Sono trascorsi 12 mesi da quando il 31 gennaio del 2020 il governo italiano ha proclamato lo stato d’emergenza sanitaria dovuta al Sars-CoV-2. In quei momenti la percezione era che quel provvedimento fosse semplicemente un atto dovuto. Forse lo stesso governo riteneva che il virus rimanesse circoscritto nel luogo in cui si era generato. Un po’ in tutti la convinzione era quella di poter rimanere immuni ai contagi che correvano veloci in Cina. Pochi giorni dopo la triste realtà che ha ribaltato il quadro generale della situazione.

Lo stato d’emergenza sanitaria

Un provvedimento straordinario emanato per difendere la popolazione da eventi gravi ed eccezionali che possono danneggiare l’incolumità di tutti: è questo ciò che sta alla base degli effetti della proclamazione dello stato di emergenza sanitaria, la stessa proclamata del 31 gennaio del 2020 da parte del governo Conte II. Il provvedimento trova il suo fondamento nell’articolo 24 del decreto legislativo 1/2018 e prevede anche la possibilità di limitare le libertà fondamentali del cittadino. Lo stato d’emergenza, stando ai dati della Protezione Civile, ha trovato applicazione più di 100 volte dal 2013 ad oggi per svariati motivi, soprattutto per eventi meteorologici, ma il provvedimento che ha lasciato il segno e che ancora oggi continua a essere prorogato è quello determinato dal nuovo coronavirus.

La data in cui è stata resa ufficiale la gravità del focolaio scoppiato a Wuhan ha coinciso con un caso Covid che ha colpito per la prima volta l’Italia: il 30 gennaio infatti, l’Oms ha dichiarato per la prima volta lo stato d’allerta internazionale, mentre una coppia di turisti provenienti da Wuhan ha avvertito i sintomi della malattia ed è stata sottoposta alle cure dello Spallanzani di Roma. Da qui la mossa dell’esecutivo di proclamare l’emergenza. Un capitolo che sembrava dovesse rimanere limitato solo a quel caso ed invece gli eventi successivi hanno portato a rinnovare lo stato d’emergenza di volta in volta. Dopo il 31 luglio, termine di scadenza fissato per il primo provvedimento, i successivi decreti hanno fissato altre scadenze: 15 ottobre, 31 gennaio e, attualmente, l’ultimo termine di scadenza è fissato al 30 aprile.

Il “paziente 1”  in Italia

Dalla coppia proveniente da Wuhan al primo paziente italiano colpito dal Covid non è passato molto tempo: il 21 febbraio successivo infatti a Codogno è stato diagnosticato il primo caso di coronavirus al 38enne Mattia Maestri. Il virus era in Italia, aveva iniziato la sua corsa mentre il governo guardava unicamente a quanto accadeva in Cina e a come prevenire contatti con le persone transitate dal Paese asiatico. La notte del 19 febbraio, dopo un  peggioramento della polmonite che Mattia Maestri stava curando in casa dietro consiglio dell’ospedale, è stato necessario un ricovero. Il 38enne stava molto male. Solo l’anestesista Annalisa Malara è riuscita a capire cosa stesse accadendo prendendosi la responsabilità di eseguire un tampone. Quest’ultimo infatti era previsto dal protocollo del ministero della Salute, il n. 2302 emanato il 27 gennaio 2020, solo per “i casi sospetti” e cioè per quelle persone con “un’infezione acuta grave” che provenivano da “aree a rischio dalla Cina”, che avessero lavorato in un ambiente dove si stessero curando pazienti colpiti dal coronavirus o che avessero avuto contatti stretti con un “caso probabile o confermato da nuovo coronavirus”.

Da quel documento è emersa l’impressione della convinzione che la malattia non fosse presente nel nostro territorio. La pericolosità del Sars-CoV-2 è stata forse sottovalutata. Se l’anestesista non si fosse assunta quella responsabilità, i protocolli sanitari previsti dal ministero della Salute sarebbero rimasti inadeguati ancora per molto tempo. Un errore dal quale sono conseguiti gli effetti contro i quali ancora oggi si cerca di lottare. In poche parole, l’Italia era solo sulla carta in emergenza. Nella pratica, nessuno era realmente pronto ad affrontare il virus.

