Quando Christa Pike venne condannata a morte aveva solo 18 anni. Oggi, dopo 30 anni, avrebbe dovuto essere eseguita la sua sentenza, quando la mano dei boia è stata fermata a un’ora dall’iniezione letale. A circa un’ora dall’orario previsto, la Corte d’Appello federale del Sesto Circuito, con una decisione 2 a 1, ha fermato l’esecuzione.
Tutto comincia a Knoxville, Tennessee, nel gennaio 1995. Christa ha appena 18 anni ed è iscritta al Knoxville Job Corps Center, un programma federale di formazione professionale per recuperare ragazzi a rischio dispersione scolastica. Nello stesso centro studia Colleen Slemmer, 19 anni. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Pike era convinta che Slemmer rappresentasse una minaccia alla sua relazione con il fidanzato Tadaryl Shipp, allora diciassettenne. Un intreccio da teen drama che presto si trasformerà in tragedia.

Il 12 gennaio 1995, Pike, Shipp e un’altra ragazza, Shadolla Peterson, conducono Slemmer in un bosco nei pressi del campus dell’Università del Tennessee. Secondo gli atti processuali, Slemmer viene picchiata e ferita ripetutamente con diverse armi, tra cui un taglierino; l’aggressione sarebbe durata tra mezz’ora e un’ora. Alla fine la ragazza muore per le sevizie subite. Sul corpo vengono incisi simboli, tra cui un pentagramma. Un dettaglio macabro diventa particolarmente importante nella successiva rappresentazione mediatica del caso: una parte del cranio della vittima viene asportata. Testimonianze raccolte al processo sostengono che Pike l’avesse conservata come una sorta di trofeo, vantandosene con i suoi compagni.
Il delitto si trasforma immediatamente in un caso mediatico, anche perché gli Stati Uniti stanno ancora facendo i conti con gli strascichi del cosiddetto “satanic panic“, l’ondata di paura verso presunti culti satanici sviluppatasi soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Il processo si chiude nel 1996 con un verdetto di colpevolezza. A vent’anni Christa entra nel braccio della morte, diventando all’epoca una delle più giovani donne condannate alla pena capitale negli Stati Uniti.

Il caso riapre, come periodicamente accade negli Stati Uniti, l’atavico dibattito sulla pena di morte. Sebbene l’esecuzione sia stata sospesa, potrebbe comunque procedere nel corso della giornata poiché lo Stato ha chiesto rapidamente alla Corte Suprema degli Stati Uniti di annullare l’ordinanza emessa all’ultimo minuto dal tribunale distrettuale. Se ciò dovesse accadere, Pike diventerebbe l’unica donna giustiziata nel Tennessee negli ultimi 200 anni.
Concedendo la sospensione, la Corte d’Appello del Sesto Circuito degli Stati Uniti ha stabilito che una “breve” pausa nel procedimento di esecuzione era necessaria per risolvere le nuove rivendicazioni del team legale di Pike, il quale sostiene che i suoi avvocati nel processo penale iniziale non abbiano adeguatamente integrato nella loro difesa le sue numerose esperienze di abusi subiti durante l’infanzia, risultando pertanto inefficaci.
L’altra faccia di questa storia, infatti, è un’infanzia di violenze e abusi. I suoi avvocati hanno documentato una storia di abbandono, trascuratezza e gravi abusi sessuali durante l’infanzia. Dopo il delitto le vennero, inoltre, diagnosticati, tra le altre condizioni, disturbo bipolare e disturbo post-traumatico da stress. I legali hanno sostenuto che questi elementi non furono adeguatamente presentati alla giuria durante la fase in cui doveva decidere tra ergastolo e pena capitale. Pike non nega la sua colpevolezza, ma i suoi avvocati e sostenitori sostengono che la pena di morte non sia appropriata per un crimine commesso a quell’età da un’adolescente con una malattia mentale non curata, dopo un’infanzia segnata da brutali abusi sessuali e abbandono.
Negli ultimi mesi la difesa aveva moltiplicato i tentativi per ottenere la commutazione della pena in ergastolo. Anche esperti delle Nazioni Unite hanno chiesto che l’esecuzione venisse fermata, contestando tra l’altro gli effetti dei lunghissimi anni trascorsi in isolamento, che dovrebbero essere considerati a loro giudizio una forma di tortura illegale. Il governatore repubblicano del Tennessee Bill Lee, tuttavia, lunedì scorso ha respinto la richiesta di clemenza.
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