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Società

Perché i vaccini one-shot potrebbero non funzionare

A causa sia delle ridotte forniture di vaccini arrivate in Europa sia delle difficoltà logistiche provocate dallo spostamento e dallo stoccaggio dei prodotti, dapprima il Regno Unito e quindi i Paesi dell’Unione europea hanno ipotizzato la possibilità di procedere, almeno...
Una dose del vaccino Pfizer (LaPresse)

A causa sia delle ridotte forniture di vaccini arrivate in Europa sia delle difficoltà logistiche provocate dallo spostamento e dallo stoccaggio dei prodotti, dapprima il Regno Unito e quindi i Paesi dell’Unione europea hanno ipotizzato la possibilità di procedere, almeno in questa prima fase, con una singola somministrazione per ogni cittadino. Una scelta definita politica, in contrasto rispetto alle direttive non soltanto delle grandi casa farmaceutiche ma anche della Fda americana e dell’Ema europea, che avevano autorizzato l’utilizzo della soluzione di Pfizer, Moderna e AstraZeneca nel solo metodo grazie al quale avevano ottenuto l’approvazione.

Una strada sperimentale definita anche “coraggiosa”, poiché considerato estremo rimedio nei confronti di una crisi sanitaria che ha portato al collasso degli ospedali e per la quale una soluzione almeno provvisoria andava ricercata nel più breve lasso di tempo possibile. Un rischio che, in ultima battuta, si è preso principalmente Boris Johnson e che adesso potrebbe essere emulato, dopo i risultati arrivati in modo particolare dalla Scozia, in modo diffuso in Unione europea. Tuttavia, la certezza sul funzionamento di questa strategia non è stata ancora confermata e, come messo in evidenza dalla stampa americana, potrebbe addirittura divenire pericolosa sul lungo periodo.

Non abbiamo certezze sulla singola somministrazione

Come riportato dall’agenzia di stampa Reuters, gli scienziati americani hanno duramente criticato la soluzione proposta da sempre più Paesi e virologi europei circa la somministrazione di un solo vaccino. Poiché, allo stato attuale e con gli studi in possesso, la via da privilegiarsi sarebbe comunque quella della doppia somministrazione, in linea con le direttive delle case farmaceutiche e con il via libera delle autorità di vigilanza.

Certo, negli Stati Uniti il discorso è molto più semplice. Con l’arrivo del 2021 le dosi messe a disposizione per il mercato americano sono state molto più ampie, permettendo una diffusione capillare del vaccino già dallo scorso gennaio; tutto ciò mentre in Europa ancora si sta cercando di capire quante e quando soprattutto saranno le dosi effettivamente reperibile, nonostante gli accordi presi in precedenza con i big pharma. Tuttavia, la questione mette in luce quella che in effetti è una criticità non da sottovalutare e per la quale gli studi attuali non hanno dato ancora dati inequivocabili di successo.

L’esempio scozzese, come riportato dal Corriere della Sera, ha dato manforte a tutti coloro che, in questa prima fase di carenze, hanno ipotizzato la possibilità che già una singola somministrazione fosse sufficiente per alleviare la pressione sugli ospedali, in uno scenario in cui proprio il collasso delle strutture ospedaliere può essere considerata primaria causa dell’alta mortalità. Ma nonostante questo riscontro empirico, i dati rimangono comunque ancora limitati e per poter valutare l’esatta efficacia della soluzione saranno necessari ancora mesi, più che settimane, di studi e di osservazione.

Ridurre la pressione sugli ospedali non è sinonimo di sconfiggere la pandemia

Sin dalla scorsa primavera sia gli scienziati sia la popolazione globale si resero subito conto di come la pandemia di coronavirus non sarebbe stata una criticità risolvibile nel giro di pochi mesi. E soprattutto, tutti si resero conto di conto di come fosse necessario studiare un piano volto a convivere con il patogeno sin tanto che non si sarebbe trovata una soluzione definita. Scenario per il quale, purtroppo, siamo ancora molto lontani, sebbene forse parzialmente ben incamminati.

Con l’arrivo dei vaccini e con l’alto grado di successo messo in evidenza dagli studi, la soluzione sembrava essere stata trovata, almeno sino al momento in cui i problemi legati all’approvvigionamento effettivo ed alla logistica di trasporto e stoccaggio non sono venuti alla luce. In una situazione che, purtroppo per noi, ha visto proprio l’Europa divenire l’emblema delle difficoltà globali nella diffusione e nella somministrazione del vaccino.

A causa di ciò, dunque, esso è stato visto almeno per il momento sempre di più come una soluzione volta non tanto a salvare la vita delle persone in quanto scudo immunitario, bensì ad alleviare la pressione sugli ospedali per permettere a tutti coloro che ne avessero bisogno di essere curati. Una via di mezzo, in fondo, che potrebbe però alla lunga condurre ad un vicolo cieco, con Bruxelles de facto costretta sempre a rincorrere un patogeno che non è in grado davvero anche solo di affrontare. Allungando, in ultima battuta, le tempistiche stesse per il superamento della crisi sanitaria, sociale ed economica causata dal Covid-19.

Siamo aggrappati ad una speranza?

Come riferito dal virologo genovese Matteo Bassetti  e riportato dall’agenzia Adnkronos, una sola dose del vaccino sarebbe sufficiente per ridurre sia le infezioni che le ospedalizzazioni sino all’80/90%. In virtù di ciò, dunque, si potrebbe già evincere empiricamente da quanto successo dove questa strategia è già stata applicata e tra coloro che si trovano nel limbo di attesa tra la prima e la seconda somministrazione. E in questo scenario, di conseguenza, il ragionamento alla base della decisione di procedere almeno per il momento con una tecnica “one-shot” potrebbe rivelarsi vincente per tamponare al problema della mancanza di vaccini sufficienti e della loro diffusione capillari.

Tuttavia, la domanda vera da porsi è se in tutto questo l’Italia e l’Europa siano aggrappati ad una mera speranza oppure su una serie di dati certi che rendono la strategia di una sola somministrazione quella potenzialmente vincente. Domanda verosimilmente difficile cui rispondere, considerando gli ancora limitati studi a disposizione che si basano per lo più su risultati di breve periodo.

La vera speranza, di conseguenza, nasce dal fatto che più passano i giorni più una singola dose dei vaccini (almeno, per quanto riguarda Pfizer e AstraZeneca) sembri essere sufficiente a limitare le criticità più ingombranti. E il vero significato dato dall’allarme americano, dunque, è da intendersi come una necessità di controllare assiduamente e costantemente i dati delle rilevazioni, senza autoconvincersi a priori di aver trovato una soluzione al problema che in realtà è ancora molto lontana. Focalizzandosi, infine, su quello che è il reale obiettivo della campagna vaccinale, ossia sconfiggere una volta per tutte le conseguenze sanitarie e sociali della pandemia, arrendendosi al fatto che, purtroppo, il Covid-19 e le sue varianti saranno destinate a far parte del nostro futuro ancora per molti anni.





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