“Non si può più dire niente!” Questo è il refrain con cui ormai haters e leoni da tastiera accolgono sulla rete qualsivoglia discorso che miri a rimarcare che ogni essere umano sulla terra merita rispetto e dignità. E che spacciare per libertà di pensiero insultare un omosessuale, schernire un corpo grasso, deridere un disabile, pretendere che un immigrato non abbia diritti non è libertà di parola, ma assenza di umanità. Con l’aggravante del filtro e dello scudo che la rete fornisce, perché questi elementi sono pronti a farsela sotto alla prima minaccia di querela.
Qualche giorno fa, dalle nostre colonne, ci eravamo azzardati a fare una critica al sistema delle Olimpiadi che, pur abusando della parola inclusione, proprio quest’anno che le storie degli atleti sembrano voler mostrare più la loro umanità che le loro performance, tratta ancora le Paralimpiadi come spettacolo di serie B.
Alla pubblicazione del nostro pezzo, le “perle” non si sono fatte attendere.
Andiamo da chi sostiene che nulla è bello come il salto in alto fatto da persone “normali”: “Si però facciamo un po’ di pace col cervello. È più bello guardare il salto in lungo paralimpico oppure quello “classico” (non so come dirlo che qualsiasi cosa scriva può essere travisata)? La risposta la sappiamo tutti ed è oggettiva“. Poi c’è chi sostiene che “Le paralimpiadi sono per loro natura uno spettacolo grottesco” o chi ancora-nel tentativo di dirne una giusta, pensa bene di difendere i disabili addossando la colpa alla comunità LGBTQIA+: “Qualcuno mi può spiegare perché le paralimpiadi vengono fatte dopo? Vuol dire forse che per i fanatici del politicamente corretto i disabili vengono sempre e comunque dopo la comunità LGBTQ+-×÷?“. E poi c’è ancora chi, in barba al comune senso del pudore dichiara; “Ognuno è libero di fare quel che vuole, ma per me una competizione tra disabili non ha senso ed è ridicola, non mi vergogno a dirlo“.
Sono solo alcune delle cose terribili che tocca leggere sul web quando si pubblicano contenuti che toccano argomenti di questo tipo. Sia chiaro: nessuno è obbligato a guardare la Paralimpiadi, così come ad avere amici omosessuali o sposare una persona grassa, immigrata o marziana. Ma al rispetto sì. Alla civiltà si deve sottostare, altrimenti si va fuori. Si va a vivere in una grotta, sugli alberi, poco importa.
Così come il corpo umano ha subito un’evoluzione, lo ha fatto anche la società, anche se la strada è ancora molto lunga per l‘inclusione piena. Che poi,a pensarci bene, questa parola “inclusione” bella non è. Sa di cerchia ristretta, costituita dalla norma, che “permette” a chi ne devia di entrare. Forse “non esclusione” sarebbe il termine più adatto, perché almeno implica un dovere civico e morale condiviso.
Quanto a queste persone vuote, senza cultura – intesa come essere immersi nel mondo e non come erudizione – un tempo sarebbero state relegate ai margini di una discussione civile. Così come della società e del vivere comune. Ma soprattutto, avrebbero provato il sano e salvifico senso della vergogna nell’esprimere le proprie opinioni in pubblico.
Sul web, invece, vale tutto. Come disse Umberto Eco, il microfono ormai è stato consegnato a legioni di imbecilli che non si vergognano della propria ignoranza, del proprio razzismo, della propria brutalità. Anzi, usano le rete come una cloaca dove riversare opinioni che gli costerebbero, di persona, il pubblico ludibrio. Se non peggio. E sono essi stessi sportivi, genitori, insegnanti, non solo avanzi da bar. Votano e crescono figli.
In un Paese civile anche il web deve cercare di esserlo, anche se è complesso. La rete non è un non luogo, ma è un topos delle nostre vite che ci deve rispecchiare. Insultare, denigrare, sbeffeggiare qualcuno è la porta principale ai crimini d’odio se non, in alcuni casi, già di per sé crimine. Ricordiamo sempre che di fronte a queste frasi non tutti i protagonisti hanno sempre avuto forza e coraggio. Qualcuno non ha retto, perché qualcuno non ha mai pagato.