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Società

Sven Goran Erikkson, Michela Murgia, Gianluca Vialli: morire … vivendo

Sven Goran Erikkson, ex allenatore della Lazio, ha scelto di vivere la propria malattia in maniera pubblica, come molti altri prima di lui.

Non si sceglie come venire al mondo, ma si può scegliere come morire. O almeno quasi sempre. Spesso, però, ‘a livella è cosi crudele dal notificare sentenza attraverso un male che non lascia scampo, inchiodando gli esseri umani sull’uscio ad attendere la fine per un tempo indefinito. Un limbo che non è vita e non è morte, ma una condanna ben peggiore: quella di non poter più coltivare speranza, di non poter fare progetti, privando gli umani di ciò che li rende tali: curarsi del domani come un prato da seminare.

Nel gennaio scorso, Sven Goran Erikkson, uomo di garbo e di pallone, aveva annunciato al mondo la sua precettazione con una semplicità disarmante: “Ho un male che mi porterà via. Ma prima di quel giorno bisogna vivere“. Poche parole dirette, semplici, dritte, per una notizia che non c’è modo di edulcorare. Ma non è rimasto in casa tentando di aggiungere giorni alla sua vita che si faceva sbilenca, ma tentando di aggiungere vita ai giorni che restavano. Un pensiero sovrumano, che farebbe impazzire il più comune dei mortali. Dopo quell’annuncio, l’ex allenatore ha fatto visita ai club che ha vissuto nella sua carriera: dalla Sampdoria alla Lazio, per fare il pieno d’affetto e di ricordi. E bisogna avere stomaco e cuore per avere voglia di stare in mezzo ai “sani”, giovani o vecchi che siano, ma che hanno un domani, che possono correre, ballare o anche solo pensare “l’anno prossimo vorrei”.

Si dice che si intuisce quando il proprio tempo è finito. Nemmeno una settimana fa, era stato svelato il messaggio di congedo del Mister gentiluomo contenuto in un documentario di prossima uscita. “Ho avuto una bella vita, sì. Penso che tutti noi abbiamo paura del giorno in cui moriremo. Ma la vita riguarda anche la morte. Spero che alla fine la gente dirà, sì, era un brav’uomo, ma non tutti lo diranno. Spero che mi ricorderete come un ragazzo positivo che cercava di fare tutto il possibile. Non dispiacetevi, sorridete. Grazie di tutto, allenatori, giocatori, il pubblico, è stato fantastico. Prendetevi cura di voi stessi e prendetevi cura della vostra vita. E vivetela“. E poi un “Ciao“, che voleva dire tutto.

Negli ultimi anni, complici i social network, la morte e la malattia sono state sdoganate più che nel mondo “reale”. Da panno sporco da lavare in famiglia, si sono trasformate in qualcosa da raccontare senza filtri, nei dettagli più intimi. Un tempo la morte era relegata in stanze che odorano di mele troppo mature, dalle persiane serrate, i capi chini, gli abiti scuri, i ceri accesi, i petali di fiori sparsi, le litanie assordanti. Il paradosso vuole, invece, che oggi la morte sia viva, vissuta, gridata, esattamente come i mali che ad essa hanno condotto. Un cambio di passo che non tutti gradiscono, preferendo derubricare tutto alle intime pareti.

Erikkson ha vissuto i suoi ultimi mesi fra le persone. Prima di lui, la storia di Michela Murgia aveva creato un gigantesco dibattito tema. La morte giunge in un momento, non prima: fino ad allora ci sono viaggi da fare, biciclette da inforcare, tramonti da vedere. E perché no, anche “sistemare” il nido come prima della nascita di un bambino: sposarsi, comprare case, affidare persone ad altre persone, scrivere memorie. Mettere in ordine il soggiorno della propria anima per vivere un sollievo di fronte al grande mistero che ci si prepara ad affrontare. E chi lo sa se da qualche parte potremo godere da lontano di quella premura ultima o se finisce tutto in botto, zap, come un telecomando che spegne la tv.

“Esibizionisti”, “fuori luogo”, “poco seri”: così spesso vengono apostrofati coloro i quali scelgono di avviarsi alla morte vivendo. Magari facendolo pubblicamente, narrandosi, essendoci, ballando, scrivendo, comunicando. Come se essere un morto che cammina non desse più diritto alla gioia, a fare quello che ci pare. Della pubblicità del male di Erikkson, di Murgia o di chicchessia non abbiamo, invece, il diritto di giudicare nulla. Né i modi, né i contenuti, tantomeno il volume. Non si giudica chi ha il perso il più grande dei diritti, quello di poter dire “a domani”.
E chi pensa di sentirsi in dovere di sentenziare come e cosa avrebbe dovuto dire e non dire, perché nella stessa situazione avrebbe reagito diversamente, è un pezzente dell’anima, un deserto arido dove non cresce compassione. La morte degli altri ci fa paura, la vorremmo zittire, perché si fa annusare forzatamente anche dai vivi: i moribondi puzzano all’olfatto dei sani, che hanno timore a mischiarvisi, temendo che il miasma della morte li possa contagiare. Per questo ridiamo ai funerali.

Difficile comprendere che la pubblicità del proprio male, del cammino verso la propria morte serva invece a esorcizzare la paura, il terrore più grande: quella del tristo mietitore. Alla tecnologia, forse, un merito va dato: quello di essere strumento dall’effetto disinibitorio. Tanto che una nota agenzia funebre ha costruito un impero sulla derisione della morte. E chi l’ha detto che non si possa fare? Chi l’ha detto che non si possa vivere pubblicamente mentre si percorre il proprio miglio verde?

Quel che resta interessante è che il racconto della morte, quando si è ancora vivi, restituisce umanità, libera dalle pretese alla Prometeo che passano anche da aggettivi come “eroe”, “guerriero”. Erikkson, e ancora prima Gianluca Vialli, Michela Murgia, Shannon Doherty non si sono posti come guerrieri, ma come mortali, testimoni semplici di faccende in cui non la si può spuntare, al netto della volontà. Hanno scritto, hanno vissuto, sono stati in mezzo alla gente, cercando di rendere il proprio mostro meno piccolo, in attesa di andare al di là del ponte.

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