Le origini del Covid-19 sono avvolte nel mistero. Non solo di questo virus conosciamo pochissimo dal punto di vista medico, ma non abbiamo neppure certezze sulla sua origine scientifica: viene dai serpenti, dai pipistrelli o forse dai pangolini? In un primo momento sembrava che l’origine animale fosse l’unica pista da seguire, eppure ancora non c’è una posizione ufficiale capace di mettere tutti d’accordo.

Perfino l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha lasciato aperta più di una porta. Al momento il primo obiettivo di governi e istituzioni deve essere quello di combattere il Covid-19. In seguito, quando le acque si saranno calmate, sarà tuttavia quanto mai doveroso fare estrema chiarezza sulla nascita del misterioso agente patogeno.

Negli ultimi giorni, oltre al rebus scientifico, si è fatta strada anche una certa nebulosità sulle origini geografiche del nuovo coronavirus: viene dalla Cina, dagli Stati Uniti o da chissà dove? Tra complotti, teorie e supposizioni, sul tavolo inizia a esserci tanto materiale.

Zoonosi: dagli animali all’uomo

L’ipotesi più accreditata dal punto scientifico è quella della zoonosi, ossia dell’origine animale. Il Covid-19 è stato di sicuro trasmesso all’uomo mediante uno spillover, un passaggio di specie. Un passaggio di quel tipo, però, presenta un come, un quando e magari pure un perché. In queste settimane, si è parlato tanto di un libro pubblicato per la prima volta nel 2014: Spillover, appunto, che in Italia è edito da Adelphi. Un testo tramite cui il giornalista scientifico David Quammen ripercorre la storia delle zoonosi che hanno sconvolto o solo parzialmente interessato l’umanità.

Spicca, tra le varie considerazioni presentate dal reporter del National Geographic, la previsione sulla comparsa di un nuovo fenomeno epidemico o pandemico: Quammen lo chiama “the next big one“. A conti fatti, è possibile notare come l’autore ci abbia preso. Anche nel localizzare un mercato del sud della Cina quale possibile veicolo della malattia. Nelle sue pagine, c’è anche quella geolocalizzazione. Ma Spillover è stato scritto prima che Covid-19 facesse la sua comparsa nel mondo. Tutto – raccontano dalla Cina – si è propagato a partire dall’area mercatale di Wuhan. Quella dove i cinesi possono acquistare animali vivi e cibo esotico, che è considerato un pregio. L’alimentazione, insomma, avrebbe giocato un ruolo decisivo.

L’indiziato numero uno, pure in questo caso, è il pipistrello. Ad inchiodare i chirotteri ci pensa una serie di precedenti, che Quammen ha ripercorso in maniera certosina. Dal virus Hendra, che ha colpito l’Australia, alla Sars, passando addirittura per l’Ebola: quasi tutto, in chiave zoonotica, sembra dipendere da quegli animali, che rappresentano il 20% dei mammiferi sulla terra. Per far sì che uno spillover divenga realtà, solitamente, servono un animale serbatoio, cioè il possessore originario del patogeno, e una seconda specie, che è poi quella che trasmette il virus all’uomo.

Nel caso della Sars, la responsabilità è stata ascritta allo zibetto. Nel caso dell’Hendra, sappiamo per certo di come siano stati i cavalli ad ammalarsi per poi contagiarci. In riferimento all’Ebola, ancora se ne discute, ma è ormai abbastanza certo di come la catena possa essere partita dai pipistrelli della frutta, per poi balzare sulle scimmie, magari sugli scimpanzé, e diffondersi tra le popolazioni umane che sono state colpite. La costante, in tutti i casi citati, è il pipistrello quale serbatoio. Non sappiamo quale sia l’animale di mezzo nel processo del Covid-19. E questo vulnus scientifico genera tutta una serie di domande.

L’istituto superiore di Sanità ha scritto quanto segue: “In particolare due coronavirus dei pipistrelli condividono l’88% della sequenza genetica con quella del Sars-CoV2 (rispetto ad altri due coronavirus noti per infettare le persone – Saes e Mers – Sars-CoV2 condivide circa il 79% della sua sequenza genetica con Sars e il 50% con Mers). Come per Sars-CoV e Mers-CoV, si ipotizza che la trasmissione non sia avvenuta direttamente da pipistrelli all’uomo, ma che vi sia un altro animale ancora da identificare che ha agito come una specie di trampolino di lancio per trasmettere il virus all’uomo”.

