A un anno dal suo arresto, Paul Rusesabagina, l’eroe del film Hotel Rwanda, è stato condannato per ”terrorismo” e ora rischia il carcere a vita. Questa mattina la Corte Suprema ruandese si è pronunciata in questo modo nei confronti dell’uomo conosciuto in tutto il mondo come l’Oscar Schindler africano, per aver salvato, durante il genocidio ruandese del 1994, oltre 1200 cittadini tutsi dalle milizie genocidarie hutu.

Per comprendere come si è arrivati a questa sentenza storica che fa di uno degli eroi di fine ‘900 un terrorista, e che, nel giro di poche ore dal suo pronunciamento, ha già sollevato polemiche a livello internazionale, occorre riavvolgere il rocchetto degli eventi sino al 1994 quando nel Paese delle Mille Colline si consumava uno dei crimini e delle tragedie più efferate della nostra contemporaneità.

Da aprile a luglio del 1994 nel Paese dei Grandi Laghi si registrò un massacrò che vide oltre 800’000 cittadini di etnia tutsi morire sotto i colpi di machete delle milizie suprematiste hutu. In quei mesi di follia e ferocia, che sarebbero stati poi consegnati alla storia come i giorni del genocidio ruandese, Paul Rusesabagina era il manager del lussuoso Hotel delle Mille Colline a Kigali e l’uomo, di origine hutu, sfruttò la sua carica e i mezzi a sua disposizione per mettere al riparo 1.268 tutsi e hutu moderati, dalle esecuzioni sommarie e dalle barbarie che travolgevano le strade della capitale e i villaggi del Paese africano.
La fine della guerra in Ruanda coincise con la presa del potere da parte del leader del Fronte Patriottico Ruandese Paul Kagame e Rusesabagina si trovò subito in contrasto con il nuovo esecutivo che accusò di metodi autoritari. Nel 1996, l’ex gestore dell’ albergo delle ”Mille Colline” si trasferì prima in Belgio, dove chiese asilo politico, e poi negli USA. Nel 2004, con l’uscita nelle sale del film candidato all’Oscar “Hotel Rwanda” la storia di Rusesabagina raggiunse una notorietà di livello planetario e l’uomo ottenne nel 2005, dal presidente George W. Bush, la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile degli Stati Uniti.

Dal suo esilio Rusesabagina ha sempre lanciato duri attacchi nei confronti di Kagame e del suo cerchio magico accusando l’esecutivo ruandese di aver preso una deriva autoritaria e di non rispettare la popolazione hutu. Negli anni però, alle accuse mosse da Rusesabagina, hanno fatto seguito numerosi racconti che hanno macchiato la figura di colui che era considerato uno dei massimi esponenti della difesa dei diritti umani a livello planetario. Testimonianze raccolte dalla stampa internazionale hanno ridisegnato la figura dell’ex manager dell’Hotel di Kigali dipingendolo come uno speculatore che si è arricchito chiedendo soldi e beni alle migliaia di civili che ha messo in salvo nel suo albergo. Ciò che però non è stato mai appurato è se queste fossero accuse comprovate o costruzioni fatte a tavolino dal governo di Kagame per infangare e discreditare la figura di uno dei suoi più conosciuti e autorevoli oppositori. Certo è che Rusesabagina ha proseguito la sua attività di oppositore dando vita nel 2017 al Movimento ruandese per il cambiamento democratico (Mrcd), e questa sigla si sospetta che abbia avuto anche un’ala armata, il Fronte di liberazione nazionale (Fln), resosi responsabile di alcuni attentati nel sud del Ruanda, tra il 2018 e il 2019, che hanno provocato la morte di 9 persone.

