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A 91 anni suonati, Clint Eastwood torna in sella, indossa di nuovo un cappello da cowboy, dirige e recita in Cry Macho. L’ultimo film suona, ancora, come un addio. Anche se tutti noi spettatori speriamo che sia solo un arrivederci.

“Sono stato tante cose, adesso non sono più nulla”, dice il protagonista Mike Milo, ex star dei rodei nel Texas, in pensione dopo un brutto incidente e un periodo di depressione e alcolismo. La sua missione è ora quella di andare a recuperare il figlio del proprietario del ranch, nonché ex capo. Figlio illegittimo, avuto da una ricca messicana in odore di malavita ed ora in balia di un ambiente losco dove subisce molestie. Non rischiamo spoiler se vi diciamo che, già all’inizio del film, Milo riesce nella missione impossibile di recuperare il tredicenne Rafael, detto Rafo, convincerlo ad andare in Texas dal padre, fuggendo dai suoi giri malavitosi di combattimento fra galli, dalla polizia messicana, dalle grinfie della madre e dalla caccia dei suoi “bravi”. Il resto è un on the road di formazione del giovane perduto, che molto perduto non è. Anzi, è un bravo cristiano (cattolico) che per certi versi si dimostra più saggio del suo salvatore yankee.

Se c’è un aspetto che, proprio, non funziona, in questo film, è il ritardo. Doveva uscire 40 anni fa, poi dopo tutti questi decenni nel cassetto è stato prodotto nel lontano (rispetto alla trama) 2021. Doveva essere un film di attualità, ora è un film storico ambientato nel 1980. Ma da un uomo di 50 anni, quale era Clint al momento in cui aveva scritto la sceneggiatura, ci si aspetta che cavalchi, domi cavalli selvaggi e faccia colpo su una bella messicana, fugga dai poliziotti e sconfigga il cattivo in un duello finale. Ed abbia un capo, coetaneo, con un figlio tredicenne. Da un uomo di 91, ci si aspetterebbe qualcosa di diverso. Le scene d’azione (pochissime) suonano ancor più artificiali. Almeno in un paio di occasioni, l’antagonista si ferma al momento decisivo, come se stesse dicendo “no, sei troppo vecchio. Non insisto”.

Ma di fondo è la vecchiaia che emerge prepotentemente, nonostante una sceneggiatura che attribuisce a un novantenne le azioni di un cinquantenne. “Il machismo è sopravvalutato – dice Milo, deluso dalla vita, mentre parla con Rafo, deluso dalle menzogne di tutti – Come tutte le cose, ti pare che dia tutte le risposte, ma poi scopri che non te ne ha data nessuna”. “Non riesco a curare la vecchiaia”, dice ancora Milo, in una scena in cui sta parlando di un cane, ma si vede benissimo che allude a se stesso.

Nella pellicola di Clint, comunque, ci sono tutti gli elementi a cui ci ha abituati in più di mezzo secolo di suo cinema: il deserto, i cavalli, il Texas. Della società non puoi fidarti, i bambini possono essere vittime di abusi se non sono (loro per primi) disposti a battersi per la propria salvezza. Della autorità, specie se indossano l’uniforme, c’è da fidarsi ancora meno. Clint è e resta un libertario, anche a 91 anni, afferma apertamente di non credere in Dio e di confidare solo sulla piena libertà di scelta. Rafo, pur essendo il ragazzino da salvare, non è mai un soggetto passivo, è libero fino alla fine. Prende le sue decisioni anche quando scopre che il padre non lo rivuole solo per amore. Anzi…

Il film sta avendo molto successo negli Stati Uniti (in Italia dobbiamo attendere il mese prossimo) per lui: per Clint. Dismessi, dalla fine degli anni Novanta, i panni del giustiziere severo ma giusto, nell’ultimo ventennio ha rappresentato il meglio della cultura americana. Senza mai cedere alle mode del politicamente corretto, ha portato sullo schermo storie di sommersi e salvati (Mystic River), di combattenti per la propria dignità (Million Dollar Baby), di sacrificati, contro la loro volontà, per la patria (i due speculari film di guerra Flags of our Fathers e Lettere da Iwo Jima), di vittime delle autorità corrotte, siano esse la polizia (Changeling) o i media (Richard Jewell) e soprattutto di uomini che, con la loro azione, civile o militare, hanno reso migliore la loro comunità, come il vecchio operaio pensionato di Gran Torino, il tiratore scelto che salva i suoi compagni di American Sniper, il narcotrafficante per caso di The Mule e i tre militari, anch’essi eroi per caso, di Attacco al treno.

Perché combattere? Tutti i combattenti di Clint lo fanno per loro stessi, prima di tutto. Per apprezzarlo ci si deve calare in una mentalità di individualismo ruvido, da pioniere, così come da self made man di cui è ricca la storia americana. Se cercate un eroe senza macchia o un altruista cattolico che fa tutto per amore del prossimo, Clint non fa per voi. Ed è per questo che non è molto amato alle nostre latitudini. Ma battendosi per se stesso, volendo essere anche lasciato in pace, l’eroe di Eastwood rende il mondo un posto migliore in cui vivere. L’anziano Walter “Walt” Kowalski di Gran Torino, il film più esplicito sulla sua filosofia, è un razzista dichiarato, è geloso della sua proprietà e minaccia col fucile chiunque provi a violarla, è un residuo di una società operaia che non esiste più, è l’ultimo americano patriottico e testardo in un quartiere ormai trasformatosi in ghetto asiatico. Ed è colui che salva la comunità dalla sua deriva delinquenziale. Egoista quanto si vuole, ma è lui che, alla fine, si sacrifica per il bene altrui. Ed è la sintesi di tutti gli altri eroi eastwoodiani. Anche se il Mike Milo, ne è solo, purtroppo, una copia un po’ sbiadita, un po’ troppo invecchiata.

Ps per animalisti: il Macho del titolo è un gallo da combattimento e recita (bene) per tutto il film, accompagnando i protagonisti nel viaggio on the road.