Vale la pena sottolineare come, nella storia della zoonosi, sia piuttosto complesso rintracciare una malattia direttamente trasmessa dal chirottero all’uomo. La Sars, che è una sindrome, aveva già fatto capolino nel 2002. La storia di quella malattia è stata cristallizzata: si conoscono persino i nomi dei super untori, ossia di coloro che hanno contagiato più persone, alimentando loro malgrado un’epidemia con un tasso di letalità pari al 9%. E questo coronavirus invece? La battaglia che stiamo combattendo, che è terribile pure per via della morbilità del virus, è priva di un’origine narrativa. Forse ci vorrà tempo. Oppure, molto più banalmente, stiamo cercando nel capitolo sbagliato.

Fuga dal laboratorio

Inutile girarci attorno: tra le eventualità che vengono ventilate, c’è quella secondo cui il Covid-19 sarebbe “scappato” da un laboratorio di Wuhan. Spulciando tra le tesi considerate “complottiste”, è facile notare come questo sia il terreno più battuto. Del resto sono stati due scienziati cinesi a parlarne per primi: due biologi, Botao Xiao e Lei Xiao, pensano che una trasmissione diretta dal pipistrello all’uomo sia abbastanza improbabile. E poi c’è quel virologo che avrebbe subito un assedio dai pipistrelli che stava analizzando, un medico che si sarebbe persino messo in quarantena preventiva un paio di volte nel corso delle sue sperimentazioni.

I due Xiao lavorano presso la South China University ed hanno scritto quanto segue, così com’è stato riportato pure su TgCom24: “…è plausibile che il virus sia trapelato dal laboratorio e abbia così contaminato i pazienti iniziali, anche se in studi futuri saranno necessarie solide prove”. Insomma: a Wuhan non avrebbero volontariamente fatto circolare il Covid-19, ma qualche responsabilità la avrebbero.

E il mercato degli animali vivi di Huanan, in fin dei conti, si troverebbe a poche centinaia di metri dal Wuhan Center for Disease Control and Prevention per quello che in letteratura si chiama “caso”. Vale la pena annotare almeno due congetture: la prima prevede che qualche ricercatore di quello specifico centro possa essere stato infettato. E il resto della storia, a quel punto, sarebbe relativamente semplice da spiegare; la seconda che qualche chirottero manipolato, e serbatoio del Covid-19, sia riuscito a trovare una via di fuga dal laboratorio, contribuendo alla generazione di un quadro che – come stiamo assistendo – è molto caotico. Un butterfly effect, che potrebbe essere derivato dalla mancanza di avvedutezza umana.

Sembra un film distopico, ma forse non lo è. Chi sostiene questo genere di teoria che, ripetiamolo, è da considerare “complottista”, salvo emersione di evidenze, si adagia spesso e volentieri su alcuni articoli scientifici comparsi sulla rivista Nature, che tuttavia ha apposto questa nota in principio di almeno un pezzo: “Siamo consapevoli di come questa storia venga utilizzata come base per teorie non verificate secondo le quali il nuovo coronavirus che causa Covid-19 sia stato progettato.

Non ci sono prove che questo sia vero; gli scienziati ritengono che un animale sia la fonte più probabile del coronavirus. In Cina stavano o no cercando di comprendere quali fossero gli effetti del coronavirus sull’uomo in seguito all’epidemia che ha diffuso la Sars agli inizi del 2000? Il fatto che qualche esperimento sia stato portato avanti è ormai corroborato: “In un articolo pubblicato su Nature Medicine1 il 9 novembre, gli scienziati hanno studiato un virus chiamato SHC014, che si trova nei pipistrelli a ferro di cavallo in Cina. I ricercatori hanno creato un virus chimerico, costituito da una proteina di superficie di SHC014 e dalla spina dorsale di un virus SARS che era stato adattato per crescere nei topi e imitare le malattie umane.

La chimera ha infettato le cellule delle vie aeree umane, dimostrando che la proteina di superficie di SHC014 ha la struttura necessaria per legarsi a un recettore chiave sulle cellule e infettarle. Ha anche causato malattie nei topi, ma non li ha uccisi”, si legge su Nature. Da qui a dire che il Covid-19 sia scappato ai cinesi dal laboratorio di Wuhan, però, ce ne passa. Torniamo a quello che hanno fatto presente i due scienziati cinesi. Sia come sia, i due Xiao hanno anche aggiunto qualche ulteriore particolare. Stando a quanto ripercorso dall’Adnkronos, i biologi hanno esposto qualche elemento in più, che vale la pena tenere in considerazione: “Il WHCDC – si legge nella loro ricerca – è anche vicino all’Union Hospital dove il primo gruppo di medici è stato infettato durante questa epidemia. È plausibile che il virus sia trapelato e che alcuni di essi abbiano contaminato i pazienti iniziali, sebbene siano necessarie nuove prove”.

