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Sono trascorsi decenni da quando la narrazione dominante ha iniziato a parlare e a osannare la globalizzazione: il mondo sempre più interconnesso, un mercato unico globale, flussi di capitali, merci e persone in costante espansione. Ora, questa visione ottimistica sembra incrinarsi. Eventi recenti, dalla pandemia di COVID-19 alla guerra in Ucraina, unitamente alle tensioni geopolitiche crescenti, sembrano dirci che stiamo entrando in un’era di de-globalizzazione, o quantomeno di una globalizzazione ridimensionata (Haushofer J., Mulida R., Shapiro J.P., 2020).

Cosa potrebbe significare tutto ciò per il futuro del nostro mondo? La ricerca scientifica più recente ci offre spunti illuminanti per immaginare scenari plausibili. Uno studio pubblicato su Nature nel 2024, ad esempio, analizza le fragilità delle catene di approvvigionamento globali, evidenziando come la ricerca costante di efficienza e riduzione dei costi abbia creato sistemi estremamente vulnerabili a shock esterni al sistema stesso. La recente crisi pandemica mondiale ha drammaticamente illustrato questa vulnerabilità, con la carenza di beni essenziali e l’impennata dell’inflazione.

ùDi conseguenza, la ricerca dimostra la presenza di una tendenza crescente verso la regionalizzazione delle catene di approvvigionamento. In effetti, le aziende stanno rivalutando la dipendenza da fornitori lontani e optano per una maggiore vicinanza geografica per quanto riguarda gli approvvigionamenti, privilegiando la resilienza sulla pura ottimizzazione dei costi. Su larga scala, questo atteggiamento imprenditoriale potrebbe condurre a una frammentazione dell’economia globale in blocchi regionali, con implicazioni significative per il commercio internazionale e la crescita economica (Sun Y., Zhu S., Wang, D., et al., 2024, “Global supply chains amplify economic costs of future extreme heat risk”, in Nature, 627:797–804).

Un ulteriore filone di ricerca, proveniente dal World Economic Forum, si concentra sull’impatto geopolitico della de-globalizzazione. Si prevede, come sembra stia davvero accadendo sotto i nostri occhi, un aumento della competizione tra grandi potenze, con la formazione di blocchi economici e politici rivali. La formazione di una fiducia reciproca tra nazioni ed imprese, antico pilastro della globalizzazione, è decisamente in declino, sostituita da una crescente enfasi sulla sicurezza nazionale e sull’autosufficienza. Ricerche nel campo delle relazioni internazionali sostengono che questa dinamica potrebbe intensificare le tensioni politiche e aumentare il rischio di conflitti, soprattutto in aree strategiche come il Mar Cinese Meridionale o l’Europa Orientale.

Sul fronte socio-culturale, la de-globalizzazione induce inevitabilmente a un rafforzamento delle identità nazionali, con una maggiore attenzione alle comunità locali. Studi sociologici indicano che la globalizzazione, pur avendo apportato benefici economici, ha anche generato disuguaglianze e un sentimento diffuso di sradicamento in alcune fasce della popolazione. La risposta esistenziale a questo disagio si manifesta spesso con un aumento del nazionalismo e del populismo. Nello stesso tempo, in questo contesto, la de-globalizzazione potrebbe essere vista come un’opportunità per ricostruire un senso di comunità e appartenenza, anche a livello nazionale, ancorché si possa correre il rischio di alimentare xenofobia e chiusura culturale. I ricercatori nel campo della Psicologia Sociale avvertono che la percezione di minaccia esterna, spesso amplificata in contesti de-globalizzati, può portare a una maggiore polarizzazione sociale, con la conseguente riduzione della tolleranza verso le diversità (Van Bavel J.J, Rathje S, Harris E, Robertson C, Sternisko A., 2021, “How social media shapes polarization”, in Trends Cognition Science, 25(11):913-916).

Infine, è cruciale considerare l’impatto ambientale. La de-globalizzazione, riducendo i trasporti internazionali, potrebbe portare a una diminuzione delle emissioni di gas serra, anche se ricerche recenti mettono in guardia contro questa visione semplicistica. Un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) sottolinea come la cooperazione internazionale sia essenziale per affrontare efficacemente l’attuale ed evolutiva crisi climatica. La de-globalizzazione potrebbe ostacolare la condivisione di tecnologie verdi e la coordinazione di politiche ambientali globali, rallentando la transizione verso uno stile di vita davvero sostenibile.

In conclusione, la fine della globalizzazione non è necessariamente sinonimo di catastrofe, anche se certamente rappresenta una trasformazione profonda e complessa. La ricerca scientifica, come abbiamo visto, seppure brevemente, ci indica scenari diversi: si va dalla regionalizzazione economica alla competizione geopolitica, dal rafforzamento delle identità nazionali alle sfide ambientali. Esistere in questo possibile e probabile nuovo mondo richiederà adattabilità, cooperazione a livello regionale e locale, non disgiunte da una profonda riflessione sulle priorità dell’intero pianeta. Non si tratta di tornare indietro, ma di costruire un futuro in cui l’interconnessione, seppur rimodellata, possa ancora servire il progresso e la prosperità, in modo più efficace e sostenibile per tutti. Dal mio punto di vista, comunque, ignorare le indicazioni della scienza, in questo frangente cruciale, sarebbe un errore che le generazioni future pagherebbero a caro prezzo.

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