A Mogadiscio, in queste ore, è in corso il ramadan; le strade della capitale, dove le donne vendono dolci e samosa da mangiare al tramonto dopo l’ultima preghiera, brulicano di gente. Ed è proprio qui, all’ombra dei minareti, nelle vie trafficate e tra i banchi del caotico mercato che, quando è stato data la notizia della liberazione di Silvia Romano, i cittadini somali hanno applaudito ed esultato. A raccontare com’è stata la reazione della gente di Mogadiscio, all’annuncio del rilascio della volontaria italiana, è Osman Lul, figlia della diaspora, 50enne, arrivata in Italia negli anni Novanta mentre nel Paese del Corno d’Africa infuriava la guerra dei warlords e oggi tornata nella capitale dove ha dato vita a un’associazione che si occupa di aiutare le donne somale.

”Qui a Mogadiscio il rilascio di Silvia e stato accolto molto bene anche perché, dopo un anno e mezzo, le speranze che fosse viva erano minime. Silvia ha 24 anni e ha passato quasi due anni in mano ad Al Shabaab e la gente non immagina cosa voglia dire e chi siano queste persone. Credo che debba sentirsi amata e non oso immaginare quanto abbia desiderato la liberazione e quanto abbia sognato questo ritorno a casa sana e salva”.

Mentre nel telefono echeggia, in sottofondo, il salmodiato canto del muezzin, Osman Lul intanto, dalla sua casa di Mogadiscio, prosegue addentrandosi nel merito della conversione di Silvia: ”Ha deciso di convertirsi, non credo sia un problema e anzi va tutelata la sua libertà e la sua scelta. Mi dispiace che sia stata bersaglio di attacchi, insulti e offese persino in sede parlamentare. Silvia ha vissuto a diretto contatto con gente di cui io, donna somala, ho paura anche solo della loro ombra”.

Approfondendo quindi cosa significhi vivere a Mogadiscio e sopratutto com’è la vita di una donna in Somalia oggi, Osman Lul spiega: ”Sebbene le donne somale siano la spina dorsale della Somalia essendo loro che hanno guidato l’economia di questo Paese negli ultimi 30 anni, essere donna, oggi, a Mogadiscio, è molto difficile e lavorare è ancor peggio. Si vive alla giornata perché non si sa se ci sarà un domani. Io, per esempio, esco il meno possibile, vivo in modo molto riservato e cerco di apparire molto poco in pubblico ma, nonostante le precauzioni, la paura incombe su tutte noi”.

E a proposito di terrorismo, Lul ha poi concluso dicendo: “Il terrorismo lo possiamo sconfiggere soltanto noi petche i giovani che appartengono a queste sette non sono venuti dal cielo, sono i nostri figli, i nostri nipoti, e escono dalle nostre case e se noi mamme, sorelle, li proteggiamo e li nascondiamo non ne verremo mai fuori. Nessuno ci può aiutare se non noi stessi”.

Le parole di Osman Lul si riflettono in quelle di Burhan Dini Farah, direttore dell’emittente di Mogadiscio Radio Kulmiye. Nel 2015, quando ancora era vice direttore della radio che oggi dirige, raccontò a Inside Over, seduto alla scrivania del suo ufficio situato proprio difronte all’ex teatro nazionale della capitale somala, una vita votata all’informazione, alla non accettazione dello sconforto e a quella perseveranza che trasforma l’utopia in pragmatica ragione d’essere. All’epoca parlava così riguardo al suo lavoro e a quello dei suoi colleghi: “Noi seguiamo in modo capillare quanto avviene a Mogadiscio e anche nel resto del Paese, avendo collaboratori in diverse città, ma questo nostro lavoro di denuncia ci ha portato a subire diversi attacchi. I kamikaze dal 2012 ad oggi si sono fatti esplodere all’ingresso della radio, cinque i giornalisti sono morti e molti altri sono stati i feriti”.