Lo scontro tra Rusesabagina e Paul Kagame è proseguito con attacchi e accuse reciproche ma nessuno avrebbe mai immaginato che l’esito di questa controversia sarebbe stato quello di una condanna per terrorismo arrivata al termine di un iter giudiziario caratterizzato più da ombre che da luci e che in molti, tra editorialisti, attivisti dei diritti umani e legali, ritengono avere i connotati di una resa dei conti personale tra il governo ruandese e il suo nemico pubblico numero uno.
Alla sentenza di poche ore fa si è arrivati infatti dopo un anno di accuse, incongruenze e denunce di violazioni dei diritti dell’accusato a partire dall’arresto avvenuto lo scorso agosto quando l’aereo su cui viaggiava l’ex gestore dell’albergo ruandese è atterrato in Ruanda anziché in Burundi dov’era diretto. Le dinamiche e le circostanze dell’arresto ad oggi rimangono molto caliginose così come tutto l’iter giudiziario che ha portato questa mattina l’eroe di Hotel Rwanda ad essere accusato di terrorismo.

Durante questi tredici mesi di detenzione molti sono stati gli appelli fatti dalle organizzazioni umanitarie, tra cui Human Rights Watch, affinché venisse fatta chiarezza su quanto stava avvenendo nel carcere di Kigali. A Rusesabagina infatti é stato impedito di essere scarcerato sotto cauzione per motivi di salute, Vincent Lurquin, l’avvocato belga dell’imputato é stato espulso dal Paese in quanto persona non grata, é stato provato che materiale riservato, appartenente a Rusesabagina, é stato intercettato e sequestrato dalle autorità del penitenziario e inoltre ci sono stati casi di testimoni che hanno ritrattato più volte le loro deposizioni.
Ma, nonostante la richiesta del parlamento europeo che venissero garantiti a Rusesabagina i diritti di un cittadino europeo, avendo lui cittadinanza belga, nonostante la mobilitazione internazionale e le richieste dei famigliari e degli attivisti dei diritti umani di fare chiarezza sui numerosi quesiti irrisolti; l’iter giudiziario é comunque proseguito e questa mattina é arrivato al suo epilogo.

Rusesabagina si é presentato davanti al giudice indossando la divisa rosa dei detenuti e con le manette ai polsi e si è ritrovato alla sbarra a dover rispondere di nove capi d’accusa tra cui terrorismo, formazione di un gruppo armato illegale, rapimento, incendio doloso e omicidio. Dopo ore di attesa, il giudice Beatrice Mukamurenzi ha emesso la sentenza esprimendosi in questi termini nei riguardi dell’accusato: ”Ha fondato un’organizzazione terroristica che ha attaccato il Ruanda. Ha contribuito finanziariamente alle attività terroristiche. Ha approvato disposizioni mensili di fondi per queste attività. Ha inventato un codice per nascondere queste attività”.

Alla fine Rusesabagina è stato condannato per i suoi legami con il Fronte di Liberazione Nazionale ma gli avvocati della difesa hanno dichiarato che non esistono prove inconfutabili riguardo al fatto che l’organizzazione agisse come braccio armato del Movimento ruandese per il cambiamento democratico, di cui Rusesabagina era uno dei fondatori. La figlia di Rusesabagina, che ha assistito al processo in remoto da Bruxelles, sulle colonne del New York Times, ha gridato allo scandalo e alla messinscena, molti opinionisti e giornalisti hanno parlato di processo politico e una delle analisi più efficaci, sempre per il quotidiano statunitense ,è stata fatta da Timothy P. Longman, professore di scienze politiche e affari internazionali alla Boston University e autore di due libri sul Ruanda. “Questo processo si inserisce all’interno di una lunga storia di repressione di qualsiasi voce di dissenso da parte del governo ruandese”. E poi il professore Longman ha proseguito dicendo: ”Il verdetto nel caso Rusesabagina a questo punto è quasi irrilevante. Ciò che è stato fatto attraverso questo processo è qualcosa di molto più grande, è stato mandato un chiaro messaggio ad ogni cittadino ruandese in patria e all’estero: nessuno potrà mai sentirsi al sicuro nel momento in cui dirà qualcosa contro il presidente Kagame e il Fronte patriottico ruandese”.