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Società

Tra grattacieli e case bara: luci e ombre di Hong Kong

Hong Kong continua ad essere un hub finanziario di livello mondiale. La città deve però fare i conti con non pochi problemi abitativi.

(Da Hong Kong) – A Hong Kong è difficile vedere il cielo. I palazzoni moderni di vetro e acciaio, sedi di grandi banche e multinazionali, limitano l’afflusso di luce solare nei bassifondi. Eppure è qui, lungo le strade dai nomi britannici della Baia di Causeway, i lussuosi centri commerciali di Tsim Sha Tsui e i vicoli caotici di Mong Kok, a Kowloon, che scorre la vera vita cittadina. È qui che si intrecciano le storie degli uomini incravattati che alimentano l’economia dell’ex colonia britannica a colpi di investimenti e quelle degli artigiani che continuano a vendere chincaglierie di ogni genere.

La qualità della vita resta alta: nel 2024 il pil pro capite nominale si aggirava intorno ai 54.000 dollari, in crescita del 6,8 % su base annua. Sbagliava di grosso chi pensava che il mito finanziario di Hong Kong tramontasse dopo il ritorno in mano cinese, perché Pechino ha trasformato la megalopoli in una calamita per attrarre capitale e reinserirlo tra Cina e resto dell’Asia.

Certo, qualcosa è cambiato negli ultimi anni in termini di libertà di espressione e pochi hanno voglia di parlare di politica in pubblico. E però, al netto di qualche quotidiano anti cinese fatto chiudere, le librerie continuano a pullulare di libri che fanno le pulci al Partito Comunista Cinese, che criticano Xi Jinping, che mettono in dubbio il ”modello cinese”, che parlano del rischio di una guerra a Taiwan. A Hong Kong l’opinione pubblica – seppur un po’ anestetizzata – è ancora viva e vegeta. Nessuno vuole però compromettere la propria posizione, o peggio, bloccare la giostra degli affari.

Un’altra Cina

La storia degli ombrelli gialli e le proteste per l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale sono finite in secondo piano; sembra che interessino più a noi, nel senso di Occidente per mettere in imbarazzo la Cina, che non alla maggior parte degli hongkonghesi.

Le persone comuni vivono di economia e l’economia funziona soltanto se non ci sono tensioni. Gli altri, e cioè gli appartenenti alla classe media, gli studenti progressisti e i non pochi amanti del modello occidentale, sono invece sempre più insofferenti all’idea che Pechino possa, di fatto, decidere chi sia lo Chief Executive di questa Regione Amministrativa Speciale e piazzare un proprio uomo a dirigere il sistema politico locale. Ebbene, sembra che se ne stiano iniziando a fare una ragione.

Certo, l’ombra dei dazi Usa spaventa il ”porto profumato” ma i dati dicono anche che l’economia di Hong Kong è cresciuta del 3,1% nel secondo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2024, con una leggera ripresa rispetto ai primi tre mesi.

Il volume giornaliero di scambi in Borsa nella prima metà dell’anno è addirittura aumentato del 120%, raggiungendo circa i 31 miliardi di dollari. Le 52 offerte pubbliche iniziali (IPO) nei primi sette mesi hanno raccolto quasi 16,7 miliardi con un incremento di sei volte rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Hong Kong ha comunque un vantaggio unico: può sfruttare il sistema di common law e l’economia di libero mercato e, al contempo, svolgere il ruolo di ”superconnettore” tra l’Occidente e la Cina.

Il lato oscuro di Hong Kong

Tra affari e finanza, tra le insegne di alta moda e le supercar con la guida a destra che sfrecciano in mezzo al traffico, Hong Kong nasconde tuttavia anche un lato oscuro difficile da ignorare: il suo mercato immobiliare è letteralmente fuori controllo.

Da queste parti una casa costa in media tra i 17.000 e 25.000 dollari al m², tra i valori più alti al mondo. Da 14 anni consecutivi viene considerata la città più inaccessibile al mondo per l’acquisto di un’abitazione. Un report dell’Urban Land Institute registra un prezzo medio di oltre 1,1 milioni dollari per casa, corrispondente a 25,1 volte il reddito medio annuo di una famiglia.

Il risultato? Molte persone a basso reddito si trovano costrette a vivere in contesti ai limiti dell’umano. Si stima infatti che circa 220.000 persone vivano in subdivided flats (SDUs) e ”coffin homes” (cioè ”case bara”), dove uno spazio è grande appena quanto un letto.

Parliamo di appartamenti di circa 40-50 metri quadri, suddivisi in spazi minuscoli, solitamente una trentina, dove i residenti vivono (o sopravvivono) in letti a castello in compensato, ognuno con la propria porta scorrevole. Ogni cuccetta è larga una sessantina di centimetri e lunga neanche 2 metri. Al loro interno ci si può a malapena sdraiare e sedere. La cucina e i servizi igienici sono solitamente di dimensioni simili a quelle degli appartamenti e condivisi dagli abitanti di più cubicoli.

In più bisogna considerare le condizioni atmosferiche. In estate a Hong Kong in estate le temperature sono altissime e i mini appartamenti si trasformano in veri e propri forni. L’aria condizionata? Serve a poco. Anche se i dispositivi girano al massimo, all’interno di molte abitazioni le temperature oscillano intorno ai 37-38 C°. Le nuove normative previste entro il 2026 (che richiedono, per esempio, unità minime di 8 m², finestra, bagno separato) anziché risolvere il problema rischiano di aumentare i canoni d’affitto. Lasciando molte famiglie senza alternative.

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