Quella di Oksana Masters è stata spesso definita una “favola”. In realtà la sua vita, fin dall’utero materno, ha avuto il sapore della tragedia. L’atleta paralimpica protagonista della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Parigi, infatti, mette insieme il travaglio personale e il mondo in tumulto degli anni Novanta.
Masters, all’anagrafe Oksana Alexandrovna Bondarchuk, nasce in Ucraina nel 1989 con gravi malformazioni congenite causate dall’avvelenamento da radiazioni legate all’incidente di Chernobyl. Sei dita su ogni piede, mani palmate, niente pollici, un solo rene, uno stomaco parziale, niente bicipite destro. La gamba sinistra di sei pollici più corta della destra, ed entrambe prive delle ossa portanti. Come se il destino non si fosse accanito abbastanza sulla vita di questo corpicino percosso dalle radiazioni, poco dopo la nascita viene abbandonata in un orfanotrofio.
Iniziano sette anni e mezzo lunghi e bui, durante i quali verrà abusata sessualmente e psicologicamente. Anni interminabili durante i quai avrà paura di piangere o perfino di addormentarsi. “Molte persone non vogliono credere a ciò che accade in certi orfanotrofi in Ucraina. Ma dovrebbero credere. Succedono cose orribili“, ripete spesso l’atleta nelle sue interviste, all’interno delle quali tiene moltissimo a denunciare la condizione infantile nell’Europa dell’Est, soprattutto quella dell’infanzia abbandonata.
Eppure, da quel buio qualcuno ha scelto di salvare quella bambina dai capelli color fieno. Nel 1997, una logopedista americana, Gay Masters, single e senza figli, la adotta e la porta con sé negli Stati Uniti. Masters aveva per anni desiderato un figlio, ma essendo una donna single non era sicura delle sue possibilità. Poi incontrò una donna che aveva adottato in Russia. Mostrò a Gay le foto di due bambini in Ucraina che erano disponibili per l’adozione da parte dell’agenzia a cui si era rivolta. Una dei due era Oksana, in piedi accanto a un tavolo, con in mano un coniglietto di peluche.
In America, Oksana impara la parola “mamma” e l’inglese. Ma soprattutto, insegna l’ucraino a sua madre. Camminare su gambe irregolari, però, le provoca disturbi dolorosi e un’andatura difficile da reggere. Il dolore continua a intensificarsi e i medici incoraggiano l’amputazione. Nel maggio del 1998, 15 mesi dopo l’arrivo di Oksana negli Stati Uniti, le viene amputata la gamba sinistra. Cinque anni dopo, a 13 anni, anche la destra. Da allora le sue gambe sono state le protesi.
In America per Oksana Masters inizia un’altra vita. Ma i traumi restano. Da adolescente, che presto avrebbe perso entrambe le gambe, iniziò a tagliarsi. “Un modo facile per intorpidire tutto“, lo definirà in un’intervista al Guardian di qualche anno fa. Così la mamma adottiva la convinse a remare e non appena si sedette su una barca in acqua, Oksana si sentì di nuovo al sicuro. Iniziò la passione per il canottaggio, quello che nello sport paralimpico si chiama “adaptive”. Un percorso che alla fine l’avrebbe incoronata come una delle atlete americane più decorate della storia.
La sua bacheca dei trofei ha ricevuto un meritato inizio con la sua prestazione nelle prove del campionato mondiale adaptive del 2011 nel New Jersey, dove lei e il compagno di squadra Augusto Perez si sono classificati al secondo posto, preparando il terreno per il debutto di Oksana ai Giochi paralimpici l’anno successivo, quando conquistato una medaglia di bronzo insieme a Perez ai Giochi di Londra del 2012. Tuttavia, un infortunio alla schiena ha interrotto la sua carriera di para-rowing, lasciandola senza uno sport in cui competere.
Non sarebbe stato di certo uno stupido infortunio a fermare quel corpo ricamato da cicatrici e vita. Basta cambiare disciplina. Paraciclismo e sci di fondo diventano la sua nuova fede, trasformandola in un’olimpionica per tutte le stagioni, che consegue nel tempo risultati assolutamente impressionanti. Due medaglie d’oro nel paraciclismo femminile ai Giochi di Tokyo del 2020, oltre all’oro vinto ai Campionati mondiali su strada di Glasgow del 2023. Ha vinto ben nove medaglie nello sci di fondo femminile, tra cui un oro nel 2022 ai Giochi di Pechino. Due medaglie d’oro e una d’argento a Pechino nel 2022 nel parabiathlon femminile, che si aggiungono alle due medaglie d’argento vinte nelle stesse gare nel 2018. Detiene il record per il maggior numero di medaglie alle Paralimpiadi invernali con 14 e non mostra assolutamente alcun segno di rallentamento.
Mamma Gay dice che ha una “resilienza ucraina“, un complimento che in questo momento storico si tinge di un significato triste e profondo. Come quella volta alle Paralimpiadi invernali di Pyeongchang nel 2018. Masters si era slogata e rotta un gomito tre settimane prima dei Giochi. Il suo medico le aveva detto che ci sarebbe stato un periodo di recupero di quattro-otto mesi, almeno per una persona “normale”. Oksana, invece, è arrivata a Pyeongchang e con il gomito rotto fasciato ha vinto cinque medaglie paralimpiche, due delle quali d’oro.
Masters ha superato quel traguardo alle Paralimpiadi invernali di Pechino, quando ha vinto sette medaglie, tra cui tre ori. Pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi, la Russia aveva invaso l’Ucraina. E allora, essere alla Paralimpiadi ha assunto un doppio significato, vincere per sé e per Kiev, nonostante gareggi sotto le insegne di Washington, il Paese che le ha permesso di venire al mondo una seconda volta.
Gli atleti paralimpici non amano che le proprie storie facciano più notizia delle loro medaglie. Detestano la compassione: sono atleti e vogliono essere riconosciuti per questo. Ma le loro storie vanno raccontate perché siano di conforto e ispirazione per milioni di persone che brancolano nel buio. La storia di Oksana Masters non solo è una straordinaria storia di sport e di forza d’animo sovraumana, ma accende un faro su uno dei gesti più puri che l’umanità abbia concepito: l’adozione.
A Parigi, Masters è stata tra i portatori della torcia olimpica. Gareggerà per la terza volta come paraciclista nella corsa su strada e nella cronometro, il 4 e 5 settembre. Vietata la compassione: per lei tutto il nostro tifo.