Nella giornata di oggi i cittadini norvegesi si recheranno alle urne per rinnovare i 169 seggi dello Storting, il Parlamento di Oslo, e delineare il profilo politico della futura coalizione di governo: l’esecutivo uscente è guidato dalla conservatrice Erna Solberg, la quale nel 2013 è riuscita a costituire un governo di minoranza in coalizione con il Progress Party e col sostegno esterno di liberali e cristiano-democratici, relegando all’opposizione i laburisti che avevano leggermente sopravanzato in quanto a suffragi e seggi (55 a 48) il suo partito.

Prima ancora della definizione della futura coalizione di governo, tuttavia, il voto norvegese rappresenta uno snodo cruciale in quanto nelle urne i cittadini del regno scandinavo porteranno le loro aspettative sul futuro assetto economico e sociale del Paese, che negli ultimi mesi ha iniziato a interrogarsi con decisione sulla stabilità dell’attuale sistema basato essenzialmente sulla rendita garantita dall’estrazione e dalla commercializzazione del petrolio e del gas naturale dai ricchi giacimenti del Mare del Nord. Nonostante un reddito pro capite di 74.000 dollari e una bilancia commerciale che nel 2016 ha chiuso in attivo di circa 19,4 miliardi di dollari, la Norvegia ha subito il contraccolpo del netto abbassamento dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali verificatosi negli ultimi anni: come riportato da Jon Henley del Guardian, infatti, tra il 2014 e il 2016 50.000 dipendenti dell’industria petrolifera, un quinto del totale, hanno perso il proprio posto di lavoro, mentre al contempo la rendita garantita dal greggio precipitava dal 40%. La compagnia petrolifera nazionale Statoil, un player da 94 miliardi di dollari di fatturato annui, rimane per il momento abbastanza solida, ma per Oslo è giunto il momento di interrogarsi sulla sostenibilità a lungo termine del modello economico basato sulla rendita petrolifera, in un contesto che vede anche la petromonarchia saudita varare il colossale piano di diversificazione economica Saudi Vision 2030: in questo senso, il retroterra per un’analoga operazione in Norvegia sarebbe garantito dalla forte stabilità economica, dal rodato meccanismo politico-istituzionale di Oslo e dal decisivo ruolo del Norges Bank Investment Management, il fondo sovrano che contiene tutta l’accumulazione pregressa della rendita petrolifera del Paese, fa da piattaforma al sistema di welfare e di previdenza della Norvegia e, con asset quantificati per 970 miliardi di dollari, supera in dimensioni i corrispettivi cinesi, qatarioti e sauditi.

Il piano di diversificazione economica è avvallato, principalmente, dal Partito Verde, che dopo aver esordito conquistando un seggio nella regione di Oslo nel 2013, è previsto in netta crescita e destinato a controllare, in cooperazione con il piccolo Partito Socialista suo alleato, circa 18-20 seggi che potrebbero rappresentare l’ago della bilancia per la costituzione di una maggioranza governativa in una corsa che vede, in testa, conservatori e laburisti sostanzialmente appaiati. Rasmus Hansson e Une Aina Bastholm, leader dei Verdi, propugnano un progressivo ridimensionamento del peso dell’estrazione nell’economia nazionale e si dichiarano favorevoli a un ampliamento della spesa pubblica in investimenti produttivi alternativi, da prodursi attraverso la leva del fondo sovrano, al fine di creare attività e occupazione in settori come le energie rinnovabili, che coprendo già il 97% della generazione elettrica del Paese potrebbero, in futuro, rivelarsi un profittevole volano per una nuova fase di crescita economica. L’obiettivo dei Verdi é quello di svolgere il ruolo di kingmaker nel post-elezioni, garantendosi come sostegni imprescindibili al candidato laburista Jonas Gahr Store, ex Ministro degli Esteri, per incentivare una virata a sinistra del suo governo; è importante sottolineare come buona parte dei propositi di diversificazione economica, come la proposta di riconvertire in impianti di generazione mareale o fotovoltaica numerose piattaforme petrolifere offshore, sia stata inizialmente avvallata dal governo uscente, che in seguito ha preferito tuttavia rilanciare l’estrattivismo quale chiave del progresso economico nazionale. Mentre un sondaggio del mese di agosto ha rilevato che, per la prima volta, la maggioranza dei norvegesi si dichiara favorevole a un cambiamento sistemico per ragioni di opportunità economica e sostenibilità ambientale, il voto che produrrà i futuri equilibri politici di Oslo riflette un dibattito acceso destinato a ripercuotersi sugli sviluppi istituzionali del Paese: i temi della transizione e della diversificazione toccano in primo piano uno Stato come la Norvegia che, dopo aver costruito le sue fortune sullo sfruttamento dei giacimenti del Mare del Nord nell’ultimo mezzo secolo, si trova ora di fronte  un bivio decisivo.