Ha da poco preso il via uno dei Mondiali più controversi della storia – segnato da prezzi inaccessibili, pratiche di esclusione, discriminazione razziale e violazioni dei diritti umani – e le polemiche attorno all’evento potrebbero non essere l’unica fonte di preoccupazione per le grandi federazioni calcistiche. Un’indagine squarcia infatti il velo di neutralità ostentato dai vertici del calcio mondiale, rivelando come FIFA e UEFA stiano attuando un’operazione di normalizzazione del furto – da parte di Israele – di terre palestinesi e siriane.
Il rapporto, intitolato Beyond the green line. Israeli settlement clubs in Occupied Palestine, è stato redatto dall’organizzazione scozzese Scottish Sport for Palestine, un gruppo di pressione – nato all’inizio del 2024 – che si propone di contrastare l’influenza del sionismo nello sport scozzese, promuovendo azioni di sensibilizzazione, mobilitazione e advocacy a sostegno della causa palestinese. La denuncia che emerge dall’analisi è chiara: dietro la retorica dell’inclusività, si nasconde una strategia di sportswashing che trasforma i club degli insediamenti illegali e il calcio stesso in veri e propri strumenti politici per la cancellazione di un intero popolo.
Il motore dell’occupazione: gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi
Dal 1967 Israele occupa illegalmente Gaza – per quanto formalmente abbia completato il ritiro dei coloni e delle forze di sicurezza dalla Striscia nel 2005 –, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e le alture siriane del Golan. L’obiettivo dichiarato è quello di dar vita al Grande Eretz Israel, la Grande Terra di Israele, a dispetto di quanto stabilito dal diritto internazionale. Secondo Michael Lynk – dal 2016 al 2022 Relatore Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati – il motore dell’occupazione è rappresentato dagli insediamenti, comunità civili – create o sostenute da autorità politiche e militari israeliane – che comprendono abitazioni, strutture economiche, infrastrutture di collegamento, terreni agricoli e spazi ricreativi, come gli impianti sportivi.
A sancire la loro natura contraria al diritto internazionale sono stati il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Corte internazionale di giustizia, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e l’Unione Europea che hanno ribadito con chiarezza come gli insediamenti israeliani costituiscano una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Nel tempo, il diritto internazionale umanitario e il diritto penale internazionale ne hanno ulteriormente qualificato l’illiceità, configurandoli come crimini di guerra. Eppure, nonostante le evidenze legali, gli insediamenti hanno continuato a moltiplicarsi e prosperare, in gran parte grazie all’impunità loro concessa dall’Europa e dal Nord America.
Stando agli ultimi dati disponibili, solo in Cisgiordania e Gerusalemme Est sarebbero circa 160 gli insediamenti ufficiali e almeno 196 gli avamposti, nuclei più piccoli, spesso nati come iniziative “dal basso” di gruppi di coloni, costruiti senza autorizzazione formale e in violazione della stessa legge israeliana. L’espansione coloniale prosegue con crescente intensità anche su pressione di ministri di estrema destra come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. Quello di Benjamin Netanyahu è infatti uno dei governi che ha approvatoil maggior numero di nuovi insediamenti e avamposti, a un ritmo senza precedenti negli ultimi anni.
Dai campi coltivati ai campi da calcio dei coloni
Mentre la macchina di annientamento israeliana in azione a Gaza ha portato all’uccisione di più di mille atleti palestinesi, il calcio serve ad attirare nuovi coloni negli insediamenti illegali con la promessa di servizi ricreativi di alto livello, in palese violazione del diritto internazionale. Nella Cisgiordania occupata si contano dieci squadre israeliane che operano illegalmente all’interno degli insediamenti, oltre a tre club attivi nelle alture del Golan.
«Questa è la nostra terra. La usavamo per coltivare e guadagnarci da vivere. Se la sono presa, noi non possiamo usarla, e invece i coloni ci giocano a calcio», dichiarava nel 2016 Salah al-Qurt, membro di una delle due famiglie proprietarie del terreno su cui è stato illegalmente costruito il campo del Beitar Givat Ze’ev Football Club, in un’intervista al New York Times. Già in quell’anno Human Rights Watch aveva segnalato l’esistenza di nove club calcistici israeliani illegali situati su territorio palestinese oltre il confine dell’armistizio del 1949 – comunemente noto come “Linea Verde” – in Cisgiordania.