L’accusa agli Stati Uniti

Sui social network cinesi e in alcuni circoli occidentali ha avuto molto spazio la matrice statunitense. A detta di una fetta di internauti, il nuovo coronavirus proverrebbe dagli Stati Uniti. L’ipotesi madre ha dato vita a due versioni differenti. Gli amanti della teoria del complotto hanno subito pensato al Covid-19 come un arma creata da Washington per punire la Cina e i suoi Paesi “amici”, come Italia e Iran. La seconda versione si limita a tirare in mezzo gli Stati Uniti senza presupporre alcun dolo ma soltanto cognizione di causa. È questa, in fin dei conti, la versione sposata ufficialmente anche da un esponente del governo cinese: Zhao Lijian.

Il signor Zhao non è una persona qualunque: è il portavoce e vicedirettore del dipartimento dell’informazione del ministero degli Esteri cinese. Partendo dal video di un’audizione alla Camera dei Rappresentanti Usa con Robert Redfield, direttore del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc), il portavoce ha puntato il dito contro Washington. Redfield ha ammesso che alcuni americani apparentemente morti di influenza sono poi risultati positivi al nuovo coronavirus – ha twittato Zhao – Quando è iniziato tutto con il paziente zero negli Usa? Quante persone sono state contagiate? E quali sono gli ospedali? È possibile che sia stato l’esercito americano a portare l’epidemia a Wuhan. Cercate di essere trasparenti! Diffondete pubblicamente i vostri dati! Gli Usa ci devono una spiegazione”.

I giochi di Wuhan

Il riferimento di Zhao Lijian è ai Giochi militari mondiali (Cism Military World Summer Games 2019) che si sono svolti a Wuhan dal 18 al 27 ottobre 2019. In quell’occasione arrivarono in città oltre 10mila atleti provenienti da quasi 140 Paesi per sfidarsi in 27 sport nel corso di 300 eventi. Insomma, un appuntamento mondiale a cui hanno partecipato migliaia e migliaia di persone. Poche settimane fa il Southern Weekly ha scritto che durante la competizione cinque atleti stranieri – sui quali è stato mantenuto il riserbo sulla nazionalità – sono stati trasportati al City Jinyintan Hospital “a causa di malattie infettive importate e trasmissibili”.

Appena la notizia è stata rilanciata sulla rete, molti utenti cinesi hanno collegato la rassegna iridata internazionale alla possibile diffusione del Covid-19 a Wuhan e da lì in tutta la Cina. Il direttore del City Jinyintan Hospital, Zhang Dingyu, ha dovuto spiegare che quei pazienti “soffrivano di malaria”. Niente a che fare con il nuovo coronavirus che sarebbe esploso di lì a poche settimane nella stessa megalopoli.

Eppure l’ospedale, non appena ricevuta la segnalazione dei cinque soggetti infettati, lanciò un piano di emergenza per le malattie infettive, avviando un trattamento di isolamento per i contagiati. C’è tuttavia un grande punto interrogativo: in quei giorni nessuno sapeva cosa fosse il Covid-19 e nessuno sapeva ancora come diagnosticarlo. Tra l’altro molti sintomi della malaria sono simili a quelli del nuovo coronavirus.

La teoria del complotto interno

La teoria tirata in ballo da altri rimanda a un possibile golpe interno. Secondo questa pista, quanto accaduto a Wuhan non sarebbe stato altro che un tentativo di defenestrare il presidente cinese Xi Jinping mediante la creazione di un’emergenza sanitaria. Gli autori dell’eventuale destabilizzazione? Funzionari locali insoddisfatti della linea politico-economica presa da Xi.

Ricordiamo che il Partito comunista cinese ha due fazioni che coincidono con due anime tra loro agli antipodi: i cosiddetti “populisti” e gli “elitisti”. I primi sono più spostati “a sinistra”, chiedono più Stato e meno mercato. La maggior parte di loro proviene da famiglie poco privilegiate e mantiene solidi legami politici con le province interne e più lontane dal potere centrale di Pechino; al loro interno si collocano anche quelli che vengono definiti “neomaoisti”. Gli elitisti accolgono invece tra le propria fila numerosi “principini”, cioè gli eredi dell’aristocrazia comunista nazionale. La loro base di riferimento è più varia: accanto al popolo in senso lato strizzano l’occhio agli imprenditori. Questi esponenti sono inoltre favorevoli ad aprire la Cina al mercato esterno e propongono continue riforme economiche.

Morale della favola: secondo alcuni potrebbe essersi trattato di un tentativo di fare breccia nell’armonia sociale creata da Xi Jinping da parte di un gruppo di funzionari locali. Con il chiaro intento, sia chiaro, di defenestrare un presidente non amato da una parte del Deep state cinese. Ipotesi suggestiva ma che come le altre non può essere confermata.