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Da diversi anni la Svezia è divenuta il teatro di una guerra tra bande per il controllo dei traffici illeciti, in particolare del mercato della droga, che sta venendo combattuta a mezzo di sparatorie e attentati dinamitardi. I gruppi criminali coinvolti sono molteplici, sebbene siano in larga parte provenienti da Medio Oriente e Africa orientale, e sono accomunati da tre caratteristiche: ambiscono all’egemonia, non distinguono tra innocenti e colpevoli e si armano en masse dall’ex Iugoslavia.

Questa guerra tra bande, di cui si scrive poco e male, ha gradualmente terzomondizzato città come Stoccolma, Göteborg e Malmö, e trasformato il terrore in una parte integrante della quotidianità; un paradosso se si considera che la Svezia è stata per decenni il paradiso liberale per antonomasia, un modello di riferimento per le forze progressiste di tutto l’Occidente.

La situazione è tale che megafoni del liberalismo come Deutsche Welle titolano che “Bombe e sparatorie sono parte della vita di Malmö“, e che Ulf Kristersson (Partito Moderato), commentando l’assassinio accidentale di una dodicenne, ha definito la guerra tra bande una “seconda pandemia” e i suoi protagonisti dei “terroristi domestici”, mentre Anders Thornberg, l’attuale capo della polizia nazionale, teme che la violenza possa raggiungere un punto di non ritorno.

Un riepilogo di quanto accaduto nel 2020, del quale sono stati rilasciati i dati ufficiali, può essere utile per comprendere la gravità del fenomeno criminoso e contestualizzare le denunce per nulla esagerate di DW, Kristersson e Thornberg.

Il 2020 di sangue degli svedesi

Svezia come Gran Bretagna: la pandemia colpisce l’economia e i cittadini onesti, ma non sembra avere e/o mostrare ripercussioni di natura negativa su illeciti e altri fenomeni criminosi, faide incluse. La differenza tra le due nazioni, però, è sostanziale: a Londra si combatte con armi bianche e acidi, per via delle difficoltà di reperire armi da fuoco, mentre a Stoccolma si prediligono kalashnikov ed esplosivi.

È vero che in Svezia la pandemia è stata percepita in maniera radicalmente differente rispetto al resto d’Europa, come rammenta l’adozione di una strategia basata sul laissez faire, ma questo non significa che essa non abbia accompagnato la quotidianità della popolazione durante l’intero anno. E il 2020 svedese, esattamente come in Gran Bretagna, è terminato come un annus terribilis.

I dati possono essere meglio compresi e letti se raffrontati con quelli del 2019: sparatorie in aumento del 10% sul suolo nazionale, cioè da 334 a 366, e del 79% nell’area metropolitana di Stoccolma, sullo sfondo di un miglioramento a Malmö, attacchi con esplosivo in lieve diminuzione (da 257 a 215), decessi in crescita (da 42 a 47) e un totale di 117 feriti. 

Secondo quanto riferito dalla polizia nazionale, la maggioranza delle sparatorie ha avuto luogo nelle cosiddette “aree vulnerabili“, termine di impiego ufficiale con il quale si fa riferimento a quei quartieri etnicamente stranierizzati che sono connotati da elevati tassi di disoccupazione e degrado sociale. Queste aree, che sono una sessantina in totale, pur concentrando soltanto “il 5,4% della popolazione totale”, hanno ospitato “oltre la metà delle sparatorie”.

Il piano del governo

Squadre speciali anti-crimine operano in tutta la nazione dal 2019, seguendo un modello basato sul sequestra-e-arresta, e hanno contribuito in maniera determinante a migliorare la sicurezza generale a Malmö, la “capitale delle bombe”, riducendo la disponibilità di armi ed esplosivi sul mercato nero.

Il modello, però, rappresenta più un palliativo dagli effetti temporanei che una panacea durevole nel medio e lungo termine; e Londinium docet a questo proposito – le bande potrebbero ripiegare sui coltelli, se private delle armi da fuoco, anche perché più economici e comperabili legalmente ovunque.

Sullo sfondo dell’incremento di sequestri e arresti, il governo ha annunciato un piano per il rafforzamento numerico della polizia nazionale. Da qui al 2024, invero, si vorrebbero e dovrebbero aumentare i quadri di almeno diecimila agenti. Più poliziotti e meno tolleranza, in sintesi, ma, almeno per il momento, nulla per curare il male alle radici – ovverosia quella combinazione di povertà, abbandono e immobilità sociale che trasforma le aree vulnerabili in semenzai di criminalità.