Era prevedibile che potessero sollevarsi dubbi e indiscrezioni in merito all’efficacia dei vaccini cinesi. D’altronde sappiamo ben poco degli antidoti realizzati dalla Cina. Se non che, oltre la Muraglia, hanno iniziato a essere somministrati già dall’estate a categorie di persone a rischio, e che saranno presto distribuiti ai Paesi che li avranno richiesti. Xi Jinping, pur considerando il vaccino un “bene globale”, garantirà infatti una corsia preferenziale alle nazioni dell’America Latina, del Sud-Est asiatico e dell’Africa.
A causa della zona d’ombra venutasi a creare, c’è chi ha messo in dubbio l’effetto dei sieri realizzati da Pechino. Si è quindi venuto a creare un insolito botta e risposta tra i media taiwanesi e quelli cinesi, con i giornali del Dragone in prima fila a smentire l’ultima voce giunta dalla “provincia ribelle”. Secondo quanto riportato dal sito Taiwan News, infatti, 47 lavoratori cinesi operativi in Uganda sarebbero risultati positivi nonostante fossero stati vaccinati in Cina.
Secca la replica del Global Times: “Abbiamo appreso da un’équipe medica cinese e da cinesi d’oltremare in Uganda che i 47 lavoratori recentemente risultati positivi al Covid-19 sono lavoratori a lungo termine in Uganda e non erano stati vaccinati”. Il quotidiano cinese termina la sua risposta bollando come false le insinuazioni mosse dal giornale taiwanese: “Questo è uno schiaffo in faccia ad alcuni media pro-secessionisti dell’isola di Taiwan, che sostengono il fallimento del vaccino della Cina continentale su questi lavoratori”.
Giallo in Uganda
Innanzitutto è bene sottolineare quello che ormai sappiamo da un po’: da luglio, ben prima che fossero completati gli studi clinici, i due candidati vaccini di Sinopharm e Sinovac hanno ricevuto il via libera per essere iniettati a “lavoratori essenziali” come parte di un programma di utilizzo di emergenza iniziato quel mese. A novembre, in Cina, questi vaccini sperimentali erano stati somministrati a un milione di persone.
Tra i destinatari del medicinale troviamo i cittadini cinesi in procinto di viaggiare all’estero, tra cui diplomatici, studenti e almeno 56.000 operai edili di imprese statali. Sempre nel mese di Novembre, e come evidenziato da Reuters, Sinopharm dichiarava che nessuno dei suoi soggetti vaccinati andati all’estero sarebbe stato infettato. Il punto è che lo scorso 5 dicembre l’ambasciata cinese in Uganda comunicava una notizia singolare.
All’interno di una società indiana, 47 cittadini cinesi sono risultati positivi al coronavirus. Molti di loro erano asintomatici, mentre una minoranza ha manifestato sintomi tra cui febbre, tosse, affaticamento e diarrea. Il mistero sta proprio qui: questi lavoratori erano vaccinati? Per Taiwan News sarebbero da poco rientrati in Uganda dalla Cina, dove in teoria, essendo lavoratori di una compagnia statale, sarebbero dovuti rientrare nella lista delle persone da vaccinare. “L’ultimo focolaio tra i lavoratori cinesi solleva interrogativi sia sulla capacità dei vaccini cinesi di prevenire la trasmissione della malattia, ma anche sullo sviluppo dei sintomi”, ha scritto il sito taiwanese.
“Non erano vaccinati”
Il sito dell’ambasciata cinese in Uganda ha in effetti diffuso un comunicato dettagliato, dove però non si fa alcun riferimento alla vaccinazione dei lavoratori. Nel testo si legge soltanto che 47 operai cinesi impegnati in un progetto appaltato da un’azienda indiana sono risultati positivi al Covid-19. “Il progetto è stato interrotto e sono stati offerti loro assistenza medica e cure”, si legge ancora nella nota.
I media di Pechino puntano il dito contro la ricostruzione taiwanese, sostenendo che si basi su una supposizione ben lontana dalla realtà. “Nessuno di questi lavoratori migranti era stato vaccinato prima di essere infettato”, ha detto al Global Times un membro del team medico cinese in Uganda, aggiungendo inoltre che la maggior parte “dei lavoratori migranti infetti si trova in Uganda da un anno”. Altre fonti locali sostengono che il gruppo di infetti non avesse mai lasciato l’Uganda dallo scoppio della pandemia in poi. Dunque, quei lavoratori non avrebbero potuto essere vaccinati in alcun modo.