Viktor Orban è probabilmente uno degli statisti più complessi e incompresi al momento in circolazione nel Vecchio Continente. Ha fatto della retorica dello scontro di civiltà uno dei suoi cavalli di battaglia, trasformando l’Ungheria in un bastione del populismo di destra e in un punto di riferimento per l’intera galassia identitaria e conservatrice dell’Occidente, anticipando il presidente Vladimir Putin nell’annunciare la fine dell’era liberale e l’ascesa di ciò che ha ribattezzato la “democrazia illiberale cristiana“.

Uno dei punti principali della sua agenda politica riguarda il supporto alle famiglie, coerentemente con il proprio credo tradizionalista. Quando si insediò alla carica di primo ministro nel 2010, il paese stava vivendo una tremenda crisi demografica, con un tasso di fertilità fermo a 1,25 figli per donnauno dei più bassi del pianeta – ma, anno dopo anno, grazie alle misure nataliste adottate, lentamente sta riuscendo ad allontanare l’incubo di un’Ungheria con le culle vuote.

Aumentano i matrimoni

Il 1 luglio di quest’anno è entrato in vigore un pacchetto natalista a base di benefici fiscali e sussidi per incentivare gli ungheresi a contrarre matrimonio e formare famiglia. Fra le altre cose, il pacchetto prevede la possibilità di poter accendere prestiti a tasso agevolato fino a 10 milioni di fiorini, per tutte quelle coppie in cui la sposa non ha superato il 41esimo anno d’età alla data del matrimonio. Un terzo del prestito viene condonato per chi, dopo le nozze, decide di avere almeno due figli, mentre il ripagamento viene cancellato completamente con più di tre figli.

Con l’approssimarsi della fine dell’anno, il governo ha pubblicato i primi risultati del pacchetto, confermando che sta avendo un impatto incredibilmente positivo. Il numero dei matrimoni non era mai stato così alto dal 1990; nel solo mese di settembre si è registrato un aumento del 29% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Il pacchetto è stato modellato seguendo un simile programma lanciato nel 2015 per aiutare le coppie ad acquistare abitazioni accedendo a finanziamenti a tassi agevolati, a loro volta scaglionati sulla base del numero dei figli posseduti o in arrivo. Il programma aveva avuto effetti positivi, facendo registrare un lieve aumento della natalità, ma non avendo portato ai risultati prospettati, è stato seguito da altri provvedimenti come quello di luglio.

Le nascite

Alla famiglia è stata dedicata un’attenzione crescente a partire dal 2010, fra congedi parentali, assegni sostanziosi, detrazioni fiscali, permessi premio e fornitura di servizi pubblici gratuita o a prezzi politici. L’egemonia quasi decennale di Fidesz ha portato al graduale risollevamento del tasso di fertilità che, però, è ancora al di sotto della soglia di sostituzione: nel 2018 era pari a 1,49 figli per donna, in salita dal 1,25 di otto anni prima.

Il governo, comunque, è ottimista sull’effetto di lungo termine dell’agenda natalista, alla quale viene devoluto annualmente circa il 5% del pil, il doppio fra i paesi Ocse, anche perché i numeri delineano un orizzonte positivo: matrimoni e nascite in aumento, aborti in diminuzione.

L’esperienza ungherese è l’esempio lampante di come l’unico modo per affrontare crisi demografiche sia creare le condizioni ideali per la natalità, dagli incentivi di natura economica all’erogazione di beni e servizi pubblici, destinati soprattutto alla copertura dei bisogni essenziali e delle spese medico-sanitarie, abbattendo il carovita e riportando il bilanciamento vita-lavoro a livelli sostenibili.