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Planned Parenthood è un’organizzazione no-profit attiva negli Stati Uniti che, gestendo un budget annuale superiore a 1,3 miliardi di dollari (500 milioni circa dei quali ottenuti tramite rimborsi di Medicaid), offre sostegno a circa 2,5 milioni di pazienti finanziando servizi sanitari legati alla riproduzione, dagli screening alle visite ginecologiche e, soprattutto, centinaia di migliaia di aborti: 321mila, secondo le statistiche, nel solo 2017.

Erede diretta della American Birth Control League fondata nel 1921 da Margaret Sanger, attivista e scrittrice famosa per le sue idee fortemente influenzate dal darwinismo sociale e dall’applicazione dell’eugenetica al processo di controllo demografico, Planned Parenthood è il principale attore statunitense nel campo del sostegno all’aborto, tema che vede sempre più polarizzati i democratici e i conservatori repubblicani.

Nella sua azione, l’organizzazione dichiara di agire nel completo rispetto dei diritti delle donne che, anzi, punterebbe a promuovere attivamente garantendo la completa libertà di scelta sul loro corpo. Organizzazione beniamina dei progressisti statunitensi, Planned Parenthood ha in passato beneficiato della copertura dei media per diversi scandali che riguardavano la sua struttura, come ad esempio quello del 2015 riguardante la compravendita e traffico illegale di tessuti fetali e organi di bambini abortiti rivelata dal californiano Center for Medical Progress (Cmp), nel cui insabbiamento giocò un ruolo fondamentale il New York Times.

Lo stesso quotidiano newyorkese, tuttavia, ora è in prima linea a denunciare un nuovo, potenziale scandalo destinato a investire il colosso dell’aborto. Che avrebbe portato avanti politiche lavorative oppressive e discriminatorie, ai limiti del mobbing, contro le proprie dipendenti incinte.

Planned Parenthood discrimina le lavoratrici incinte?

Natalie Kitroeff e Jessica Silver-Greenberg sono le autrici del servizio su Planned Parenthood che, con dovizia di particolari, svela queste prassi decisamente criticabili. Dopo aver intervistato una dozzina di dipendenti attuali e passate dell’organizzazione, le giornaliste hanno ricostruito un quadro deplorevole per un’organizzazione che nel suo statuto si autodefinisce “provider di servizi per la cura della salute riproduttiva delle donne”.

Nei colloqui e in documenti legali le donne di Planned Parenthood hanno “descritto discriminazioni che violano leggi federali e statali, ad esempio manager che considerano la gravidanza nelle loro decisioni riguardanti le assunzioni o che negano i riposi precauzionali raccomandati dai medici. In altri casi, la discriminazioni erano più sottili”: donne isolate gradualmente nell’ambiente lavorativo, considerate importune e dispendiose, dopo aver annunciato la loro gravidanza.

“Tutte le persone identificate nell’articolo sono state trattate in modo equo ed equo, senza discriminazioni”, si sono difese alcune delle cliniche interessate e citate nell’articolo. Le prove fornite dalle dipendenti sembrano spingere in un’altra direzione. “Tracy Webber”, sottolinea Tempi, “ha denunciato di essere stata licenziata quattro settimane dopo il parto. Una dipendente delle clinica di New Rochelle ha detto che i dirigenti hanno ignorato le note mediche che le raccomandavano pause e riposo, le hanno ha chiesto di ritardare il congedo di maternità e, dopo aver dato alla luce il suo bambino, le hanno fatto pressioni per il rientro. Una dipendente della stessa clinica è stata licenziata lo stesso giorno in cui è tornata dal congedo di maternità”.

I fondi di Planned Parenthood sono sufficienti?

Secondo Christine Charbonneau, alcune cliniche dell’ufficio regionale di Seattle non potrebbero permettersi di pagare i congedi di maternità, visto un budget limitato che per alcune sezioni ammonta a 2 milioni di dollari. Del resto, anche le autrici della documentata e apprezzabile inchiesta sembrano giustificare il fatto che Planned Parenthood paghi salari modesti ai suoi dipendenti con il rischio che i conservatori repubblicani possano portare avanti una legislazione capace di azzopparne i finanziamenti pubblici.

Abby Johnson, ex manager di Planned Parenthood che oggi gestisce un’associazione senza scopo di lucro con un budget inferiore all’1% di Planned Parenthood (distribuito, come ricorda Tempi, nel seguente modo: 543,7 milioni di dollari provenienti da sussidi governativi e rimborsi, 318,1 milioni da privati e 532,7 milioni da donazioni) ha contestato questa giustificazione.

Certo, è vero che l’amministrazione Trump sta lavorando da tempo per ridurre i sussidi a Planned Parenthood, concentrandosi soprattutto sulle sue attività all’estero e sulle sue partnership con le Nazioni Unite e provocando una perdita da 100 milioni di dollari all’organizzazione, ma Planned Parenthood continua a ricevere consistenti sovvenzioni federali pagate con i soldi di ogni contribuente, comprese i milioni di americani pro-life. In questo contesto, un atteggiamento coerente con la missione dichiarata di rafforzare la tutela dei diritti delle donne è il minimo che si possa chiedere all’organizzazione. Ma di fronte a un mondo progressista che ha mostrato più volte tutta la sua ipocrisia, deve forse stupirci tutto questo?