A partire dal prossimo anno, TikTok verrà bloccato in Albania. La decisione è stata annunciata dal Primo Ministro Edi Rama lo scorso sabato, giustificando la decisione con un’accusa nei confronti della piattaforma, che secondo il Premier è responsabile dell’aumento di episodi di violenza e bullismo, in particolare tra i giovani.
La nota e diffusa piattaforma social verrà bloccata solo per un anno, scatenando proteste e rabbia da parte dei giovani utenti del Paese. Il Governo ha motivato la decisione con la necessità di proteggere i giovani dagli effetti negativi del social network, definiti “una minaccia per il benessere mentale e sociale dei nostri figli”.
La mossa ha scatenato un acceso dibattito: da un lato, genitori e istituzioni appoggiano l’iniziativa come un atto utile ad arginare fenomeni come violenza e bullismo; dall’altro, i critici parlano di rischi di censura e limitazione della libertà digitale. Sono soprattutto i giovani a ribellarsi, sostenendo che non sia TikTok a provocare violenza, al contrario per loro si tratta di uno strumento attraverso cui raccontare la vita quotidiana e intrattenersi.
La pallavolista Dajana Marku ha dichiarato che “TikTok non ha un impatto sulla vita quotidiana. Non ha alcun legame con gli eventi che si sono verificati”. La Marku si riferisce alla morte a Tirana di Martin Cani, un adolescente di 14 anni che a novembre è stato accoltellato da un suo coetaneo in seguito ad una lite iniziata proprio sulla piattaforma in questione, si suppone. Durante le manifestazioni che sono seguite all’accaduto, la responsabilità è stata attribuita principalmente al Ministero dell’Istruzione e ad altre istituzioni. D’allora, le autorità albanesi hanno tenuto ben 1.300 incontri con insegnanti e genitori e la decisione di Rama si colloca in questo contesto.
Subito dopo la dichiarazione di Tirana, TikTok ha chiesto informazioni riguardo il caso dell’adolescente. La piattaforma ha dichiarato di non aver “trovato alcuna prova che l’autore o la vittima avessero un account TikTok e diversi rapporti hanno confermato che i video che hanno portato a questo incidente sono stati pubblicati su un’altra piattaforma, non su TikTok”.
Rama ha poi precisato che questa decisione non è stata “una reazione affrettata a un singolo incidente”, ma piuttosto “una decisione attentamente ponderata, presa in consultazione con le comunità di genitori nelle scuole di tutto il Paese”.
Su X ha poi condiviso un post in albanese con la caption “o TikTok protegge i bambini albanesi, o l’Albania proteggerà i suoi bambini da TikTok”.
A livello politico ci sono state le polemiche più aspre. Ina Zhupa, legislatore del principale partito di opposizione, il Partito Democratico, ha contestato sostenendo che “la decisione dittatoriale di chiudere la piattaforma di social media TikTok è un grave atto contro la libertà di parola e la democrazia”. Lo stesso l’ha descritto anche come “un atto puramente elettorale e un abuso di potere per reprimere le libertà”. Il prossimo anno in Albania si terranno le elezioni parlamentari.
Il problema della violenza
Quella della violenza è una problematica non trascurabile nello Stato. Sono stati in primis i genitori a preoccuparsi dopo aver scoperto che alcuni bambini avevano portato a scuola coltelli e altri oggetti da usare nelle liti o casi di bullismo, sostenendo che si tratti di azioni promosse da contenuti visti su TikTok.
In generale, però, a scatenare questa reazione sono stati una serie di incidenti nei Paesi balcanici in cui le vittime erano bambini e ragazzini che si sono feriti per aver partecipato a sfide pericolose lanciate sui social. Un fenomeno ormai noto che riguarda chiunque non sia adeguatamente preparato a discernere un modello sano da uno completamente errato e a pagarne il prezzo, chiaramente, sono i più giovani. Un’adeguata educazione digitale è fondamentale per fornire ai giovani gli strumenti necessari a riconoscere i rischi online e a sviluppare un senso critico che li protegga da comportamenti emulativi pericolosi.
Insieme al blocco della piattaforma, è stato imposto anche un aumento delle misure di protezione nelle scuole, partendo da una maggiore presenza della polizia, programmi di formazione e una più stretta collaborazione con i genitori.
Quello dell’Albania non è un caso isolato, per quanto si tratti del primo divieto effettivo di usare l’App. Anche altri Paesi europei come Francia, Germania e Belgio hanno introdotto restrizioni all’accesso dei minori sui social, accusati di incitare all’odio e aumentare la violenza tra giovani. TikTok è vietato anche in paesi come India, Afghanistan e Senegal per motivi legati alla sicurezza nazionale, alla diffusione di contenuti pericolosi o contrari ai valori culturali, mentre Stati Uniti, Canada, Regno Unito, e Australia hanno imposto restrizioni sui dispositivi governativi per preoccupazioni sulla privacy e la sicurezza dei dati. Ulteriori divieti nazionali sono in discussione negli Stati Uniti per motivi legati al conflitto geopolitico e tecnologico tra Stati Uniti e Cina.
Ad ogni modo, molti sono i dubbi sul metodo con cui verrà applicato il divieto a livello tecnico. La cosa più immediata sarebbe accordarsi con gli App store di Apple e Google per vietarne il download. Più efficace sarebbe invece utilizzare il filtraggio DNS, il blocco degli indirizzi IP associati all’app, ma tali misure possono essere aggirate dagli utenti con l’uso di VPN, proxy o modificando i server DNS, rendendo il blocco difficile da applicare in modo completamente efficace.
Pur riconoscendo i potenziali pericoli dei social, attribuire tutte le colpe a TikTok risulta controproducente e riduttivo, poiché le radici della violenza tra i giovani andrebbero indagate in maniera più approfondita e sistemica.

