“Non ti permetteremo di morire”, queste sono le parole che mi ha detto il personale medico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma quando sono stato ricoverato perchè positivo all’ebola. Una frase che ancora oggi ho scolpita nella memoria, che è viva in me, che mi ha trasmesso forza e fiducia quando credevo che tutto ormai fosse perduto. Per questo ora voglio condividere quelle cinque parole con tutte le persone che in questo momento stanno soffrendo a causa del SARS-Cov-2, sperando che possano essere di supporto e speranza così come lo sono state per me”. Stefano Marongiu, classe ’78, infermiere all’Istituto Spallanzani e impegnato in queste ore nella prima linea della lotta al coronavirus, nel 2015 partecipò come infermiere alla missione di Emergency in Sierra Leone durante l’epidemia di ebola che sconvolse il paese africano provocando la morte di oltre 11mila persone. Al ritorno in Italia, il 10 giugno 2015, venne ricoverato nell’ospedale romano perchè positivo a quello che è considerato uno dei virus più letali al mondo. Dopo 28 giorni venne dimesso e ora ha deciso di unirsi a quel team di medici e infermieri che cinque anni fa gli salvò la vita per dare il suo contributo e offrire la sua professionalità nell’aiutare le persone colpite dal Covid-19.

Essendo stato lei impegnato nella lotta all’ebola e adesso al coronavirus: quali sono le differenze ma anche le analogie tra queste due epidemie?
Innanzitutto occorre dire che ebola è una malattia molto più complessa e che racchiude un’insieme di capacità infettive molto superiore rispetto al Sars-Cov-2. Inoltre la letalità di ebola è molto più alta e oscilla, secondo le percentuali, tra il 50% e il 90%. Questi indicatori già ci rivelano grandi differenze tra le due patologie. Il coronavirus però, rispetto all’ebola, ha maggiori capacità di trasmissione e inoltre l’ebola, a meno che non raggiunga grandi centri abitati, tende a estinguersi in modo molto più rapido. Poi occorre evidenziare un altro aspetto importante, ebola, quando un paziente è asintomatico non si trasmette. Il Covid 19, invece, proprio negli asintomatici, trova un vettore di diffusione e contagio. Fondamentalmente ebola la si riconosce, la si vede la si identifica subito, il coronavirus no, è invisibile.

Qual è, dal suo punto di vista, la maniera per superare questa epidemia e azzerare i contagi?
Credo che ci siano soltanto due maniere per fermare questa epidemia: il lockdown, che è ciò che stiamo attuando, oppure scegliere di agire come ha proposto di fare Boris Johnson. Personalmente, da un punto di vista umano mi permetto però di prendere le distanze da una politica che in maniera caustica e cinica dichiara che ci si ammalerà più o meno tutti e alcuni sopravviveranno e altri no. Ho molta fiducia invece, personale e professionale, nella strategia adottata dall’Italia e nel sistema sanitario italiano che è davvero un’eccellenza e lo sta dimostrando anche in queste ore. E’ importante che si resti a casa in modo tale che si verifichi un turnover tra i pazienti e le strutture ospedaliere non si saturino. Se la gente resta a casa andrà tutto bene, e non è una frase fatta o uno slogan, è un verità scientifica.

Chi sopravvive all’ebola sviluppa gli anticorpi e poi quindi è immune alla malattia. Per il coronavirus invece come funziona?

E’ un virus nuovo, e quindi ora è presto per capire per quanto tempo saranno efficaci gli anticorpi. Luminari tra ricercatori, virologi ed epidemiologi stanno lavorando senza sosta su questo fronte perchè rispondere a questo quesito è cruciale nella lotta al virus. Per quel che riguarda l’ebola si sa che chi ha sviluppato gli anticorpi nel 1976, durante una delle prime epidemie in Africa, ancor oggi è immune al virus. Per il Sars-Cov-2, al momento, non lo sappiamo.

La sua esperienza in Africa come la sta aiutando in queste ore?

Tantissimo. Il fatto di aver lavorato in Africa e di aver avuto una formazione con Emergency, mirata ad affrontare un’epidemia, posso dire che si sta rilevando fondamentale in queste ore. Allo Spallazani lavoro con persone che hanno una specializzazione, anche da un punto di vista tecnico, nel combattere le malattie infettive e questa competenza è fondamentale, ora più che mai. La preparazione del personale medico con cui sto lavorando è altissima, straordinaria e a riprova di questo c’è il fatto che nessuno tra medici e infermieri dello Spallanzani si è contagiato.

Uno degli aspetti più brutali, sia dell’ebola ma anche del coronavirus, è la separazione tra il paziente e i suoi cari: come state affrontando quest’aspetto?

Allo Spallanzani c’è un medico incaricato proprio di contattare le famiglie e tenerle aggiornate e tutti noi cerchiamo di essere un tramite tra il paziente e i suoi cari. La solitudine c’è, non si può negare, ma noi come personale medico investiamo quotidianamente del tempo per stare vicini ai pazienti e per fare capire loro che siamo presenti. E’ necessario per loro ma anche per noi. La vicinanza, il conforto è un gesto di cura imprescindibile in una situazione come questa.

L’Africa ha sconfitto, in breve tempo, due epidemie di ebola. Cosa dobbiamo imparare dal continente africano?

La resilienza. L’Africa ci ha insegnato il vero significato di questa parola in tutte le sue declinazioni. Pur dovendo far fronte a un sistema sanitario e anche politico fragile, la società africana ha sempre dimostrato di essere capace di rispondere e reagire facendo leva su un senso civico molto forte. E adesso dobbiamo fare tesoro di quanto ci hanno insegnato le nazioni africane che sono state travolte dalle epidemie di ebola

Quando l’ è stata diagnosticata l’ebola, da un punto di vista psicologico, qual è stata la sua reazione?

Quando ho saputo qual’era la carica virale ho pensato che fossi giunto al capolinea. Ho rivisto il mio vissuto, il mio passato e il fatto di aver in qualche modo dato un aiuto agli altri mi ha dato una sensazione di pace. Questo atteggiamento però non è stato corretto perchè la fiducia, e si badi bene che non è una frase retorica ma lo dico in virtù della mia esperienza personale, non va mai persa. E quindi voglio mandare questo messaggio alle persone a cui viene diagnosticato il coronavirus e ai loro parenti: non si deve assolutamente pensare al peggio ed è sbagliato farsi prendere dal panico. Tutti noi in queste ore stiamo facendo il possibile perchè nessuno si senta solo e abbandonato e c’è una vicinanza umana ai pazienti, da parte di tutto il personale medico, che è unica. E quello che è stato detto a me cinque anni fa, e che mi ha aiutato in modo incredibile, oggi lo ripetiamo a tutti coloro che si ammalano: ”tranquilli, non vi permetteremo di morire!”.

Quando si è ammalato di ebola è stato ricoverato allo Spallanzani, ora lavora con gli stessi medici e infermieri che le hanno salvato la vita: è una storia incredibile e anche emozionante…

Mi sento onorato di poter dare il mio contributo a fianco delle persone che mi hanno curato. E’ una metafora della vita: sto restituendo il bene che è stato fatto a me. E, si, è davvero incredibile ed emozionante.