Secondo il report dello Scottish Sport for Palestine, sotto la guida del presidente della FIFA Gianni Infantino e del presidente della UEFA Aleksander Čeferin – i cui mandati sono iniziati proprio nel 2016 –, tali club sono cresciuti in numero, dimensioni e prestigio. Questo ha contribuito a normalizzare l’occupazione e a implementare un sistema di apartheid contro i palestinesi attraverso strutture sportive costruite sulle loro terre e un’economia calcistica dalla quale i palestinesi non possono trarre alcun beneficio.
Da allora nessuna delle due federazioni internazionali ha agito in modo decisivo per bandire i club israeliani e sospendere Israel FA, ovvero la Federcalcio israeliana. Anzi, i club negli insediamenti illegali hanno continuato a svilupparsi, in linea con l’attuale e prevista espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Tra dicembre 2025 e febbraio 2026, il governo israeliano ha annunciato piani per annettere formalmente parti della regione, creando un corridoio di insediamenti tra Ma’ale Adumim e Gerusalemme Est, dove si trovano quattro dei club degli insediamenti illegali dell’Israel FA. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il piano di espansione dell’insediamento di Ma’ale Adumim conferma la sua convinzione che «non esisterà mai uno Stato palestinese».
FIFA e UEFA finanziano e trasmettono il calcio dell’occupazione
Se nell’ottobre del 2024, la FIFA aveva promesso di indagare sulle squadre radicate negli insediamenti e, dunque, accusate di violare le stesse norme della federazione – e quelle dell’UEFA – sull’integrità territoriale e contro il razzismo, da allora le uniche azioni messe in campo sono state una multa di poco più di 160 mila euro comminata all’Israel FA e una controversa dichiarazione in cui la FIFA stabiliva che le operazioni dei club israeliani potevano proseguire, accampando come scusa lo status giuridico della Cisgiordania, definito «una questione irrisolta e molto complessa nel diritto internazionale pubblico».
Di fatto, FIFA e UEFA permettono alle squadre degli insediamenti illegali di partecipare ai campionati organizzati dalla Federazione calcistica israeliana e di ospitare partite sui terreni confiscati. Forniscono inoltre supporto finanziario – anche attraverso fondazioni benefiche collegate alle federazioni – e strutturale ai club degli insediamenti, alcuni dei quali hanno partecipato a competizioni organizzate dalla UEFA, e permettono che le partite disputate negli insediamenti illegali vengano filmate e poi trasmesse in streaming sulla sua piattaforma, FIFA+, – come avviene nell’avamposto di Har Homa, che domina Betlemme – generando potenzialmente ricavi per la stessa FIFA, che a sua volta valorizza i loro giocatori e normalizza la vita negli insediamenti. Uno dei club citati nel rapporto è arrivato fino alla Premier League israeliana e ha ricevuto milioni di dollari di finanziamenti dalla Fondazione UEFA e dal governo degli Stati Uniti.
Cartellino rosso per le federazioni
A febbraio, Infantino e Čeferin sono diventati i primi presidenti di federazioni sportive a essere accusati di complicità in crimini di guerra e crimini contro l’umanità in un documento presentato da un team di esperti legali alla Corte penale internazionale proprio a causa dell’inclusione nelle strutture FIFA e UEFA di squadre con sede negli insediamenti illegali.
Mentre la UEFA ha reagito con rapidità insolita, definendo le accuse «tanto sensazionalistiche quanto infondate», la FIFA, che non ha rilasciato commenti, nel giro di pochi giorni, è corsa ai ripari con la promessa di Infantino di ricostruire le infrastrutture calcistiche di Gaza attraverso il famoso Board of Peace creato da Trump, al quale lo stesso presidente della FIFA ha consegnato il “Premio per la Pace” FIFA nel dicembre 2025.
Le numerose prove raccolte nel report di Scottish Sport for Palestine dimostrano che il calcio viene strumentalmente usato da Israele come fattore per rendere permanente un’occupazione illegale, escludendo e dispossessando la popolazione autoctona palestinese e siriana. Le grandi federazioni internazionali stanno abilitando tali dinamiche. Nell’enorme e brutale campo da gioco dei rapporti di potere internazionali meriterebbero quantomeno il cartellino rosso.