Da diversi mesi il coronavirus ha preso il controllo della quotidianità di tutti con una pandemia che ha seminato diverse migliaia di vittime generando ansia e paura nella popolazione. Dopo i primi tentativi attuati  per debellare il virus, c’è adesso molta confusione sulle metodologie più adatte da adottare e mettere in campo. Non un’unica scia seguita ma più correnti di pensiero che, in alcuni casi, si contrappongono rendendo la situazione meno chiara.

Il precedente del 2009

La pandemia da coronavirus dichiarata nell’inverno del 2020 non è l’unica che ha interessato questo secolo. Nel 2009 infatti, il mondo è stato colpito da un’altra pandemia, ovvero quella dovuta al virus A/H1N1. Si tratta dell’influenza suina che, in quell’anno, ha fatto il passaggio dall’animale all’uomo. Dunque, dopo il salto di specie, l’agente patogeno si è trasmesso da persona a persona. L’epidemia che aggrediva pure le vie respiratorie, si è diffusa nell’aprile del 2009 dal Messico ed ha in seguito colpito diverse nazioni, Italia compresa. Sulla base delle procedure stabilite dal regolamento sanitario internazionale, il 25 aprile, il direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, ha dichiarato lo stato di pandemia. Il picco che si temeva in autunno non è però mai arrivato e l’influenza ha fatto perdere piano piano le proprie tracce. Qualche anno dopo, nel 2012, un’inchiesta condotta dal Bureau of Investigative Journalism (BMJ), ha parlato di una sproporzione tra il vero pericolo generato dall’HN1N e l’allarme lanciato dagli studiosi.

“Nel 2009 la comunità scientifica era impaurita”

“Occorre contestualizzare quanto avvenuto undici anni fa, occorre valutare il motivo delle scelte prese nel 2009”: su quanto accaduto in occasione della pandemia da H1N1, contattato da InsideOver, non sembra aver dubbi il virologo Massimo Clementi. Secondo il professore del San Raffaele, in effetti le scelte prese nel decennio scorso possono aver destato una certa confusione negli anni successivi: “Lì si è intervenuti tempestivamente, l’Oms ha subito dichiarato la pandemia – ha infatti dichiarato Clementi – Oggi invece è successo l’esatto opposto”. Ma, ha spiegato il virologo, è bene valutare il contesto: “Il virus del 2009 era figlio di un mescolamento genetico tipico dei virus influenzali, che in Messico ha subito dato vita a casi molto gravi. Per questo l’allarme è stato immediato”.

La comunità scientifica si è mossa in questa direzione in quanto anche già allarmata da altri virus: “Dopo la Sars del 2003 abbiamo vissuto anni di paura legati all’influenza aviaria, che nel 2005 aveva fatto il salto nell’uomo. Per fortuna poi non ci sono state altre conseguenze – ha proseguito Clementi – Ma quando nel 2009 ci si è trovati davanti a un H1N1 gli scienziati erano già in allerta e l’Oms ha deciso di intervenire”. Da non sottovalutare, sempre secondo il virologo, il fatto che la struttura del virus del 2009 era simile a quella della spagnola, che tra il 1918 e il 1920 ha ucciso 50 milioni di persone in tutto il mondo. Anche questa circostanza avrebbe influito sulla dichiarazione di un allarme poi repentinamente sgonfiatosi: “Il virus si è adattato all’uomo e la pandemia è diventata un’endemia”, ha concluso Clementi.

Quella confusione rivelatasi fatale

A prescindere dai motivi delle allerte del 2009, quanto accaduto però potrebbe aver contribuito a generare confusione. Undici anni fa si è agito subito per un allarme poi rivelatosi meno grave del previsto, nel 2020 invece l’Oms ha aspettato tre mesi prima di dichiarare la pandemia. Una confusione in grado di contagiare, è il caso di dire, il mondo mediatico. Il ricordo del panico generato dal virus H1N1 potrebbe aver tratto in inganno l’informazione e la politica a inizio emergenza. In Italia ad esempio, come descritto ne Il Libro Nero del Coronavirus di Andrea Indini e Giuseppe De Lorenzo, la settimana successiva ai primi contagi si è cercato di far passare la linea della prudenza e lanciare campagne mediatiche volte a non bloccare e a non fermare l’economia.

Sui social la confusione è stata massima. L’opinione pubblica si è divisa tra chi ha da subito provato paura per il nuovo virus e chi, al contrario, ha parlato di una comune influenza al pari degli anni passati. In pochi hanno da subito intuito il problema connesso alla presenza e alla convivenza con un nuovo coronavirus, diverso da quelli conosciuti fino allo scorso anno. E così anche a livello politico le scelte sono state dettate più dalla confusione che da una chiara linea da seguire. Lo si è visto in occasione della prima emergenza di marzo, è forse ancor più evidente all’inizio di questa seconda ondata dove soprattutto in Europa i governi sono risultati spiazzati. E dove, nonostante l’esperienza dei mesi scorsi, le scelte stanno contribuendo a far aumentare ulteriormente la confusione tra i cittadini.

“Manca l’informazione univoca per tutti i cittadini”

Che i ritardi nell’adozione di misure mirate a contrastare il virus abbiano avuto una fondamentale incidenza nel veloce aumento dei contagi, ne è convinto lo studioso e opinionista Pierluigi Fagan: “Sulla base di quanto stava accadendo in Cina, con un lockdown proclamato il 25 gennaio del 2020 – ha dichiarato Fagan ad InsideOver – e sulla  base di gravi casi di polmoniti in Italia, occorreva attivarsi con un piano di difesa adeguato e tempestivo”. Lo studioso va indietro nel tempo raccontando degli avvertimenti degli esperti: “Sono ormai 20 anni – afferma – che i virologi e gli epidemiologi  avvertono del rischio di epidemia da coronavirus ma nessuno investe sulla prevenzione. Già nel 2007 era stato lanciato l’allarme sul rischio di pandemia da coronavirus alimentato dalla globalizzazione. Le previsioni ci sono, gli allarmi vengono dati, ma le nostre società non funzionano in termini previsionali. Invece – ha proseguito – tutto va puntato sull’anticipazione dei fatti e arrivare prima che avvengano. In realtà accade l’inverso. Fino a quando il problema non si tocca con mano non si agisce. Bisogna intervenire prima”.

Secondo Pierluigi Fagan sono tanti gli errori commessi fino ad ora nella gestione della pandemia e le informazioni non univoche finora  diffuse, hanno creato un’errata informazione nei confronti della popolazione che finisce per sottovalutare, in alcuni casi, la gravità del problema:  “Se attuassimo un  lockdown di 15 giorni a  Milano , Roma e Napoli – ha dichiarato – potremmo evitare quello nazionale. Ed invece c’è molta contrapposizione in merito: i politici, le opposizioni all’interno del governo, i negazionisti, tutti creano confusione e questo genera altra confusione fra i cittadini. La gente non riesce più a capire cosa si sta rischiando”.

“C’è stato poi sin dall’inizio un grosso problema di comunicazione – ha concluso Fagan – su tutti i canali televisivi ci sono stati e ci sono epidemiologi, virologi, che esprimono il loro punto di vista alimentando diversi pensieri, in alcuni casi contrapponendosi. Manca una comunicazione centrale, affidabile e credibile espressa in termini semplici ma diretti verso la popolazione in modo da far capire veramente il problema.”

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA