Dopo la paura scatenata dal Sars-CoV-2 adesso le attenzioni sono puntate sulle sue varianti. L’anno terribile del 2020 si è concluso con la scoperta di quella inglese, ma ce ne sono altre. Secondo gli studiosi le mutazioni del virus durante una fase epidemiologica possono arrivare ad essere migliaia, per questo motivo appare necessario studiare approfonditamente i comportamenti dell’agente patogeno. Sequenziare il virus è la parola d’ordine, ma l’Italia sembra indietro.

Le varianti fino ad ora individuate

Studiare le varianti del Sars-CoV-2 , la loro contagiosità e gli effetti che provocano all’uomo, anche in vista dell’utilità dei vaccini, è uno tra gli impegni della scienza. Da diversi mesi gli esperti del settore sono al lavoro per capire quali sono e come possono manifestarsi le mutazioni del virus per offrire risposte certe e rapide alla tutela della popolazione. Fino alla fine del 2020 le varianti individuate sono state tre. A spiegarle su InsideOver è Antonio Cascio, virologo e primario di Malattie Infettive del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo: “Nel Regno Unito – spiega il professore – è emersa una nuova variante di SARS-CoV-2 (nota come 20I / 501Y.V1, VOC 202012/01 o B.1.1.7) con un numero insolitamente elevato di mutazioni. Da allora questa variante è stata rilevata in numerosi paesi in tutto il mondo, inclusi Stati Uniti, Canada e Italia”.

Se questa è stata la prima variante individuata e che ha sollevato non poche preoccupazioni, ecco che poi ad accrescere il timore sono arrivate le altre due varianti: “In Sud Africa– dichiara il professor Cascio – un’altra variante di SARS-CoV-2 (nota come 20H / 501Y.V2 o B.1.351) è emersa indipendentemente dalla B.1.1.7. Questa variante condivide alcune mutazioni con B.1.1.7. I casi attribuiti a questa variante sono stati anche rilevati al di fuori del Sud Africa”.

“In Brasile – conclude il primario del Policlinico di Palermo – è emersa una variante di SARS-CoV-2 (nota come P.1) ed è stata identificata in quattro viaggiatori brasiliani, che sono stati testati durante lo screening di routine all’aeroporto di Haneda, in Giappone. Questa variante ha 17 mutazioni uniche, di cui tre nel dominio di legame del recettore della proteina spike”.

L’importanza del sequenziamento

Il sequenziamento del Sars-CoV-2  è una delle attività più importanti che consente di conoscere meglio il virus e soprattutto le sue varianti. Questo lo hanno capito sin da subito in Regno Unito, in Nuova Zelanda e in Australia. In questi Paesi si è investito in tempi rapidi sul sequenziamento del genoma per evitare nuovi focolai. La genomica in questo momento gioca un ruolo importante per prevenire una nuova ondata dovuta alle varianti. Uno studio pubblicato nel 2017 su “Frontiers in microbiologyconferma proprio che grazie alla genomica i focolai risultano rimanere circoscritti. Il lavoro svolto sin da subito dalla scienza in queste Nazioni ha portato a dei risultati molto importanti. Nello Stato di Victoria, in Australia,  ad esempio, grazie al sequenziamento del virus è stato possibile individuare l’origine di un focolaio che, diversamente, avrebbe portato fuoripista. Qui, come sottolineato sulla rivista Nature da Claire Watson, si credeva infatti che un operatore sanitario avesse contratto il virus all’interno dell’ospedale ed invece no: l’uomo era stato infettato nel corso di un evento sociale a cui aveva preso parte.

Quanti errori saranno stati commessi  in tutto il mondo e di cui non ne avremo mai conoscenza? Proprio per questo motivo il sequenziamento è uno strumento necessario per portare avanti la lotta contro il virus. Mentre all’estero lo studio va avanti e la lotta per debellare il coronavirus cerca di aumentare il passo, in Italia cosa accade? A che punto sono gli studi?

L’esempio inglese

Quando l’incubo del coronavirus è arrivato in Gran Bretagna, una delle prime decisioni prese dalla comunità scientifica d’oltremanica ha riguardato il mettere in rete tutti i laboratori di analisi del Paese. L’obiettivo era creare un database in grado di fornire le informazioni più utili sul comportamento del virus e sull’origine dei focolai. Per questo già a marzo era attivo il “Cog-Uk”, ossia il Covid-19 Genomics UK Consortium. Si tratta di un consorzio, finanziato con uno stanziamento iniziale di 20 milioni di Sterline da parte del governo, al cui interno medici, studiosi e analisti ogni giorno condividono una mole importante di dati provenienti dalle ricerche sul Sars Cov 2. A partire dal sequenziamento dei genomi.

Così come riportato dallo stesso sito di Cog-Uk, al 3 febbraio nei laboratori del Regno Unito sono stati sequenziati 236.665 virus. Questo ha permesso di scoprire informazioni vitali per comprendere il cammino dell’epidemia nel Paese. Ad esempio, al mese di settembre grazie ai dati sui sequenziamenti, sono stati scoperti almeno 1.300 diversi ceppi virali. Tra questi anche quelli comprendenti la cosiddetta variante inglese, la cui origine è stata in tal modo scovata e per la quale si è potuto lanciare uno specifico allarme. L’esempio inglese mostra l’importanza di puntare sul sequenziamento dei virus e sugli studi approfonditi sul suo comportamento. Comprendere cosa circola sul territorio è alla base di tutti i programmi di prevenzione.

Italia profondamente indietro

Se nel nostro Paese la preoccupazione sull’arrivo delle varianti del virus è molto alta, è proprio perché non si conosce molto bene quanto sta accadendo sul fronte epidemiologico. A confermarlo è il dottor Antonio Cascio: “Avremmo dovuto investire di più sui laboratori in cui è possibile eseguire il sequenziamento del virus – ha affermato il professore – sarebbe auspicabile che all’Istituto Superiore di Sanità pervenissero nel più breve tempo possibile i risultati dei sequenziamenti dei diversi laboratori periferici in maniera che l’evoluzione dell’epidemia possa essere meglio interpretata ed eventuali alert possano essere diffusi in maniera tempestiva se necessario”. I numeri parlano chiaro: così come dichiarato su IlGiornale.it dal professor Marco Falcone, fino a dicembre “in Italia è stato sequenziato solo l’1%” dei virus”.

Soltanto nelle ultime settimane si sta cercando di correre ai ripari. Il 27 gennaio è nato sull’esempio inglese un consorzio di laboratori di analisi, il cui compito è quello di approfondire le indagini epidemiologiche sul Sars Cov 2: “Se non approfittiamo di un’emergenza per costruire su questa, non abbiamo appreso niente”, ha commentato in quell’occasione il presidente dell’Aifa Giorgio Palù. Il problema però adesso è arrivare a recuperare i ritardi. Occorre capire quanti ceppi virali circolano in Italia, quanti di questi nascondono delle varianti scoperte o non ancora scoperte. Un lavoro importante, partito a quasi un anno di distanza dai primi casi accertati di coronavirus.