Negli scorsi giorni, la capitale della Svezia ha registrato la 61esima sparatoria legata al contrabbando ed al commercio della droga, all’interno della quale ha perso la vita una ragazza dodicenne, colpita da un proiettile vagante. Il fatto, che ha scosso l’opinione pubblica scandinava, non è però un evento isolato: la piaga del contrabbando della cocaina colombiana nel Paese è un fenomeno conosciuto già da tempo e che la polizia locale ha sempre avuto difficoltà a contenere. Ma non solo la Svezia: anche l’Olanda subisce quotidianamente problemi analoghi, con tassi di omicidio così alti che hanno spinto molti, come il capo del più grande sindacato di polizia olandese Jan Struijs, a definire i Paesi Bassi un “narco-stato“. Forse non al livello del Messico – dove avvengono oltre 10mila omicidi all’anno legati alla droga – ma sicuramente qualcosa che molto ci si avvicina, rendendo Amsterdam e Stoccolma gli hub europei del contrabbando di polvere bianca.
Da Malmo a Stoccolma, la piaga della cocaina in Svezia
Nonostante il contenuto numero di abitanti, la Svezia è uno dei Paesi europei dove veicola il quantitativo maggiore di cocaina. Questa peculiarità, dovuta in parte al benessere diffuso nel Paese che rende più “semplice” l’accesso alla polvere bianca e in parte al clima estremo che contribuisce all’utilizzo delle droghe e alcol da parte dei giovani, è molto più marcata che negli altri Paesi della Scandinavia. E di conseguenza, attorno al suo mercato si sono generate delle bande organizzate criminali molto forti e presenti sul territorio, soprattutto nella capitale Stoccolma e nella città di Malmo, principale piazza del contrabbando della Svezia.
Grazie ai grandi introiti, nel corso degli anni le bande si sono rafforzate più velocemente di quanto le forze dell’ordine siano state in grado di indebolire tramite arresti mirati la loro ragnatela operativa. E questo fattore ha contribuito ad una escalation di violenze nel Paese – soprattutto nelle periferie delle grandi città – che con le difficoltà causate dalla pandemia non ha potuto far altro che incrementare ulteriormente.
Olanda, pochi controlli e una visione differente degli stupefacenti
Contrariamente a quanto accade in quasi tutto il resto d’Europa, i Paesi Bassi detengono una legislazione per quanto riguarda l’utilizzo e la vendita degli stupefacenti molto più permissiva, rendendo la stessa Amsterdam una meta per molti turisti anche grazie a questa particolarità. Tuttavia, mentre il canale regolare è ferreo e regolamentato, la stessa visione più permissiva nei confronti degli stupefacenti ha concesso anche la possibilità a tutto il mercato parallelo – ed illegale – di fiorire, fornendo una base per lo spaccio in tutta l’Europa.
Oltre all’Olanda, infatti, anche la Spagna è una meta privilegiata per l’arrivo della cocaina colombiana, in condizioni però decisamente più pericolose rispetto ad Amsterdam, dove in date situazioni tutto si potrebbe svolgere anche alla luce del sole. Grazie a questo clima di favore, anche in Olanda si sono formate bande organizzate forti e capillari sul territorio che hanno dato alla luce episodi di violenza inaudita. E con la notizia di pochi giorni fa della “chiusura” di una raffineria di cocaina nel Nord del Paese in grado di generare utili sino a 6 milioni di euro al giorno, risulta evidente come il fenomeno sia particolarmente redditizio nel Paese.
I danni all’Europa
Con il forte sviluppo del contrabbando in Svezia e Olanda, la cocaina colombiana riesce de facto ad entrare nell‘area Schengen,venendo trasporta con difficoltà minori e con un risicato rischio di essere intercettati. In questo modo, dunque, partendo da Amsterdam e da Malmo la polvere bianca viene importata in tutta europa, generando un mercato di svariati miliardi di euro annuali e che danneggia la totalità dell’Unione europea.
In questo scenario, dunque, le difficoltà e le carenze di questi due Paesi diventano un rischio per tutto il mercato unico, che si trova di fatto esposto a causa delle carenze doganali di Olanda e Svezia. In una situazione che, ancora una volta, evidenzia le mille difficoltà nell’aver basato un sistema che, per reggersi in piedi, deve fare affidamento quasi esclusivamente sull’operato dei singoli Stati nazionali.



