La versione della Cina su quanto sta accadendo nello Xinjiang è completamente diversa rispetto a quella descritta da media e organizzazioni umanitarie internazionali. Secondo Pechino, nella regione autonoma in cui vivono gli uiguri, la minoranza etnica cinese turcofona e musulmana, le autorità locali hanno provveduto a sradicare la piaga del terrorismo islamico con una decisa operazione politica. I criminali sono stati arrestati mentre gli altri cittadini indottrinati, e quindi ancora potenzialmente pericolosi, hanno preso parte volontariamente a un programma mirato a reintrodurli all’interno della società. Adesso, nello Xinjiang sarebbero tornate pace e armonia. Altre testimonianze raccontano invece lo Xinjiang come un inferno in terra,un luogo dove la popolazione è controllata nei minimi dettagli da un sistema oppressivo che si basa sia sulle nuove tecnologie (telecamere, applicazioni, big data) sia su un pattugliamento capillare delle strade.

La narrazione straniera sullo Xinjiang

È innegabile che vari governi stranieri, Stati Uniti in primis, abbiano subito impugnato la causa dello Xinjiang e delle violazioni dei diritti umani perpetrati ai danni degli uiguri dalle autorità locali per attaccare la Cina. Ma è pur vero che, dall’altra parte, i media di Pechino hanno commesso il peccato opposto, stendendo un velo di omertà sulle reali intenzioni politiche del governo nella regione più occidentale del paese. Sfogliando un qualsiasi quotidiano cinese, il lettore troverà numerose notizie sullo Xinjiang ma nessuna di queste riguardante le condizioni degli uiguri. Nessun accenno alla violazione della privacy, all’incarcerazione immotivata di numerosi cittadini, ai lavori forzati a cui sarebbero sottoposti i prigionieri e alla repressione dei fuggitivi all’estero. Tutte le news registrano i progressi economici raggiunti dallo Xinjiang, sottolineano l’armonia o si focalizzano sul turismo.

La narrazione cinese sullo Xinjiang

Un reportage di Al Jaazera svela, poi, come la Cina trasmette la storia dello Xinjiang ai cinesi; la narrazione è molto diversa dalla realtà e si piega alle esigenze politiche del Partito comunista cinese. Prendiamo, ad esempio, la storia dei campi di concentramento riportata da più fonti occidentali. La Cctv, l’emittente televisiva statale cinese, già nel 2018 aveva trasmesso un documentario di 15 minuti in cui non solo riconosceva l’esistenza dei campi, ma li difendeva con vigore. All’epoca nello Xinjiang c’era davvero un estremismo radicale, misto a terrorismo e separatismo etnico; tutte condizioni che contribuivano a rendere la regione pericolosissima e instabile. “Il governo cinese – spiegava Victor Gao, vicepresidente del Centro per la Cina e la globalizzazione di Pechino – è stato coerente nell’affermare come non siano mai esistiti campi di concentramento. Semmai ci sono strutture destinate a scopi di istruzione e formazione”.

Un percorso prestabilito

Il documentario appena descritto è la bussola per l’attuale copertura dello Xinjiang da parte dei media cinesi. La Cina tende quasi a proporre l’idea di una forma di detenzione morbida e volontaria degli stessi uiguri, niente a che vedere con l’oppressione evocata dai giornalisti stranieri. C’è una narrazione ufficiale e chi si allontana, sostiene sempre Al Jaazera, viene punito. Per questo motivo, nel solo Xinjiang, sarebbero stati rinchiusi 58 giornalisti. La pressione internazionale ha spinto la Cina ad ammettere l’esistenza dei campi. Ma tutto il resto, a partire dalle condizioni degli uiguri all’interno dei centri, continua a essere raccontato nel modo voluto da Pechino.