiere un nuovo attentato. Come nota Fadi S. Rahi in Il Libano politico, “quando la notizia del bus esploso si diffonde in tutto il Libano è la scintilla che scatena effettivamente la guerra tra cristiani e i palestinesi”.

Il 14 settembre del 1982, un attentato uccide Bashir Gemayel, il leader delle Falangi che, di lì a nove giorni, sarebbe dovuto diventare presidente della Repubblica. Fu la sua fine. E fu l’inizio di nuove violenze. Due giorni dopo la sua morte, infatti, snella periferia ovest di Beirut si registra uno dei più gravi eccidi della guerra civile libanese: il massacro di Sabra e Shatila (16 – 18 settembre). In quei due giorni, le Falangi libanesi e l’Esercito del Libano del sud, con la complicità delle truppe israeliane, uccidono tra le 750 e le 3500 persone. Tra questi non ci sono solo i combattenti dell’Olp, ma anche tantissime donne e bambini. Un vero e proprio eccidio che il Wall Street Journal liquidò in poche righe, sottolineando che “si contavano solo (il corsivo è nostro) quindici donne e venti bambini” tra i morti.

Un’esplosione insanguina il San Valentino del 2005. Rafik Hariri, che per due volte ha ricoperto la carica di primo ministro, viene ucciso mentre sta attraversando Beirut sulla sua auto. Con lui muoiono 21 persone, compreso l’ex ministro dell’economia Bassel Fleihan. Nessuno sa, al giorno d’oggi, chi furono i mandanti di questa strage. Venerdì prossimo, però, il Tribunale speciale per il Libano dovrebbe emettere il verdetto su questo omicidio. Il procedimento, in corso dal 2014, vede come imputati quattro presunti membri di Hezbollah (Salim Ayyash, Assad Sabra, Hussein Oneissi e Hassan Habib Mehri), che sono stati giudicati in contumacia perché Hassan Nasrallah, il leader del Partito di Dio, si sarebbe rifiutato di consegnarli al Tribunale.

L’esplosione nel porto di Beirut del 4 agosto vista dal satellite

Questi tre eventi storici – l’inizio della guerra civile, la morte di Gemayel e quella di Hariri – hanno cambiato profondamente il volto del Libano. Lo hanno a tratti sfregiato. Hanno fatto vacillare la convivenza tra le diverse religioni che lo abitano e hanno minato addirittura l’esistenza stessa del Paese dei cedri. Non sappiamo ancora cosa sia successo nel porto di Beirut. Sono stati solamente i fuochi d’artificio a provocare un danno simile? Impossibile. O, almeno, non possono esser stati solo loro la causa di una carneficina come quella di ieri. Il ministro dell’Interno libanese, Mohamed Fehmi, ha detto che l’esplosione potrebbe esser stata causata dagli oltre 2700 tonnellate di nitrato di ammonio presenti nel deposito del porto. Il riferimento, probabilmente, è a una storia del 2013. In quell’anno, infatti, una nave battente bandiera moldava si fermò nel porto di Beirut a causa di alcuni problemi tecnici. Durante l’ispezione vennero trovati 2750 tonnellate di nitrato di ammonio. I membri dell’equipaggio, ad eccezione del comandante, vennero rimpatriati e la nave abbandonata. Il carico venne portato nei magazzini del porto e lì abbandonato. Fino a ieri, quando è esploso provocando centinaia di vittime. Quella del nitrato è una pista possibile – anche se resta ancora da capire come sia potuto esplodere dopo anni -, tanto che il presidente Michel Aoun ha definito “inaccettabile” la presenza di questo materiale nel cuore del Paese dei cedri. Come è potuta, dunque, verificarsi un’esplosione simile?

Le ipotesi sono le più disparate. Il presidente americano Donald Trump ha parlato di una bomba, ma è stato subito smentito. Altri hanno affermato che quello di ieri sarebbe un avvertimento di Hezbollah. Molti sostengono infine che si tratti di un tragico incidente. E forse è così. Un incidente che però è avvenuto in un momento cruciale del Paese (la sentenza Hariri, la crisi Hezbollah-Israele) e le sempre più grandi difficoltà economiche e politiche di Beirut. Il tempismo delle tragiche fatalità, se di fatalità si tratta, a volte sa essere perfetto.