Oggi, in via telefonica, dalla sede della redazione dove campeggia uno striscione su cui sono impressi, a imperitura memoria, i volti dei cronisti assassinati dai guerriglieri islamisti, il direttore Burhan Dini Farah si è così espresso sull’attuale situazione della capitale somala: “A Mogadiscio, noi giornalisti siamo sempre a rischio. Io sono sopravvissuto a dieci attentati, ho perso l’avambraccio destro durante uno di questi, e non conto più nemmeno le minacce che ho ricevuto in questi anni. Noi giornalisti siamo tutti obiettivi sia di Al Shabaab ma anche del governo dal momento che la Somalia non si può certo definire un Paese democratico e aperto alla stampa. Uno dei motivi per cui Al Shabaab, ancor oggi, riesce a ottenere consensi e ad allargare le sue fila è proprio il fatto che nelle zone sotto suo controllo garantisce i servizi di base e combatte una delle piaghe endemiche della Somalia: la corruzione”.

Infine, prima di congedarsi, il direttore di Radio Kulmiye ha concluso dicendo: “Noi giornalisti non abbiamo una vita a Mogadiscio, viviamo in un perenne lockdown tra la casa e la redazione, alcuni addirittura vivono in redazione e non escono mai. Non ho sogni utopici, desidererei solo che i nostri sforzi di raccontare la verità e la realtà del nostro paese, un giorno, venissero ricompensati dalla possibilità di poter passeggiare per le vie della nostra città con le nostre mogli e i nostri figli senza il timore di morire in un agguato”.

Parole che riflettono l’ordinaria drammaticità del vivere laddove nessuno vuole che la verità trovi spazio. Abdalle Ahmed Mumin, segretario generale del Sindacato dei giornalisti somali (Somali Journalists Syndicate), ha confermato le parole del direttore di Radio Kulmiye e raccontando la sua storia personale ha ritratto nella maniera più esaustiva possibile la vita nella capitale somala, sospesa in un perenne limbo di sogni infranti e speranze mai vinte, violenza endemica e eroismo silenzioso.

“Negli anni Novanta, quando nel mio Paese è scoppiata la guerra, ero un bambino. Non ho potuto nemmeno finire la scuola elementare perché sono dovuto fuggire e per anni ho vissuto in una tendopoli. È stato nel campo profughi in cui ero sfollato che ho avuto la possibilità di studiare, completare il mio percorso di formazione e lì, mentre la sofferenza era la sola costante e vedevo la distruzione del mio Paese, ho pensato che fare il giornalista, raccontare al mondo le ingiustizie che vivevamo io e il mio popolo, potesse essere un modo per aiutare la mia gente”.

Abdalle Ahmed è riuscito negli anni a laurearsi, ad affermarsi come giornalista, fu l’unico cronista a raccontare nel 2014 l’omicidio del leader di Al Shabaab Ahmed Abdi Godane, è sopravvissuto a una sparatoria condotta dall’organizzazione affiliata ad Al Qaeda e oggi vive sapendo di essere nel mirino di jihadisti, criminali e anche uomini del governo: “In Somalia la verità non piace a nessuno. I giornalisti uccisi nel 2019 sono stati 18 e la regia degli omicidi spesso si trova nei palazzi di governo non solo nelle basi di Al Shabaab. La nostra vita è sospesa su un filo sottilissimo e siamo consapevoli che in qualsiasi momento potrebbe accadere un’imboscata o un attentato e tutto potrebbe finire, è questa la nostra quotidianità. Però non dobbiamo scordarci che c’è anche un’altra Somalia”. E a tal proposito Abdalle Ahmed Mumin ha concluso dicendo: ”È la Somalia dei giovani che studiano, che chiedono lavoro e che denunciano criminalità, jihadismo e corruzione è la Somalia che ha esultato e festeggiato alla notizia della liberazione di Silvia Romano”.

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