Il primo lockdown e le bare portate via da Bergamo dall’esercito

Nella mente degli italiani la vera emergenza è scattata a marzo. È in questo mese che la situazione è precipitata inesorabilmente. Non solo sono aumentati i contagi, ma per la prima volta le telecamere hanno mostrato i posti letto pieni nei reparti di terapia intensiva di molti ospedali lombardi: da Lodi a Cremona, passando poi per Brescia e Bergamo. L’Italia è entrata così nel vortice dell’epidemia, la quale dal 10 marzo 2020 secondo l’Oms è diventata ufficialmente una pandemia. L’allarme era adesso globale, ma nel nostro Paese in quei giorni le dimensioni del disastro sono apparse più marcate che altrove. In questo contesto, ha preso il via anche una lunga girandola di Dpcm, i decreti amministrativi che hanno costituito la forma d’atto più usata nella gestione dell’emergenza.  Il primo, come si legge nella cronologia delle norme approvate dopo il 31 gennaio pubblicata sul sito della presidenza del consiglio, è del 23 febbraio 2020 ed è stato firmato poche ore dopo l’emanazione del decreto legge n. 6/2020.

Quest’ultimo è l’atto normativo in cui si è iniziato a parlare di “misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”. Con il Dpcm del 23 febbraio, si è costituita la prima “zona rossa” all’interno dei primi comuni ad essere coinvolti dai contagi. A questo ne seguiranno un’infinità. Tra i più importanti, vi è quello del 4 marzo 2020, dove sono state introdotte disposizioni anti contagio valevoli per tutto il territorio nazionale. Con il Dpcm del 9 marzo invece, ha preso il via il lockdown generale. Gli italiani, confinati nelle proprie case, il 18 marzo hanno visto in televisione il passaggio delle camionette dell’esercito che trasferivano le bare fuori dalla città di Bergamo. Segno ed emblema di una situazione sfuggita di mano.

L’Italia divisa a colori

Il primo lockdown è ufficialmente cessato il 4 maggio. La curva dei contagi era tornata sotto controllo e così lentamente ci si è riavvicinati alla normalità. Oltre alle attività, ad essere riaperti sono stati anche i confini. Ed è stato forse questo l’errore più grande. Dal 15 giugno in poi si è tornati a viaggiare liberamente in Europa, così come nei porti e negli aeroporti l’attività si è avvicinata a quella dei livelli pre Covid. Tutto questo nonostante ufficialmente lo stato d’emergenza fosse ancora in vigore ed anzi prorogato fino al 15 ottobre. Con le curve non completamente azzerate, dopo un’estate tranquilla a settembre i contagi sono tornati ad aumentare fino a sforare il 13 novembre quota 40.000, record da quando è iniziata l’epidemia.

Anche con l’avvento della seconda ondata l’Italia si è mostrata impreparata. Ci si è mossi, ancora una volta, con un diluvio di Dpcm. Il più importante di questa fase è quello del 3 novembre, in cui è stata stabilita una suddivisione territoriale del nostro Paese in aree rosse, arancioni o gialle, in base ai livelli di contagio: “Ottimo strumento perché consente di controllare meglio i vari territori – ha commentato il 15 gennaio su InsideOver il virologo Matteo Bassetti – Il lockdown generale non può funzionare, come dimostrato a Natale”. Quest’ultimo riferimento è a un decreto legge, firmato il 18 dicembre e valevole soltanto per il periodo natalizio, che ha istituito una zona rossa nazionale nei giorni festivi. Oggi è in vigore ancora sia la suddivisione a colori, sia lo stato di emergenza. Un provvedimento quest’ultimo che ha compiuto un anno di vita. Dodici mesi in cui l’Italia, come altre volte nella sua storia, era convinta forse di dover affrontare una guerra lampo. Al contrario, da quell’emergenza proclamata il 31 gennaio 2020 ancora non si vede una nitida via di uscita.

 

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