La campagna vaccinale contro il Covid in Italia si è aperta con non poche polemiche. In realtà le difficoltà riscontrate in questa occasione non rappresentano una novità: nel nostro Paese la diffidenza verso i vaccini è sempre stata molto importante e questo è storicamente testimoniato sul fronte politico ma anche su quello culturale. L’Italia ha sempre investito poco sulle campagne di vaccinazione e gli italiani si sono approcciati a questo strumento con non poca diffidenza: i numeri degli anni passati parlano chiaro. Nonostante tutti i costi sostenuti per l’acquisto dei vaccini, il loro importo è stato sempre ritenuto poco ponderato rispetto alle adesioni del pubblico.

Quanto sta spendendo l’Italia per i vaccini contro il Covid?

Ammonterebbe a circa un miliardo e mezzo di euro la spesa che l’Italia potrebbe sostenere in totale per l’acquisto dei vaccini contro il coronavirus. Da quando, per errore, il ministro del bilancio del Belgio Eva De Bleeker ha pubblicato su Twitter l’ammontare dei contratti firmati tra le case farmaceutiche e Bruxelles, sono divenuti noti i costi dei vaccini acquistati dall’Ue per combattere la pandemia. In barba alle clausole di riservatezza nate per tutelare la concorrenza tra le case farmaceutiche, è divenuto noto il costo di ogni dose di vaccino e, se la matematica non è un’opinione, anche la spesa che l’Italia si appresta a sostenere. Il podio per il costo più elevato è riservato ai vaccini Pfizer/Biontech, per un ammontare di 12 Euro e a quelli di Moderna per un importo di 18 Dollari su ogni singola dose. La spesa dovrebbe essere più sostenibile con i vaccini di AstraZeneca che sin dall’inizio ha annunciato dei prezzi no profit per un importo di 1,78 Euro a dose.

In quel Tweet sfuggito dalle mani del ministro De Bleeker e subito cancellato, sono emersi altri costi per singole dosi: 8,50 Dollari per i vaccini di Johnson & Johnson, 7,56 Euro per Sanofi/GSK e 10 Euro per CureVac. Ed ecco che facendo quattro calcoli non è stato difficile arrivare alla spesa tutta made in Italy per i prossimi mesi. Ovviamente l’importo potrà subire delle variazioni qualora alcuni di questi vaccini non dovessero superare l’ok dell’Ema.

Quanto ha speso l’Italia in vaccini negli ultimi anni?

Secondo i dati pubblicati dall’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, nel 2017 sono stati spesi 488 milioni di Euro per l’acquisto di tutti i vaccini obbligatori e non. Ben 130 milioni di euro in più rispetto al 2016. L’aumento della spesa è stato giustificato da una maggiore attenzione verso i vaccini  anti-meningococcici, antimorbillo, compresi quelli tetravalenti con la componente anti-varicella e i vaccini anti-pneumococcici. Sempre come riportato dall’Aifa, oltre il 48% della spesa ha riguardato il vaccino esavalente, seguito dal vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia-Varicella (MPRV). Nel 2017 è stata sostenuta un’importante spesa sui vaccini che presentavano un costo medio per dose più alto rispetto a quelli usati nel 2016.

L’aumento dei costi di solito può dipendere da fattori legati alla disponibilità di nuove alternative terapeutiche all’interno di ciascuna classe di vaccino ma anche dalle scelte messe in atto dalle Regioni. Quasi tutti i vaccini sono inseriti nella cosiddetta fascia C e quindi fanno parte di quei farmaci il cui prezzo al pubblico viene direttamente fissato dalle case farmaceutiche. Per tutti i farmaci appartenenti alla fascia C la legge prevede la possibilità di aumentarne il prezzo al pubblico il mese di gennaio di tutti gli anni dispari, cosa che è accaduta nel gennaio del 2017. I dati registrati in quell’anno dimostrano come l’Italia, anche prima della pandemia in corso, abbia riservato ai vaccini spese non indifferenti nonostante le poche adesioni del pubblico.

