È una storia che si perde nella notte dei tempi, quando l’uomo aveva davanti a sé la vasta steppa da conquistare. Un territorio che pareva immenso. Infinito. Come percorrerlo?, ci si chiedeva davanti al fuoco crepitante. Come muoversi in poco tempo in uno spazio così ampio? Fu allora, cinquemila anni fa, che l’uomo incontrò il cavallo. Accadde quasi per caso, nel nord del Kazakistan, attorno al villaggio di Botai. Fu lì che questo animale, dopo secoli di continui inseguimenti, fu finalmente addomesticato (anche se non fu per nulla facile farlo). Inizialmente, infatti, il cavallo era una bestia come tutte le altre: buona solo per essere mangiata. Ma fu attorno a quel villaggio che si compresero le sue potenzialità, che andavano oltre la carne squisita e nutriente. Si capì che i cavalli potevano essere imbrigliati, essere munti, montati per percorrere lunghe distanze oppure per compiere lavori che necessitavano l’impegno di molti uomini, come ad esempio l’aratura. Fu lì che iniziò una rivoluzione che è arrivata fino ai giorni nostri, come ha spiegato il professor Nurbek Amisha all’Astana Times: “Se ci pensate, l’addomesticamento del cavallo ha creato il mezzo di trasporto più veloce fino al treno a vapore. In realtà, per la maggior parte delle persone è stato così fino all’uso comune dell’automobile. Quindi pensate solo cosa ha significato passare dal camminare all’avere un cavallo e come questo abbia influenzato le persone in termini di possibilità di commerciare, migrare e [condurre] diversi tipi di guerra. In realtà, se iniziamo a pensare a cose come il movimento veloce e diversi tipi di guerra, allora uno sviluppo leggermente successivo, che è anche nella regione del Kazakistan, è molto significativo”.

Ricostruire quanto successo oltre 5mila anni fa non è affatto facile. Possiamo però immaginarlo. Possiamo vedere gli uomini avvicinarsi, poco alla volta, a quegli animali indomiti. Mostrare loro i palmi delle mani, cercando di rassicurarli, accarezzarli sul muso per poi montare sulla loro schiena. Cadere e rialzarsi. Afferrarli per il crine e, infine, iniziare a correre con loro e non fermarsi più. Abbandonarsi nell’infinito della steppa, mentre gli zoccoli inchiodano erba e arbusti al suolo. Essere una cosa sola, come succede ancora oggi in moltissime aree del Kazakistan, dove le mandrie dei cavalli possono ancora girare indisturbate. Avere la sensazione di volare pur rimanendo ben ancorati a terra.

Cavalli nella steppa del Kazakistan
Cavalli nella steppa del Kazakistan

Il cavallo rappresentava e rappresenta ancora oggi tutto questo in Kazakistan. Ogni anno, per esempio, nel villaggio di Terisakkan vengono organizzati dei riti per indicare il passaggio dall’inverno alla primavera. Nessuno sa bene quando gli abitanti di quel villaggio abbiano iniziato a compierli, ma probabilmente bisogna tornare indietro all’età del bronzo (attorno al 3000 a.C.). La preparazione di questo evento è continua ed inizia quando gli allevatori si mettono alla ricerca dello stallone migliore per offrirlo poi in matrimonio (“Ayghyr kosu“) alle cavalle. Ma ci sono anche altri riti, come il “Biye baylau“, che letteralmente significa “legare le cavalle”, l’antico rito della “prima mungitura” che prevedeva la separazione delle fattrici e dei puledri dalle mandrie e il “Kymyz muryndyk“, il rito della “prima condivisione del kumis”. Si tratta di due settimane dove il centro di tutto è il cavallo. Riti forti e ancestrali, che oggi sono patrimonio culturale dell’umanità.

Se la storia ha potuto correre veloce è grazie a quegli uomini di oltre cinquemila anni fa. È grazie a quella scoperta così importante nelle steppe del Kazakistan che l’uomo ha potuto piegare sotto di sé il mondo. E conquistarlo sotto gli zoccoli dei cavalli.

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