Mentre il mondo dell’editoria e del giornalismo, e più in generale della comunicazione, da tempo ha virato nel digitale, dall’online ai podcast, dalle ultime applicazioni dell’intelligenza artificiale a tutte le declinazioni dell’universo social, c’è qualcuno che – per sfida? snobismo? controintuizione? – ha deciso di giocare la sua partita puntando tutto e soltanto sulla “cara vecchia” carta. Come la nuova rivista della Biennale di Venezia. Attenzione, “nuova” in senso lato. Perché già negli anni Cinquanta e Sessanta la Biennale – oggi l’istituzione culturale più importante del Paese, e la più conosciuta fra le italiane nel mondo – pubblicava una rivista trimestrale intitolata “La Biennale di Venezia”. Era un oggetto prezioso, di grande formato, curatissima dal punto di vista editoriale, firme pesanti nel mondo dell’arte, del cinema e del teatro, con una copertina sempre d’artista e immagini ricercate… Durò dal 1950 al 1971. Poi sparì.

Ma ora Pietrangelo Buttafuoco, dallo scorso anno ai vertici dell’ente veneziano, ha fatto rinascere quel progetto. Che è ripartito con ancora maggiore ambizione ed eleganza, se possibile. Concepita e realizzata in edizione esclusivamente cartacea (online si può però acquistarla: https://www.labiennale.org/it), stesso titolo (“La Biennale di Venezia”) disegnata dallo studio grafico milanese Tomo Tomo, dotata di un ricchissimo apparato iconografico che attinge in parte dall’Archivio storico della Biennale diretto da Debora Rossi e in parte da servizi di grandi fotografi italiani e internazionali, la rivista ha cadenza trimestrale (il primo numero è uscito a ottobre scorso, il secondo a febbraio e a inizio maggio uscirà il terzo), è internazionale (i collaboratori scrivono nella propria lingua, ma ogni articolo è comunque tradotto in inglese e italiano), è interdisciplinare (quindi arte, architettura, danza, musica, teatro, cinema e moda, che sono gli ambiti di pertinenza propri della Biennale, ma a cui si aggiungono scienze, filosofia, letteratura…), ed è monografica: ogni numero sceglie un tema e una parola-chiave e chiama a parlarne artisti, architetti, coreografi, registi, filosofi, scienziati, storici, romanzieri e poeti di tutto il mondo, dalle Americhe all’Australia.

Voluta da Pietrangelo Buttafuoco e diretta da Luigi Mascheroni, la rivista si presenta con un biglietto da visita ambizioso: “rappresentare sul piano editoriale il senso stesso che incarna la Biennale, al di là delle sue proprie attività: quell’idea che ancora distingue l’Italia nel mondo. Il focus della rivista è l’affermazione e la declinazione di questo fattore difficile da sintetizzare, indefinibile ma immediatamente riconoscibile. Ossia l’impronta dell’italianità, fatta di Bellezza e creatività”.
E a giudicare dai primi numeri la promessa è più che mantenuta: il numero di esordio, dal titolo Diluvi prossimi venturi / The Coming Floods, era dedicato a una parola e a un tema di grande attualità in un momento in cui la cronaca ci parla di alluvioni, “corsa alla Groenlandia” e beni primari: e cioè l’Acqua; fra i contributi quelli del chimico e glaciologo Carlo Barbante, della danzatrice Carolyn Carlson (la “Signora dell’acqua”), dell’architetta marocchina Aziza Chaouni, del musicista Giovanni Lindo Ferretti, del poeta John Kinsella, del premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk, dell’ingegnere e idrologo Andrea Rinaldo (vincitore del prestigioso Stockholm Water Prize, noto come “il Nobel per le ricerche sull’acqua”), del cardinale José Tolentino de Mendonça, del regista cinematografico Peter Weir… Il secondo numero, invece, dal titolo La forma del caos / The Shape of Chaos, è dedicato al tema dell’Archivio, inteso come memoria ma anche come ciò che dà ordine al caos.

“Questa rivista di carta – scrive il direttore Luigi Mascheroni nel suo editoriale – diventa essa stessa un registro di carte. E d’idee, documenti, ricordi, collezioni. L’archivio è la speranza (o l’illusione?) dell’uomo di fare ordine e dare forma al caos, generando conoscenza”. Tra le firme, il poeta siriano Adonis, lo storico Matteo Al Kalak, il compositore e musicista William Basinski, il vulcanologo Boris Behncke, lo scrittore Mircea Cărtărescu, l’artista Pablo Delano, gli scrittori argentini Alberto Manguel e Pablo Maurette, e poi Damiano Michieletto, Paolo Nori, l’architetto Carlo Ratti, lo storico dell’arte Amerigo Restucci, i cinesi Wang Shu e Lu Wenyu… E intanto aspettiamo – a breve – il terzo numero. Che ha come fil rouge una parola che arriva da lontano (avant-guerre) – e purtroppo rischia di trascinarci in un inquietante futuro: Anteguerra. Che il tempo che precede il caos, che prefigura cambiamenti radicali – conflitti, crisi, rivolgimenti politici, sociali, ambientali… -, il tempo delle avvisaglie: quello in cui si intuisce un dramma incombente, un pericolo, qualcosa che sta per succedere. Ma non sappiamo cosa. Né come comportarci. Il nostro tempo, appunto.
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