Quella diffidenza che parte da lontano

La politica non ha investito molto sulle campagne di vaccinazione, la società italiana dal canto suo raramente si è dimostrata disposta ad usare i vaccini. Con maggior riferimento agli anni pre Covid. I dati del ministero della Sanità e dell’Istituto Superiore di Sanità del 2019 in tal senso parlano chiaro. La copertura vaccinale è stata del 15.8%. Vale a dire che meno di una persona su tre si è fatta il vaccino contro le influenze stagionali. Un rapporto che sale a poco più di uno su due solo tra gli over 60. L’origine della diffidenza verso i vaccini è possibile scovarla andando a spulciare sempre tra i dati del ministero. In particolare, c’è una data che funge da spartiacque ed è quella del 2010: in quell’anno si è raggiunto il record della copertura vaccinale, arrivata addirittura al 66% tra gli anziani. Da lì in poi i numeri hanno iniziato a ridimensionarsi.

Quella data forse non è casuale. Il 2010 è stato infatti l’anno del flop della campagna di vaccinazione contro il virus A/H1N1, più noto come influenza suina. L’Oms già nel 2009 aveva dichiarato lo stato di pandemia, dando il via libera a una corsa all’acquisto del vaccino da parte dei governi di tutto il mondo. Dopo però un allarme globale, la temuta ondata epidemica non è mai arrivata. E milioni di dosi prodotte dall’azienda Novartis sono rimaste inutilizzate. Questo è accaduto anche in Italia: il governo di allora ha speso 184 milioni di Euro per l’acquisto di dieci milioni di dosi, di queste quelle realmente somministrate sono state appena 865.000. Da allora nel nostro Paese l’uso del vaccino è stato spesso al centro di polemiche: dai costi ritenuti eccessivi, alla diffidenza di buona parte della popolazione, fino ad arrivare alle recenti teorie no Vax. Elementi che, alla vigilia della campagna di vaccinazione anti Covid, hanno pesato e non poco per l’orientamento dell’opinione pubblica.

La gestione della spesa sui vaccini nel nostro Paese

Oltre a investimenti ritenuti superflui e alla diffidenza della popolazione, le campagne vaccinali del passato in Italia si sono dovute scontrare con la gestione dei soldi sborsati per i vaccini. Si è speso male ma anche, se non soprattutto, in modo profondamente disorganizzato. Un allarme in tal senso è stato lanciato nel 2017 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato esterno. In Italia, sul fronte dell’acquisto dei vaccini, non è mai esistita una centrale unica nazionale in grado di contrattare un prezzo con le aziende farmaceutiche. Al contrario, esistono qualcosa come 35mila diversi centri di acquisto, tra regioni, Asl, aziende ospedaliere e una miriade di realtà pubblico – private. Questo ha comportato negli anni una mancanza di uniformità nella spesa, ad esempio in molti casi uno stesso vaccino ha avuto costi differenti da regione a regione, oppure anche tra un’azienda e un’altra.

Un elemento che inoltre ha impedito più volte una programmazione unitaria della spesa per l’immunizzazione. Eppure è proprio da qui che occorrerebbe partire sia per arrivare a una maggiore efficienza che per attuare un contenimento dei costi: “Se è vero che i nuovi vaccini sono più costosi – dichiarava già nel 2015 su IlSole24Ore l’ordinario di Igiene all’università di Firenze, Paolo Bonanni – a causa della loro maggiore complessità e delle tecnologie protette da brevetto, è altrettanto vero che la spesa nella ricerca e nella produzione ha un ritorno in termini di salute pubblica e di risparmio da 10 a 100 volte superiore rispetto ai costi reali per le malattie, le ospedalizzazioni e l’assistenza”. Prevenire, in poche parole, sarebbe sempre meglio che curare.

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA